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“Il ragazzo selvatico”

download (8).jpegdi Gabriele Ottaviani

In giugno arrivarono i pastori, e la mia solitudine cambiò.

Il ragazzo selvatico, Paolo Cognetti, Terre di mezzo. Trent’anni non sono un’età facile. Perché non hai più scuse. Sei assolutamente adulto. E quando ti manca la terra sotto i piedi, quando nonostante i sacrifici, gli sforzi e le umiliazioni ti sembra di rimanere sempre indietro, mentre i meno meritevoli ti sorpassano a destra, e di non avere in mano nulla se non sabbia che ti scivola via dalle dita inesorabilmente, è dura. E forse non resta altro da fare che partire. Per trovarsi. Ritrovarsi. Seminare, sperando di raccogliere la felicità dal terreno della solitudine. Paolo parte. In montagna. Per fronteggiare quella del suo dolore. Semplice, potente, bellissimo, vero, del tutto non retorico. Da leggere.

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“Ad alta voce”

ad_alta_voce_600pxdi Gabriele Ottaviani

“La bambina è qui perché deve prepararsi per gli esami di ammissione alla scuola media, lei lo sa già”. La suora la tranquillizzò impegnandosi a curare personalmente la mia preparazione, essendo lei stessa maestra. Almeno per questo, mia madre andava via rassicurata. Ci staccammo solo quando la suora, con mossa energica, mi sottrasse alla stretta della mamma spingendomi verso l’uscio che portava al cortile. Incominciai subito a parlare soltanto in italiano. Pensavo: in un collegio dove studierai per diventare maestra, non puoi che parlare in italiano! Mi venne in mente Pinuccio. Anche lui, tornato da Catania, parlava in italiano con tutti; ma lui era bravo, e poi con la zia aveva avuto tanto tempo per imparare. A me nessuno aveva mai insegnato le parole dell’italiano. Inoltre, una cosa era sforzarmi di parlarlo solo a scuola con la maestra che, se sbagliavo, mi correggeva; un’altra cosa era parlare sempre e soltanto in quella lingua. Ce la mettevo tutta, ma non mi risultava facile una simultanea e perfetta traduzione dal mio abituale baucinese. Parlavo in italiano anche con le compagne di collegio, sorprese e incuriosite perché abituate a esprimersi soltanto nei loro dialetti strettissimi, con cadenze e strascichi sconosciuti. Fu faticoso per me, ma il mio sforzo mi fece guadagnare il rispetto e la considerazione di tutte. Ripresi a frequentare la quinta classe interrotta a Baucina: nuovi compagni, nuova maestra, nuovi metodi, nuovo ambiente. Ero guardata e trattata da tutti come una bambina diversa, ma ero una diversa in positivo. Mangiavo in sagrestia, da sola, e un’inserviente mi serviva il latte la mattina, la minestra a mezzogiorno e la verdura la sera.

Antonina Azoti, Ad alta voce – Il riscatto della memoria  in terra di mafia (diario vincitore del Premio Pieve Saverio Tutino 2004), Terre di mezzo. Il silenzio può essere una risorsa, un velo o una cappa. Quando è una cappa va squarciato. Senza se e senza ma. Anche se può essere difficile. Doloroso. Rischioso. Può turbare equilibri faticosamente raggiunti. Ma non si può tacere. Il quieto vivere, l’essere superiori talvolta fa precipitare dalla parte del torto. La riservatezza non ci mette nulla a diventare correità, connivenza, omertà. No, non si può tacere. Non si può nascondere la polvere sotto il tappeto, non si può lasciare che si adagi una coltre su qualcosa che invece deve rimanere sempre impresso nella memoria, stagliarsi a testimonianza dinnanzi agli occhi di tutti. No, tacere è sbagliato. E Antonina non tace, parla. Scrive, un diario bellissimo. Antonina è la figlia di Nicolò. Un sindacalista. Che si schiera con i contadini siciliani che reclamano l’attuazione della riforma agraria per l’assegnazione delle terre incolte, laddove spesso si scrive latifondo ma si legge mafia. Per questo viene ammazzato a trentasette anni. Antonina ne ha quattro. E sulla lotta del padre, su di lei e la sua famiglia Stato e concittadini fanno cadere, appunto, il silenzio. Che lei caccia via. Parla, scrive, a voce alta, a schiena dritta. Un’opera struggente la sua, ma soprattutto fondamentale. Per noi, tutti. Dal punto di vista etico, civile, morale. Per quell’inestimabile e vilipeso tesoro che si chiama dignità.

