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“Myanmar – Dove la Cina incontra l’India”

myanmardi Gabriele Ottaviani

Con il cessate il fuoco, alcuni capi delle minoranze etniche ribelli speravano in un compromesso. In passato molti di loro hanno sostenuto la causa dell’indipendenza dalla Birmania; ora dicono di volere soltanto un «sistema federale» di governo, uguali diritti per tutti i cittadini e un certo livello di autonomia locale. Ma il «federalismo» è una soluzione che i generali al potere non accetteranno mai. Per loro è sinonimo di vulnerabilità, una formula che potrebbe portare alla disgregazione del Paese. «Con un sistema federale il Paese si sfalderebbe nell’arco di dieci anni. Guardi la carta geografica. Siamo un Paese piccolo. Perché dovremmo rimanere divisi in centinaia di piccoli pezzi? Molti Paesi hanno costruito l’unità con la forza. Solo così possiamo sopravvivere o ci faremo mangiare dai cinesi. Ci biasimino pure gli stranieri, ma sono degli ipocriti. Hanno fatto la stessa cosa anche loro.» Così mi dice un colonnello dell’esercito da poco in pensione, un uomo dalla faccia scura e coriacea, e dalle mani grandi. Indossa una camicia azzurra e un vecchio longyi, ma riesco a immaginarlo senza sforzo in tuta mimetica, mentre guida i suoi uomini per le montagne. Secondo lui, non sarà il riconoscimento delle differenze etniche a mettere fine alla guerra civile, bensì un processo di assimilazione. Strade e ferrovia collegheranno meglio il Paese, e gli scambi commerciali e un sistema scolastico unitario finiranno per indebolire inevitabilmente le differenze locali. Da un certo punto di vista, la strategia adottata dall’esercito birmano nei confronti dei suoi oppositori è l’esatto contrario di quella che i governi occidentali hanno adottato con il regime. Gli occidentali hanno fatto ricorso agli embarghi e all’isolamento diplomatico, sperando che i generali birmani, sentendosi esclusi, finissero per cedere. Ma non è successo. I generali si sono comportati in modo ben diverso: hanno onorato i nemici di un tempo, definendoli «capi delle etnie nazionali»; li hanno portati nelle grandi città, hanno creato in loro nuovi desideri e hanno permesso che si arricchissero; hanno promosso i legami d’affari, anche quelli illeciti. Sapevano che così avrebbero fiaccato la forza delle organizzazioni combattenti. Nel 2010, infatti, l’esercito birmano si è trovato in una posizione più salda di quella che aveva all’inizio del cessate il fuoco. La nuova costituzione conferisce alcuni poteri ai governi locali, ognuno dei quali avrà un’assemblea legislativa semieletta. Non sarà un sistema federale e l’autorità concreta dei governi locali resterà fortemente circoscritta, ma si tratta pur sempre di una piccola concessione ai capi delle minoranze etniche che hanno combattuto per l’autodeterminazione. Il governo militare ha anche proposto agli ex ribelli un accordo sul loro futuro come forza armata: riorganizzate i vostri uomini in un «Corpo di guardia di confine», noi lo comanderemo e alla fine ricadrà sotto la nostra autorità. In altre parole hanno offerto loro una parziale ma non completa integrazione nell’esercito birmano. Accettare significava buoni affari e un posto nel nuovo ordine per i capi delle forze ribelli. Alcune delle milizie minori hanno accettato. Le altre no, per il momento.

Un paese in via di sviluppo, una terra di contrasti, confini, conflitti e contatti, e che ha persino cambiato nome, che ha vissuto la dittatura, il più longevo regime autarchico della contemporaneità, una vera condanna all’isolamento che ricorda l’Oriente del medioevo, mutatis mutandis, e che ora, nelle recenti elezioni libere, ha premiato con un voto plebiscitario uno dei suoi numi tutelari, Aung San Suu Kyi, per decenni agli arresti domiciliari solo perché a capo dell’opposizione al regime illiberale che governava da lustri. Una nazione di struggente bellezza, incastonata fra Bangladesh, India, Cina, Laos e Thailandia: ancora siamo abituati, forse, a chiamarla più che altro Birmania, come ci dice anche la toponomastica di molte delle nostre città, ma è il Myanmar (nome imposto dalla giunta militare, con l’aggiunta della vibrante alla fine per facilitare la pronuncia dell’inglese – il paese è stato colonia britannica sino al millenovecentoquarantotto – dopo il golpe di fine anni Ottanta perché etnicamente neutro), descritto in modo intenso, dettagliato e profondo, nonché con una prosa bella e sinuosa come le anse di un fiume – magnifica la copertina, semplice eppure di grandissimo impatto –, da Thant Myint-U per Add (traduzione a cura di Margherita Emo e Piernicola D’Ortona): un viaggio che vale davvero la pena di compiere.

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