Libri

“Gleba”

Cover Tersite 2019 STAMPA:Layout 1di Gabriele Ottaviani

– Freeda ci salva il culo, credimi – stava pontificando uno dei due, riferendosi a una nuova applicazione per smartphone. – Ti crei un’identità digitale legata al telefono e la attivi. A quel punto, Freeda ti chiede di dare il tuo assenso a un contratto di “sesso consapevole”. Vuol dire che se ti trovi una tipa che ha fatto la stessa operazione con Freeda sul suo smartphone, anche anni prima per dire, anche solo perché c’aveva la fica in fiamme e voleva trovare subito qualcuno che gliela spegnesse, qualsiasi scopata con lei è legale. Cioè non può romperti i coglioni e denunciarti, magari solo perché ce l’avevi tanto moscio da farle schifo. I due risero sguaiatamente a quella penosa battuta, mentre Calopresti si fece pensieroso: non era riuscito a capire bene il funzionamento dell’applicazione di cui parlavano quei ragazzi. In suo inconsapevole soccorso arrivò il sapientone, che puntualizzò: – D’altra parte, ’sti politici se la sono cercata: hanno fatto una legge di merda, che se a una le gira di denunciarti per molestie può farlo. Così, tanto per gradire. Perché a lei basta dire che non era del tutto d’accordo, o che era un po’ sbronza. Sei tu che invece devi dimostrare che lei era consenziente. Altrimenti, sono cazzi amari. Ma Freeda ci salva: basta un clic e il contratto è firmato. E vale finché non si dichiara esplicitamente di volerlo annullare. Calopresti, che a quel punto aveva compreso perfettamente, fu sopraffatto da un’immagine pubblicitaria appena creata dalla sua mente, che riportava in alto la domanda “Sesso sicuro?” e in basso la risposta “Sempre!”, con al centro un ragazzo che in una mano teneva un pacchetto di preservativi e nell’altra uno smartphone con il logo di Freeda. La strampalata immagine ebbe l’effetto di eccitarlo suo malgrado, perché in realtà il pensiero che un atto sessuale dovesse passare attraverso la firma di un contratto digitale lo avviliva. “Roba da legulei frustrati e femministe frigide” rimuginò fra sé e sé, tornando a sollevare il manubrio da dieci chili e sottoponendo la povera schiena a un nuovo, doloroso sforzo.

Gleba, Tersite Rossi, Pendragon. Tornerà un altro inverno / Cadranno mille petali di rose / La neve coprirà tutte le cose / E forse un po’ di pace tornerà… Così cantava Bruno Martino: ma è invece l’autunno del nostro scontento, o meglio della desolante disperazione di un’intera generazione e di una società nel suo complesso la stagione che apre il nuovo romanzo, impossibile da definire in base a un sol genere, perché tutti li frequenta e tutti li travalica, nutrendoli e nutrendosene, del collettivo di scrittura Tersite Rossi, che con la consueta abilità, qui esaltata da una cura vieppiù raffinata per i dettagli, indaga la realtà dei suoi personaggi e del mondo che li circonda. Paolo è un adolescente che frequenta una scuola dove la competizione è folle e malata, Enrico e Valeria sono precari, ma ancor di più lo è il loro matrimonio, Amina, orfana di padre di origini marocchine, ha bisogno di soldi per un grosso debito e il fratello promette che la aiuterà se si convertirà alla causa della guerra santa, Adriana, impiegata in un colosso dell’e-commerce, pare irreprensibile ma in realtà medita vendetta per le ingiustizie subite, e… Da non perdere.

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Intervista, Libri

Tersite Rossi e la scrittura come somma

melograno_1di Gabriele Ottaviani

Tersite Rossi è un collettivo di scrittura. Convenzionali li intervista per voi.

Perché formare un collettivo di scrittura? La scrittura non è per definizione individuale?

Sì, lo è: individuale per definizione. E anche la scrittura collettiva, se vogliamo, è una sommatoria di scritture individuali. Dove però 1+1 non fa 2, ma almeno 3: lo scritto individuale di ognuno, prima di cercare un pubblico, passa al vaglio di qualcun altro che condivide lo stesso progetto e lo stesso percorso narrativo, e in questo passaggio, peraltro multilaterale, si raffina, si scolpisce, migliora. Scriviamo in due perché a nessuno dei due, scrivendo da solo, il prodotto finale verrebbe altrettanto bene. E poi perché in due ci si diverte di più.

 

Cosa vuol dire scrivere?