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“Era un giorno qualsiasi”

Era_un_giorno_siasi_Hi-k1wB-U43200993013056qFF-140x180@Corriere-Web-Sezioni.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ho poi un altro dubbio. Mi chiedo se in realtà i nazisti, le SS, non abbiano fatto scuola, se non abbiano lasciato una loro nascosta eredità. Certo, li abbiamo ripudiati, la Germania ha costruito la sua identità sul rigetto del Reich hitleriano e l’Europa è nata per soffocare quegli spiriti nazionalisti e militaristi che nel secolo scorso hanno trasformato il continente in un campo di battaglia. Ma le SS sono davvero il passato? Davvero abbiamo cancellato, dimenticato, il loro ethos? Il loro culto della violenza, la predilezione per il gesto esemplare, l’ideologia razzista, la convinzione d’essere un’élite investita di una missione speciale? Non ne sono convinto. Questi sentimenti, cresciuti nel brodo di coltura della guerra, sono ancora vicino a noi. Sono fra noi.

L’io che narra è Alberto. Il padre di Lorenzo. Lorenzo è l’autore, dal cui sacco proviene tutta la farina. Anche se usa nel corso della narrazione scritti autobiografici giovanili del padre. Anche se si immedesima nel padre, Alberto. Che per un caso, per aver disubbidito a sua madre, è sopravvissuto. Sua madre è morta. Gli è rimasta solo una foto. La mamma è bella. Ma la foto sembra da lapide. E pensare che la lapide lei non l’ha avuta mai. Perché Alberto è sopravvissuto a una strage. Dimenticata. Taciuta. Rimossa. Per decenni. Sant’Anna di Stazzema. Millenovecentoquarantaquattro. Alberto ha dieci anni quando scampa. La mamma, Elena, quarantatré quando muore. È lo stesso giorno. Lorenzo invece, il nipote di Elena, ne ha trentotto ancora da compiere quando viene pestato alla scuola Diaz, durante il G8 di Genova del duemilauno. La violenza torna ad affacciarsi nella vita di questa famiglia, tre generazioni cucite insieme dalla ricerca della verità. Un libro palpitante, che fa riflettere a ogni frase, semplicemente fondamentale, di impegno civile, etico, morale. Era un giorno qualsiasi, Lorenzo Guadagnucci, Terre di mezzo.

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“Il paese dei diari”

CL246x168_11216di Gabriele Ottaviani

Trecentotrenta. Trecentotrenta è il numero di persone da raggiungere per una giusta vendetta. Ma si sa, nella fretta delle cose un conto può sfuggire di mano – soprattutto se mezzi li conti in un carcere, mezzi in un altro e mezzi ancora per strada o nelle case – e ne hanno presi cinque in più: trecentotrentacinque tra ufficiali, sottufficiali, partigiani rossi, bianchi, gente di religione ebraica, detenuti comuni e altri rastrellati a caso.

