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“Amatka”

518eOsZljnL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Niente di quello che ho visto esiste. Me lo hanno spiegato. Ma io so. Che sono lì. I tunnel. E le persone, che ci sono persone. I dottori dicono che ho una commozione cerebrale. Forse i dottori e Nina hanno ragione. Forse ho perso il senno. Perché è questa la verità, non è vero? Che i tunnel non esistono? Perché sono l’unico ad averli visti. E le voci. Ho avuto un crollo nervoso. Tutti sanno che ho problemi mentali. Hanno detto così, la mia “salute mentale è fragile”.

Amatka, Karin Tidbeck, Safarà, traduzione di Cristina Pascotto. Le parole sono importanti. Le parole sono la vita. Le parole danno la vita. La parola genera, crea, evoca, invoca. Le parole danno forma alla realtà. Le parole sono fondamentali. Le parole possono essere pericolose. Nel mondo che i Pionieri hanno colonizzato gli oggetti, se il loro nome, con buona pace del Bardo, che ha reso immortale il concetto per il quale una rosa anche con un altro nome non potrebbe far altro che mantenere intatto il suo profumo, non viene pronunciato e scritto con cadenza prefissata, cessano di esistere, decadono, svaniscono, muoiono, quand’anche inanimati: la disgregazione è una minaccia costante, totale e perenne, e Vanja, cittadina di Essre, realtà distopica nella quale anela libertà, si ritrova al centro di una sotterranea rivolta… Simbolico, potentissimo, brillante.

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