Scrivere significa, innanzi tutto, dare sfogo all’ancestrale esigenza di raccontare qualcosa, con la sensazione che possa acquisire un senso per chi un giorno, magari per caso, si troverà a leggere. Scrivere in due come facciamo noi vuol dire, inoltre, condividere quell’esigenza e cercare una sintonia mitopoietica (se ci passi il termine ampolloso) affinché l’immaginario “mitico” di ciascuno diventi un Olimpo comune nel quale prendono vita i personaggi che si fanno portavoce della nostra necessità narrativa.

 

Esistono ancora storie da raccontare?

Non ne esisteranno più solo quando l’uomo si estinguerà. Oggi siamo 7 miliardi, sempre più interconnessi, immersi in flussi comuni di merci e notizie, dove la sostanza si mescola alla spazzatura, le voci interessanti al rumore di fondo. Siamo informati di tutto senza conoscere niente. Raccontare storie è un po’ come fare la cernita: eliminare la spazzatura e il rumore di fondo. Le storie da raccontare sono quel che resta.

 

Si scrive più per sé o per gli altri?

Non si scrive per sé senza avere un ipotetico “altro” che ti ascolta e legge. Quanto le dita battono sulla tastiera per dare vita a una storia, c’è sempre la presenza di “qualcuno” al tuo fianco che legge parola dopo parola e al quale tu vuoi e devi comunicare quello che hai dentro. Lo vuoi per dare soddisfazione al narcisismo che contraddistingue qualsiasi scrittore. Lo devi per non trasformare quel narcisismo in solipsismo e rimanere chiuso in un vicolo cieco, quasi paranoico, di botta e risposta tra sé e sé.

 

Qual è l’elemento chiave di un personaggio?

La capacità di combinare col giusto equilibrio realtà e finzione. Il personaggio meglio riuscito, per noi, è quello che non esiste, ma potrebbe esistere. Il banchiere che sfida il sistema, l’antropologa che scopre il segreto d’un’antichissima civiltà, il ragioniere di provincia che diventa bombarolo: non esistono, ma potrebbero. Reali in potenza. Questa è la loro forza. Se già esistessero, la narrazione perderebbe smalto. Se non potessero esistere, perderebbe interesse.

 

Qual è il legame fra forma e contenuto in un’opera letteraria?

Ovviamente, non esiste una Forma narrativa assoluta, ma ogni contenuto ha bisogno della sua forma che diventa essa stessa contenuto. Insomma, non distingueremmo i due aspetti, perché sono inevitabilmente intrecciati fino a scomparire l’uno nell’altro. Crediamo che il buon romanzo sia quello che riesca a evitare al lettore la spiacevole sensazione che contenuto e forma siano separati. Se non ci riesce, l’opera è venuta male e al lettore resta qualcosa di indigesto. Del resto, la vita stessa è un’inestricabile guazzabuglio di contenuti e forme che, a guardare bene, sono… la vita, punto e basta. Se iniziassimo a cercare col lanternino dove sono i contenuti e dove sta la forma, faremmo la tragica fine di Anny, il personaggio femminile de “La nausea” di Sartre: destinati a cercare il momento perfetto che valga la pena di vivere (che unisca forma e contenuto) per poi accorgersi che è solo un tentativo disperato, inumano, agonizzante.

 

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“I signori della cenere”

