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“Tornare a casa”

71R0WuCehTL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Dopo venti mesi di servizio civile in casa di riposo era un gioco da ragazzi. Non dovevi assolutamente dare a vedere quel che pensavi. Quel che provavi. Quel che odoravi. Che certi giorni saresti voluto scappare alla vista di quei corpi macilenti, simili a mucchietti di ossa dentro vecchie borse da viaggio. Che a volte ti veniva da vomitare mentre cambiavi i pannoloni o i coprimaterassi. Era la prima cosa che aveva imparato durante il servizio civile: respirare dalla bocca, con il fiato corto e senza fare rumore, di modo che i pazienti non si accorgessero di nulla. Gliel’aveva insegnato il capoinfermiere Peter, “Peter-catetere”, quello con più anzianità di servizio nel reparto. Lui i nomi dei pazienti non li aveva imparati mai, li chiamava direttamente “mamma” o “papà”, dava a tutti del tu, anche ai parenti, persino all’aiuto primario. Dopo aver torturato gli anziani con le cannule del catetere o con le flebo si sedeva accanto al letto e spartiva con loro una sigaretta o un sorso di liquore dalla sua borraccia, come al termine di una battaglia. Poi cambiava l’aria alla svelta, prima che arrivassero le visite. Per Peter tutti quelli che svolgevano il servizio civile erano “sorelle”, capelloni “pappamolle”, che lui aggiustava un po’ alla volta finché non li aveva raddrizzati. Innanzitutto insegnava loro le buone maniere: bussare alla porta prima di entrare in una stanza e salutare sempre con voce forte e amichevole. Al mattino riscaldare il termometro con le mani, dopo il bagno una spruzzatina di acqua di Colonia per le signore, per i signori qualche goccia di dopobarba. E in cima a tutte le regole, il comandamento supremo: mai storcere il viso! Non importava quanto fosse brutto lo spettacolo sotto il lenzuolo, quanto ti irritassero le continue scampanellate di un novantenne confuso. Né quanto puzzassero a volte gli incontinenti. Bisognava cortesemente respirare…

Dörte Hansen, Tornare a casa, Fazi, traduzione di Teresa Ciuffoletti. Brinkebüll è un paesino di provincia, e in tutta onestà non è certo il più bello di cui si possegga memoria: è qui che nasce il protagonista della nostra storia, sin da bambino lasciato dietro al bancone della locanda di famiglia a spillare birra. Del resto la mamma è forse persino più piccola di lui, perlomeno dal punto di vista dello sviluppo mentale: giovanissima, l’ha messo al mondo pressoché per caso. Eppure il nostro, a dispetto di tutte le previsioni, non solo frequenta il liceo, ma diventa addirittura un docente universitario: un’evoluzione sorprendente, eccezionale e grandiosa che per qualcuno però odora di tradimento, di vergogna per delle radici da seppellire sotto un alto strato di terriccio. A cinquant’anni però l’insoddisfazione non può più essere messa a tacere, è giunto il momento di fare in modo che questi due universi si riconcilino definitivamente, di abbandonare una vita accademica vacua e un appartamento in cui si convive ambiguamente in tre, di tornare a casa, per prendersi cura dei nonni e di sé, per ritrovare un amore variegato e puro. Tornare a casa è semplicemente incantevole.

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“Tornare a casa”

