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“I cani là fuori”

copertina tetti.indddi Gabriele Ottaviani

Ma invece non scende nessuno. Se scendesse mamma, le direi che bisogna tagliare il ramo o un giorno di questi rischia di rompere la finestra, e lei mi direbbe di tagliarlo e io le chiederei se ha visto che fuori è tutto bagnato e lei mi chiederebbe se ho già preso la medicina e io le direi che non l’ho presa e andrei a prenderla.

Ma invece non scende nessuno. E così succede che passano due giorni e mamma non scende e allora salgo su a vedere che succede. Le scale cigolano. Apro la porta.

E così succede che dopo una settimana c’è mio padre di fronte a me. Si è messo la felpa rossa e il cappellino dei Chicago Bulls e i jeans neri e le scarpe che gli abbiamo regalato al compleanno. Sta in piedi davanti a me e fuma una sigaretta. Si guarda attorno, è tutto sudato e parla a voce bassa. Non l’avevo mai sentito parlare così. E dice che è preoccupato e che l’ho messo nei guai e che la devo smettere di dire che è stato lui a chiedermi di ammazzare mamma, che una cosa del genere non sta né in cielo né in terra e che lui non se l’è neanche sognato di dirmi un cazzo di niente e altre cose così. Io lo guardo e gli dico che adesso mi danno una medicina nuova e posso anche bere il caffè.

E babbo mi dice che lo vogliono arrestare se non dico la verità. Io gli chiedo se le scarpe sono comode. E lui si mette a piangere.

I cani là fuori, Gianni Tetti, Neo. Aureliano, La medicina, Il dente, L’odore dell’acqua, Una lucertola, Adela, Il momento giusto arriva, Sono invisibile, Certi ululati, E per il resto niente, Domani. Undici racconti, uno più potente dell’altro. Diversi eppure uguali. Perché la Weltanschauung che l’autore esplicita ed elabora attraverso questa molteplicità di forme ricorda per converso il profilo di un uroboro, che simboleggia archetipicamente non solo mordendosi la coda la condizione indistinta antecedente alla formazione della personalità, ma anche l’eterno ritorno dell’uguale, la ciclicità del tempo, l’eternità delle umane istanze, sempiterne e di base ogni volta coincidenti, benché declinate tramite distinte sfumature a seconda del contesto. L’umanità è arsa da un insaziabile desiderio, animalesco: altro che homo homini lupus, è la tragedia della colpa che si abbatte su sventurati e immaginifici destini quella che Tetti racconta con illustre solennità. Da leggere.

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“Mette pioggia”

(21) Mette Pioggiadi Gabriele Ottaviani

Sono buttato sul divano. C’è questo raggio di sole che entra dalla finestra. Entra, mi finisce dritto sugli occhi e non vedo niente. C’è questo raggio di sole che rompe e io sto guardando un film. Quel film di quegli alieni che mettono incinta le donne e pianificano l’invasione della terra. A partire dall’utero di queste donne, a partire da questi bambini alieni che bevono latte verde, a partire da New York. E io non fumo da due giorni.

Ogni volta che c’è qualcosa, alieni, meteoriti, glaciazioni, cavallette giganti, ogni volta parte tutto da New York o da Washington e il presidente americano prende l’Air Force One. E fa un lungo discorso alla nazione. Ogni santa volta.

In pratica in questo film ci sono queste donne incinte. Non si conoscono tra di loro. A ognuna nascono due gemelli. Nel film se ti nascono due gemelli uno è alieno. E a un certo punto quello alieno si mangia l’altro gemello mentre passeggiano a Central Park. A New York. Oppure mentre fanno altre cose. In altri posti. Comunque un gemello si mangia l’altro. E nulla, c’è questo bambino che si sta succhiando il cervello del suo gemellino biondo dietro un cespuglio di Central Park e un raggio di sole mi finisce dentro gli occhi. Passa dal vetro. Il vetro è sporco ma non così sporco. E allora il raggio mi finisce sugli occhi.