Restare chiusi in un luogo pieno di libri. Per una notte intera. Per qualcuno un contrattempo, una scocciatura, per qualcun altro un incubo, per un altro ancora un sogno, per qualcun altro una opportunità. Mario è il narratore di questo romanzo che romanzo non è. È un viaggio in una città fantasma e viva, silente e garrula, un diario dei diari sui diari con i diari, vero e verosimile. A Pieve Santo Stefano, nella provincia di Arezzo, c’è un posto magico. L’archivio diaristico, che cresce sempre più, anno dopo anno, dal millenovecentoottantaquattro. Lo ha voluto il giornalista Saverio Tutino (Unità, Repubblica…: una vita rocambolesca da inviato nel mondo) e ci sono oltre settemila documenti. Si raccolgono le storie di gente comune, e dunque straordinaria, che le ha affidate alla carta e all’inchiostro, ma non solo. Clelia, per dire, la sua esistenza contadina l’ha scritta su un lenzuolo. A due piazze. Vincenzo, di professione cantoniere, ha voluto imparare a usare la macchina per scrivere, e ci si è chiuso dentro. Lui e lei. In una stanza. Un corpo a corpo che ha generato più di mille pagine. Orlando, invece, si è consegnato al mondo attraverso messaggi clandestini dal carcere, prima di finire fucilato alle Fosse Ardeatine, dove è finito perché rastrellavano a Montesacro, e a lui proprio quella sera la testa gli disse di andare a portare un saluto alla sua innamorata. Federico, poi, è lo zio di Saverio, a cui la contessa Emilia scriveva tante lettere, e quanto vorrebbe, Saverio, che tutti avessero scritto di più. È un colloquio con gli antenati, come faceva Machiavelli, ma senza bisogno di cambiarsi d’abito: le anime arrivano, si siedono, salutano, parlano, se ne vanno, ognuna con la sua vicenda, ognuna con la sua grafia. Accompagnato da un intervento di Ascanio Celestini e corredato da bellissime fotografie, il libro di Mario Perrotta, attore, autore, regista, pluripremiato in teatro e anche altrove, collaboratore dal duemilaotto dell’archivio diaristico, primo motore niente affatto immobile di tante iniziative illustri, è semplicemente appassionante. Emoziona, commuove, insegna. Il paese dei diari, Terre di mezzo editore. Come dice Saverio, per non smemorarsi.

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“Le invenzioni antifreddo di Stina”

le_invenzioni_antifreddo_d_Stinadi Gabriele Ottaviani

Che sapore avranno i fiocchi di neve?

Lani Yamamoto, Le invenzioni antifreddo di Stìna (traduzione di Sara Ragusa), Terre di mezzo editore. Stìna è una ragazzina che detesta l’inverno. Al tempo stesso, ha un ingegno tale da far sembrare Leonardo da Vinci uno di quegli adolescenti ai cui genitori, quando andavano a parlare con gli insegnanti, veniva ripetuta la classica frase, diventata ormai canonica come solo gli epiteti omerici sanno essere, che non vuol dire niente ma vuol dire tutto, e che tutti hanno ascoltato almeno una volta nella vita, ovvero “è intelligente ma non si applica”. Stìna pur di non sentire freddo si inventa qualsiasi cosa: poi, però, guarda fuori dalla finestra, e si rende conto che il gelo che sente dentro ha un’origine diversa da quella atmosferica… Belli i testi e deliziose le illustrazioni, si sfoglia con allegria.

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“Dimmi come mangi”

Dimmi_come_mangi_HIdi Gabriele Ottaviani

  • La spesa la fa? Le sarà capitato qualche volta…

No, la spesa in prima persona no. Vado qualche volta ad accompagnare mia moglie con funzione di portaborse… ma non decido nulla.

  • E sua moglie dove la porta a fare il portaborse? In piccoli negozi o in centri commerciali?

Vicino a casa abbiamo un’Esselunga quindi ci si appoggia lì prevalentemente. Non amiamo i centri commerciali però in questo caso, siccome lo frequenta da molto tempo, ha un rapporto non proprio del tutto astratto con il personale: si conoscono, fanno la chiacchierata… Però, quando andiamo in Friuli, andiamo al negozietto del paese. È una tristezza vedere che questi piccoli negozietti stanno scomparendo. Oltretutto costituiscono una forma di controllo sociale. Sempre più spesso sentiamo o leggiamo che un’anziana è morta in casa e la trovano dopo giorni. Per forza: se la signora Maria, che va ogni giorno a prendere il pane in quel tal negozietto, per un giorno non ci va, qualcuno si preoccupa; ma se non va al centro commerciale chi se ne accorge? Insomma, io vedo la diffusione dei centri commerciali come un segno della nostra tendenza a isolarci sempre di più.