41SIAEMkZ5L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non ci eravamo mai scambiati regali, non era un gesto che faceva parte della nostra amicizia, ma il suo pensiero mi fece desiderare di aver dedicato un po’ di tempo per trovare qualcosa anche per lui. Tornato a casa, poggiai il pacchetto su uno scaffale della cucina, non avendo un albero addobbato, e continuai a osservarlo, a fissarlo. C’era un bigliettino attaccato sopra con scritto “Non aprirlo fino a Natale!” Come avrei fatto ad aspettare? Mancavano ancora due giorni e morivo dalla curiosità. Avevo ricevuto solo altri due regali, entrambi da zia Edna, e non avevo aspettato Natale per aprirli. Erano vestiti, camice di flanella, proprio quello che mi aspettavo. C’era anche il quintale di biscotti che mi aveva preparato Veronica, metà del quale era già stato divorato. Sapeva quanto mi piacessero quelli con la granella, che Dio la benedica. Forse, comunque, fu proprio grazie a quella frase sul bigliettino se aspettai ad aprire il regalo di Max. Forse anche perché già sapevo quanto il Natale fosse una cosa seria per lui, quanto lo amasse, e non volevo rovinare la sorpresa che mi aveva preparato. Mi svegliai la mattina di Natale, un’altra giornata tipica di L.A., tra smog, caldo e fin troppo silenzio fuori dalla finestra. Ancora a letto, pensai ai miei amici di Winchester, mi domandai cosa stessero facendo, se già erano insieme. E ovviamente pensai a Max. Perché non mi ero unito a loro? Mi mancava così tanto, più di quanto volessi ammettere. La verità può essere insidiosa, specialmente quando ancora non sei pronto ad accettarla. Quei momenti di chiarezza, quelli in cui ti accorgi di stare male perché il tuo miglior amico è a qualche fuso orario di distanza, possono lasciare il segno. Tale momento di illuminazione mi portò a farmi strada verso la cucina, a piedi nudi sul tappeto, e a strappare la carta di quel pacchetto come un bambino la mattina di Natale. Come se mi aspettassi un trenino o un camion dei pompieri, qualcosa di eccitante e inimmaginabile. Tolta la carta, trovai un involucro di velina con un biglietto sopra, che misi da parte. All’interno dell’involucro, avvolto con una cura incredibile, c’era un puntale da albero di Natale di porcellana, una stella delicata, lavorata a mano, risplendente d’oro, viola e rosso. Maxwell sapeva che non facevo mai l’albero, ne avevamo parlato quando l’avevo aiutato a portare il suo a casa. Sapeva che il Natale non era cosa per me, che non mi era mai piaciuto, malgrado l’insistenza di Edna. Mi si riempirono gli occhi di lacrime, mentre aprivo il biglietto per leggere il messaggio che mi aveva lasciato. 

Tornare a casa, Cooper Davis, Triskell, traduzione di Ciro Di Lella. Hunter è la quintessenza del macho, Harley compresa. Il problema è che, com’è noto, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. E le ragioni del suo cuore fanno sì che lui si innamori del suo migliore amico. E che per questo motivo scardini completamente tutta la sua vita, per essere finalmente quello che è, che ha scoperto di potere e volere essere: e ciò che vuole essere è il marito dell’uomo che ama. Ma una classica famiglia del Midwest, forse, non è proprio il clan dalla mentalità più aperta che esista: figurarsi poi quando non è nemmeno questo l’ostacolo più arduo da superare. In ogni modo… Intenso, coinvolgente, da leggere.

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“Tornare a casa”

515f8SMwKTL._SX313_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Essere un profeta non è semplice.

Tornare a casa – Dio abita al centro del nostro cuore, Roberto Fusco, San Paolo. Non vi lascerò orfani, così dice il Signore. Perché, per chi crede, è evidente che Dio, il creatore, sia sempre e dappertutto. E se si ha fede non si è mai soli. Ma c’è un luogo specifico, un posto fisico in cui albergano i sentimenti, in cui la vicinanza al trascendente si fa più immediata: il cuore. Singolare già nel suo essere involontario ma striato, è per tradizione la sede dell’anima, in contrapposizione col cervello, laddove è il raziocinio a farla da padrone: ed è proprio alla dimensione più intima che anche attraverso esercizi di preghiera e di meditazione l’autore del testo invita a riconnettersi, per non lasciarsi trasportare da falsi e pericoloso ideali che fanno della nostra vita qualcosa di infinitamente materiale e complicato, quando invece è nella semplice gioia che si ritrova la bellezza.

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