51NMX3YQ6dL._AC_US160_di Gabriele Ottaviani

Passò davanti a un’edicola e lesse il titolo in prima pagina della «Gazzetta». La parola “scudetto” era scritta a caratteri cubitali. L’Inter, il giorno prima, era tornata a vincerlo sul campo, dopo un’attesa di diciotto anni. Aldo fece una smorfia, si strinse nelle spalle e tirò dritto. Non era più affar suo. Maledetto anche il pallone. Anche quello era funzionale al sistema. Panem et circenses. Tifo anziché ribellione. Una domenica allo stadio anziché a informarsi sul meccanismo che ti affama. L’esultanza per un gol anziché l’urlo di rabbia per lo sfruttamento d’una vita. Ma quel giorno sarebbe finita. La pedina si sarebbe fatta dama. La rotella si sarebbe fermata. E l’ingranaggio si sarebbe rotto. Esploso. Polverizzato. Mentre la sagoma vetrata dell’Admiral Hotel appariva dinanzi ai suoi occhi, Aldo ripassò mentalmente quello che doveva fare. Primo. Entrare nell’edificio senza dare nell’occhio. Secondo. Individuare la sala del convegno in cui già da mezzora stavano cianciando i più alti papaveri neri della finanza internazionale. Terzo. Entrare in sala e, dal fondo, studiare minuziosamente la disposizione di persone e cose. Quarto. Dirigersi verso il banco dei relatori, con passo calmo e cadenzato, quindi appostarsi a ridosso della prima fila, in piedi, e nuovamente guardarsi attorno con la massima attenzione. Quinto. Urlare: “Fermi tutti o vi faccio saltare in aria!”. Sesto. Mostrare a tutti i dieci chili di materiale esplosivo che erano nascosti sotto il suo impermeabile. Settimo. Salire sulla pedana dove si trovava il banco dei relatori, continuando a intimare, mano sul detonatore, l’assoluta immobilità ai presenti. Ottavo. Con l’altra mano, estrarre dalla tasca i fogli che lo avrebbero trasformato in pubblico ministero e in giudice insieme, e leggere la sua documentata arringa contro il sistema, preparata in centinaia di ore di studio, e poi l’inappellabile sentenza: pena di morte. Nono. Ordinare a chiunque di abbandonare ordinatamente la sala, esclusi i condannati, ovvero i relatori. Decimo. A sala vuota, gustare il terrore negli sguardi di coloro che muovevano l’ingranaggio che l’aveva costretto a una vita indegna d’essere vissuta, quindi premere il pulsante del detonatore e all’istante ridursi in polvere insieme a loro. Aldo fu attraversato da capo a piedi da una potente scarica d’adrenalina, che scatenò in lui il ricordo dei momenti più intensi che anche un’esistenza piatta come la sua aveva avuto. Il modellino di Ferrari testarossa che gli regalarono per la sua prima comunione. La prima Coppa dei Campioni dell’Inter, la Grande Inter del mago Herrera. La prima scopata, con la vecchia bagascia del quartiere, per diecimila lire sottratte di nascosto dal portafoglio del padre. La prima vacanza con gli amici, a Milano Marittima. Il primo bacio dato a Giovanna, da ubriaco, quando lei era ancora magra. La Coppa del Mondo vinta dall’Italia di Bearzot. La nascita di Paolo. Lo scudetto dell’Inter dei record, quella del Trap. Nessuno di quei momenti era stato appagante come quello che lo attendeva. Per quanto fosse paradossale, premere il pulsante di quel detonatore lo avrebbe fatto sentire per la prima volta veramente, totalmente, estaticamente vivo. Quella sensazione lo inebriò al punto che quasi non si accorse di essere giunto a destinazione. La vetrata dell’Admiral Hotel rifletteva adesso il suo volto scavato, la barba di tre giorni, le sue occhiaie nere, i suoi occhi spiritati. Aldo rimase immobile per qualche istante di fronte all’ultima immagine che avrebbe visto di se stesso, trovandola orrenda. Poi deglutì, per inghiottire la paura che, d’improvviso, aveva iniziato a fargli tremare le gambe. Infine si mosse in direzione della porta d’ingresso, facendone scattare l’apertura automatica. La sua immagine svanì nel nulla e lui si ritrovò di colpo all’interno, a respirare l’aria condizionata troppo fredda dell’Admiral.

I signori della cenere, Tersite Rossi, Pendragon. Tersite è, nell’Iliade, la personificazione della bruttezza e della codardia. È l’antieroe per antonomasia. È l’usurpatore di troni. È il peggiore fra tutti coloro i quali combattono la guerra di Troia, protrattasi per dieci anni, ma della quale ci sono raccontati in presa diretta dal cantore per eccellenza degli eroi belli e valorosi solo gli ultimi cinquantuno tragici giorni. Irride, deride, e ne paga il fio. È il controcanto alla retorica. È la quintessenza del povero che vede la guerra decisa da altri piombargli sulla testa, nella vita, nel corpo e nel cuore. È quello che vede quello che gli altri non vogliono vedere. Rossi, invece, è il più comune dei cognomi. Tersite Rossi è un collettivo di scrittura, che ben coniuga le anime, i messaggi e le ideologie che già dal nome scelto si manifestano dinnanzi agli occhi del lettore. I signori della cenere è un libro validissimo, in cui ognuno potrà probabilmente trovare una tematica di spiccato interesse e che dia soddisfazione ai propri gusti letterari, che racconta la storia di Lorenzo, Aldo e Petra. Un banchiere, un ragioniere e un’antropologa, coinvolti in un’avventura che è un unico grande punto di domanda, sull’origine del mondo, dell’odio e del suo indivisibile contrario, ossia l’amore, tra popoli antichi, monaci guerrieri, speculatori della peggior specie e intellettuali che non sembrano affatto nati per seguir virtute e canoscenza… Da leggere.

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