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“L’imitazion del vero”

Fronte copertina, L'imitazion del vero, Sinigaglia (1)di Gabriele Ottaviani

Frattanto Petruzzo, incoraggiato dalla credulità di Nerino ma altresì indispettito dal fatto ch’egli di nessuna sua impresa più non sembrasse stupirsi, era sospinto dalla necessità di migliorarne l’effetto a mutar del suo teatro i personaggi e gli arredi. E considerato come, una notte che, o per un fatale accidente o a cagion della sua sventatezza focosa, s’era egli congiunto con una madonna non ignota a Nerino, la di lui maraviglia si fosse mostrata assai più dell’usato, a cotale imprudenza ripetutamente si espose. Ed eletta fra tutte la moglie di Ser Costantino, che sapeva Petruzzo esser cliente della bottega di Mastro Landone poiché delle sue mirabili macchine scalpitanti e fumanti soleva in occasion di conviti e di balli i suoi giardini allietare, una gran notte si risolse a consumar con colei la più memorabil delle sue imprese d’amore. Purtroppo non sapeva Petruzzo quel che Nerino sapeva, e cioè che Madonna Gertrude, moglie di Ser Costantino, era insieme con questi per Palermo partita alcune settimane innanzi, e dalla Sicilia a Lopezia non era ancora né sarebbe per alcun tempo tornata. Sì che Nerino si ebbe veramente dal racconto di Petruzzo una grandissima maraviglia poiché, domandatogli senz’alcuna malizia, ma sol per meglio figurarsi la stagione e la scena, quando si fosse stato ch’egli da Madonna Gertrude era venuto a portar gli ortaggi e le frutta e che n’era stato ricevuto, rispose Petruzzo essersi stato il martedì precedente. Del che, considerando Nerino come Madonna Gertrude non potesse ad un tempo a Palermo e a Lopezia trovarsi, com’egli sapesse per certo ch’era ella quel martedì a Palermo e come Petruzzo a Palermo martedì non potesse a sua volta trovarsi poich’era a Lopezia la sera, Petruzzo non venne creduto…

L’imitazion del vero, Ezio Sinigaglia, Terrarossa. Nel novero dei cinquantaquattro contendenti allo Strega di quest’anno, su segnalazione di Lorenza Foschini, che così si è espressa: «L’imitazion del vero colpisce per l’eleganza e la ricercatezza della scrittura e per l’originalità del soggetto: un racconto amorale che ricorda per lo stile, l’ironia e la bellezza della prosa una novella di Boccaccio. In questo libro Sinigaglia mostra inoltre la sua singolare capacità di camuffare il lessico contemporaneo facendolo “sembrare” antico, sfruttando un’elegante sintassi e una prosodia della musicalità incantevole. É grazie a questi elementi stilistici e al ritmo serrato della narrazione che prende vita il racconto: una storia d’amore licenziosa e originalissima, un conte philosophique sulla natura misteriosa e oscura dell’amore “socratico” e sulle leggi del desiderio. L’imitazion del vero è un libro che sorprende dal principio alla fine.» Sinigaglia, con stile inconfondibile che mima la lingua suggestiva di un tempo remoto ma dai sentimenti attuali perché sempiterni, al pari dell’umana natura, affascinante, intrigante, potente e curatissimo, narra, col tono d’un madrigale, d’una sinfonia, di un balletto sulle punte, sul filo sottile ma solido teso tra realtà e finzione, apparenza e verità, inganno e burla, celia, scherzo, beffa, dissimulazione di ciò che si fa fatica a dire, perché, si sa, le cose più importanti sono le più ardue a pronunciarsi, perché pare che uscendo dal confine delle labbra si sgonfino, come una meringa mai nata, la vicenda di Mastro Landone, il più talentuoso inventore e artigiano che esista sulla faccia della terra, che però nella sua Lopezia, principato in cui vive, è solo e infelice, perché non può essere quel che davvero è, non può godere con chi vuole, non può amare chi ama. Ma… Meraviglioso.

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“Il pantarèi”

619oz6-8sLL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dunque, mi dissi, vuole piacermi.