(Brano tratto dall’intervista a Bruno Pizzul)

Dimmi come mangi, Paolo Corvo e Stefano Femminis, Terre di mezzo editore. Prefazione di Carlo Petrini, il nume tutelare dello slow food. Quattordici interviste imprevedibili sul cibo: Avati, Bastioli, Bianchi, Bonomi, Colò, Daverio, Giugiaro, Ovadia, Pizzul, Pomodoro, Poretti, Serra, Testa e Vitali. Siamo quello che mangiamo, diceva Feuerbach, ed effettivamente non gli si può proprio dar torto. E il cibo, inutile girarci intorno, specie in Italia è arte, cultura, passione, argomento di conversazione, eredità, retaggio, ricordo ed elemento fondamentale del tessuto sociale. Ognuno ha il suo rapporto, ognuno ha le sue preferenze ed idiosincrasie: il libro di Corvo e Femminis è una gita fuori porta con un bel gruppo di amici che ognuno può divertirsi a conoscere un po’ di più, scoprendo magari di avere insospettate affinità.

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“Il ragazzo selvatico” – Paolo Cognetti

Paolo-Cognetti-Il-ragazzo-selvaticodi Gabriele Ottaviani

Cominciai a tornare lassù sempre più spesso. E sempre meno, in quei giorni, mi sembrava necessaria l’esistenza di una casa. Ero diventato insofferente alla vita nella baita. Mi sarebbe piaciuto fare come i pastori di un tempo, che vagabondavano da un pascolo all’altro e si fermavano a dormire nei ripari offerti dalla montagna. Ne incontravo ogni tanto durante le mie esplorazioni: massi sporgenti alla cui base il terreno era stato spianato, e a volte chiuso da muretti a secco.

 

Paolo Cognetti ha un’ottima prosa, e con Il ragazzo selvatico, edito da Terre di mezzo, non fa che confermarlo, anche se ha cambiato completamente scenario: se nelle sue prime e più note opere il vero protagonista, al di là delle figure umane, era il paesaggio urbano, qui ci si sposta in un ambiente da cartolina. Almeno, in apparenza.

La natura incontaminata, quella nella quale si vedono ancora le stelle, di notte, perché non c’è l’abbacinante inquinamento luminoso delle nostre città, quella nella quale si sentono i profumi e i rumori del bosco, e soprattutto il rumore del silenzio, ormai in via d’estinzione come le lucciole e le foche monache, può essere infatti specchio e riflesso, canto e controcanto di un’anima alla ricerca di sé, tra luci e oscurità: la pietra e il legno sono gli elementi della sintassi di un discorso del cuore, in cui timidi e silenziosi animali sono depositari di segreti e possessori di un’acuta sensibilità, umana più che umana. Da leggere.

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“Babele 56” – Giorgio Fontana

babeledi Gabriele Ottaviani

“Quello di cui vado più fiero è questo”, mi dice. “Ho tenuto duro. Vivere così è stato terribile, perché io in Tunisia stavo bene. te lo dico senza mezzi termini: all’inizio avrei voluto morire. Mi mancavano mio padre e mia madre. Mi mancavano le comodità, qualunque cosa, tutto. Ma mi ha fatto capire cosa significa stare per strada e fare la fame.”
“È una cosa tipica del rap, vero?”
“Sì, l’orgoglio di averne passate di tutti i colori.” …

 

Non è certamente un caso che Giorgio Fontana si sia aggiudicato di recente uno dei più significativi riconoscimenti letterari del nostro Paese, ossia il Premio Campiello, raccontando una storia di coraggio e impegno civile: perché ha una prosa attenta al dettaglio, che sa fotografare la realtà e scavare al di là della superficie. Inoltre, evidentemente sa ascoltare, perché in particolare nei suoi dialoghi non c’è la retorica, caratteristica di chi riproduce sensazioni che non conosce, e si muove per sentito dire, pur non essendo Salgari, che non era mai stato nelle giungle d’Oriente eppure le ha sapute tramandare: Fontana racconta, e quello che dice suona vero.

Inoltre, come già fatto per esempio da Albinati, si avvale di un mezzo di trasporto come luogo che ne mette in comunicazione altri, come punto di partenza e di arrivo, come non-luogo, persino, di passaggio, di transito, di condivisione, come espediente narrativo e narratologico e non solo: e anche la comunicazione, in realtà, si muove attraverso strade tortuose, che ricordano la biblica esplosione di linguaggi, punizione della superbia umana.

Babele 56, pubblicato da Terre di mezzo editore, è un volume breve, intenso e potente, che squarcia un velo su certi frammenti di vita che ci passano davanti agli occhi e noi, più o meno volutamente distratti, li ignoriamo.

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