Mette pioggia, Gianni Tetti, Neo. La prosa, come sempre immaginifica, capace di evocare suggestioni colorate come il vestito di Arlecchino e di amalgamare pienamente un intreccio di livelli e registri linguistici e narrativi che costituisce una tessitura solida e resistente, perfettamente coerente pur nella sua caleidoscopica varietà nella quale non si avverte nessuno stridore se al sublime, con sapiente equilibrio, si accosta lo squallido, è il racconto dell’apocalisse. Il caldo è assurdo, la Sardegna è trasfigurata e riarsa da una siccità che non ha eguali a memoria d’uomo, ha perso i suoi contorni, gli abitanti sembrano in preda a una collettiva e detonante follia che devasta ogni cosa, e di cui nessuno riesce a trovare una ragione. Ma la ragione c’è. È il punto di vista che è sbagliato. E qualcuno lo capisce. Perché il male non viene dall’esterno, da fuori. Non è altro da noi. Il male siamo noi. Destabilizzante e magnetico.

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“Grande nudo”

Citazioni-1.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dal morbo non scappa nessuno, come da queste terre.

Grande nudo, Gianni Tetti, Neo. Maria è detta anche la cagna. E molto peggio, quello è l’epiteto più gentile fra tutti quelli che le vengono rivolti. Le vengono cavati i denti. Viene legata, torturata, umiliata, seviziata, violentata. In ogni modo possibile e immaginabile. E andando anche ben oltre, sprofondando ogni millesimo di secondo che passa sempre di più in un’abiezione squallida, feroce e violentissima, ancor di più perché completamente priva di senso, provocata e continuamente rigenerata soltanto dal gusto perverso per la reiterazione di un dolore cieco, cupo e sordo, inflitto per cercare di riuscire a raggiungere in qualche modo un piacere che altrimenti resta scrigno inaccessibile, tesoro irraggiungibile, potenziale irrimediabilmente inespresso. Maria è la protagonista, ma di personaggi in questo romanzo distopico e potentissimo, disturbante, respingente e ammaliante, squallido e atroce, scritto con un linguaggio tutto suo fatto anche di nomi evocativi, simbolici, che rivoluzionano l’idea stessa di identità e il concetto che risiede nell’essenza medesima del nome, e ambientato in un’ancestrale Sardegna scabra e pressoché irriconoscibile, fuori dalle tradizionali leggi cronotopiche, monumentale e devastante, classico e postmoderno, filosofico e scettico, originale e fluviale, maestoso, lirico e tragico, onirico e carnale, concreto e irreale, volgare e raffinatissimo, immersione profondissima e percorso aspro, mozzafiato e impervio nell’arroganza delle pieghe più oscure dell’animo umano, in cui sempre si annida – e anzi più la si nega più se ne è consci, e spaventati, perché l’essere irrisolti e repressi foraggia le incursioni nell’orrore – la crudeltà, ce ne sono un’infinità, tutti caratterizzati in maniera mirabile, autonoma, indipendente ma coerente con il tessuto della vicenda: Candida, Camille, Pluto (o il cane nero, il cane dagli occhi gialli), il Signor Mario, l’uomo dagli occhi verdi, un pescatore le cui iridi talvolta si fanno gialle, il majarzu, don Casu, che pare molto più devoto all’onanismo che al trascendente, il ragazzo coi capelli rossi e quello coi capelli neri, il dottore, l’uomo e il ragazzo dagli occhi blu, rispettivamente fratello e nipote del majarzu, Valentino, le suore, specie Imelda, Casino, Clozo, Leontino, Donorio e la sua gente, i rivoltosi, gli infetti, Gianfranco e gli altri del bar, Ottavio e Lucia, gli sposi, Paska e Gianni, don Carmelo, la moglie di Gianfranco, il figlio di Casino, i colonnelli. E per ultimi i cani e i bambini. Che si nascondono. Perché altra è la lroo verità. Dirompente e straordinario.

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