Teatro

“Tre passi di donna – Ti lascio perché ho finito l’ossitocina”

ossitocinadi Gabriele Ottaviani

È un ormone peptidico formato da nove aminoacidi secreto nella neuroipofisi. Stimola le contrazioni della muscolatura liscia dell’utero, esercita un ruolo fondamentale nell’inizio e nel mantenimento del travaglio e del parto, stimola le cellule muscolari e la secrezione del latte dai dotti delle mammelle, è responsabile del comportamento materno, antagonista dell’acetilcolina, che a livelli alti può risultare tossica e indurre aggressività. Ed è, come altre sostanze, tipo la vasopressina, responsabile anche dell’innamoramento, o per meglio dire dell’amore e altri guai, parafrasando un celebre titolo. Almeno, stando a quello che si legge su certe riviste. Si chiama ossitocina. Ti lascio perché ho finito l’ossitocina, quarto e ultimo appuntamento della rassegna di teatro femminile Tre passi di donna (che, è stato annunciato, tornerà anche l’anno prossimo, ed è una gran bella notizia) al Teatro Furio Camillo di Roma, di e con Giulia Pont, bella e brava, è divertente e ben congegnato. Sembra inizialmente il classico spettacolo di avanguardia, noiosissimo e pretenzioso. E per giunta mal recitato. Ma non per colpa dell’attrice: è il testo che proprio non va, è una di quelle cose assolutamente assurde che per giunta beccano sempre qualche applauso, perché c’è sempre qualcuno che trova geniale, che so, che non succeda niente e si rimanga per ore a fissare una sedia, come se fosse una raffinata allegoria della frenetica incomunicabilità dei tempi moderni. E quindi l’attrice dopo pochi minuti blocca tutto. Dio sia lodato. Non ce la fa, non ce la può fare, con tutti i problemi che ha… Si sfoga, benedetta ragazza, partendo dalla notissima sequela di infami e insopportabili scuse, autentiche come una banconota da sei euro, che si usano per la fine di un amore. Ti lascio perché meriti di più, la colpa non è tua, sono io, ho bisogno di stare da solo, ti amo troppo, ho bisogno dei miei spazi, non ne posso più di essere corretto o zittito in pubblico, devo poter realizzare i miei sogni e tu mi tarpi le ali, non ho mai tempo per l’ukulele… Roba così… A tutti è capitato di sentirla, no? E a questo punto via, con una raffica di battute divertentissime, che vanno a comporre una seduta collettiva di psicanalisi, con buona pace di Jung, Freud e delle intere riserve naturali di fiori di Bach ingurgitate per tenere a freno l’ansia, catartica e piacevolissima. Se vi capita, non lasciatevelo sfuggire…

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