Cinema

“The Eichmann show”

maxresdefaultdi Gabriele Ottaviani

Millenovecentosessantuno. Il mondo deve sapere. Adolf Eichmann, l’ideatore nazista della soluzione finale della questione ebraica che ha causato sei milioni di vittime, è stato arrestato nella sua tana in Argentina e tradotto in Israele. Deve essere processato. Il processo deve essere trasmesso in tutto il mondo. Il mondo deve conoscere la verità. I testimoni devono poter parlare. Un produttore americano ingaggia il più bravo regista di documentari che c’è. Messo al bando dal maccartismo. Un uomo che vuole indagare l’uomo. Un uomo che crede che sia troppo facile parlare di follia per i criminali. Perché se li definisci folli li metti da parte. Li consideri diversi. Prima di tutto da te stesso. Li rifiuti. Li respingi. Li ritieni strani. Eccezionali. Fuori norma. E quindi il male è qualcosa di straordinario. Qualcosa di anomalo. Qualcosa che non si annida in tutti. Qualcosa di altro da te. E invece il male è banale, è normale. Fa parte, tragicamente, della natura umana. E Leo Hurwitz, il regista, un ottimo Anthony LaPaglia (nel valido cast insieme a Martin Freeman, Rebecca Front, Zora Bishop, Ben Lloyd-Hughes, Dylan Edwards e tanti altri), vuole vedere dove si annidi il male in un uomo così. E dove l’umanità. Se c’è. Ma ci deve essere. Non sono mostri quelli che creano i fascismi. Sono uomini. Leo vuole entrare negli occhi di Eichmann, nella sua anima. Vuole vederlo reagire. Non gli interessano gli ascolti. Gli interessa fare la cosa giusta. Ma il processo più importante della storia è anche uno spettacolo televisivo. E le lunghe requisitorie prima delle testimonianze non catturano l’interesse, non fanno vendere la notizia. Quantomeno, non allo stesso livello di Gagarin nello spazio, o delle ultime che arrivano dalla Baia dei Porci, avvenimenti legati al presente e al futuro, non a un passato che alcuni ritengono persino noioso (magistrale la replica di LaPaglia alla bionda moglie del corrispondente del New York Times, un’oca, sia detto con rispetto delle papere, fatta e finita, che però ha comunque un minimo di coscienza): d’altronde, si dice, i giornalisti sono come le gazze ladre, rivolgono l’attenzione a ciò che brilla di più nel loro campo visivo. E il produttore ne deve tenere conto. Il produttore, che è sotto continua minaccia, in una nazione appena nata, in una terra che gli stessi ebrei sostengono di aver voluto più degli arabi che già la abitavano, e che è stata consegnata dal mondo a chi è sopravvissuto alla Shoah, a chi l’ha raccontata ma non veniva creduto. E quindi ha taciuto. E ora può di nuovo parlare. Evento nelle sale a ridosso della Giornata della Memoria, il venticinque, il ventisei e il ventisette di questo mese, è un film solido che mescola al girato immagini di repertorio, per lo più, ahimè, agghiaccianti, ma come potrebbero non esserlo dato l’argomento, ed essendo vere?, equilibrato, compiuto e completo, ben scritto, diretto e recitato, non retorico, asciutto, importante e dolorosissimo.

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