Il pantarèi, Ezio Sinigaglia, TerraRossa. Pubblicato per la prima volta trentaquattro anni fa e ora nuovamente edito dalla sempre meritoria TerraRossa, Il pantarèi di Ezio Sinigaglia, milanese, classe millenovecentoquarantotto, redattore, traduttore, fotocompositore, copywriter, ghostwriter, autore di guide turistiche, docente di scrittura all’Università di Milano Bicocca e anche altrove, è la storia, narrata con una lingua originalissima, pregiata, preziosa, artistica ma mai ostica, lirica, metaletteraria, necessaria, attualissima, nella nostra società spersonalizzante, materiale, materialista, che tutto mercifica, precaria, violenta, cattiva, malata, egoista, rissosa, rabbiosa, ipocrita, invidiosa, sprecona, ambigua, prepotente e prevaricatrice, di Daniele Stern, figura di cui si avvale l’autore per superare il confine del romanzo in quanto meramente, ammesso e non concesso che l’avverbio sia legittimo, tale, in ossequio a quanto teorizzato e praticato da molti altri autori, in primo luogo Alberto Arbasino, ma non solo. Daniele Stern è per sua stessa ammissione un poligrafo senza occupazione che riceve il compito (tenete presente che è di questi giorni, nell’anno del Signore duemiladiciannove, la notizia della chiusura di un canale televisivo dedicato alla settima arte per fare posto a due canali, uno cosiddetto maschile e l’altro cosiddetto femminile: che a breve si ritorni alle scuole medie a dividere le classi fra chi fa economia domestica e chi si diletta con la falegnameria?) di redigere un saggio riguardante il Novecento letterario, per un’enciclopedia il cui intento è quello di coinvolgere la più ampia porzione possibile di pubblico, specialmente quello delle donne. Scrivendo dei più importanti letterati, però, poiché la letteratura parla della vita, e ognuno, animale sociale com’è, si riverbera nelle parole d’un altro, Daniele pare confondere le sue personali vicende biografiche con le trame delle opere della cui citazione si avvale nel suo discorso. E… Assolutamente imprescindibile.

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“Adesso tienimi”

51B6i8y784L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

E io penso a te. A quando mi immaginavo che saremmo stati nella nostra cucina insieme. E non ci sarebbero stati più coltelli puntati alla gola, come quella volta.

Adesso tienimi, Flavia Piccinni, Terrarossa. A dodici anni di distanza dalla prima apparizione in libreria, tempo lungo durante il quale l’autrice, allora ventenne, ha fatto, con pieno merito, tantissima strada, torna sugli scaffali, cambiando veste editoriale e casa editrice, la storia di una ragazza tarantina come colei che le dà vita sulla pagina che, a diciassette anni, conosce già tutto l’orrore che non dovrebbe vedere, e racconta senza retorica la storia omicida della sua ossessione. Potente, deflagrante, tagliente, costringe a riflettere, a guardare in faccia la realtà. Da non perdere.

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“Il cadetto”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Alla compagnia vennero aggregati due nuovi elementi: il caposcelto Zanna e l’istruttore Chiappa, due anziani della quarta che l’anno precedente si erano distinti nello studio, nell’attività fisica e in quella strategico-militare. Il loro compito divenne quello di prendersi cura di noi cappelloni. Diventammo il loro passatempo preferito. Dormivano con noi, mangiavano con noi, ci seguivano nello studio e soprattutto ci punivano in continuazione. Chiappa era un nanetto irascibile con un fondo di umanità. Zanna invece era un castigo di Dio. Si alzava di notte e ti puniva nel sonno, era meticoloso come una madre e malefico come un demone. Zanna controllava le tue camicie, le tue mutande, ti interrogava in matematica, ti riprendeva se non usavi a dovere il tovagliolo o se le tue scarpe non somigliavano alla corazza di uno scarafaggio. Nel giro di qualche giorno mi ritrovai sul collo Aneddis, Poltiglia, Chiappa e Zanna. Aneddis, l’anziano scoppiato, mi raccomandò vivamente al caposcelto e questi non perse mai occasione per mettermi in croce. Una volta rasentai il guinness. Mi punì all’alba perché ero sveglio prima della tromba, dopo due minuti mi punì perché avevo imprecato in camerata e subito dopo perché s’era ricordato che mi sarei dovuto presentare la sera precedente a eseguire cinquanta flessioni, mandato da Aneddis. Totale: non erano ancora le sei e mi ero beccato tre punizioni. Ma anche Poltiglia incalzava…

Il cadetto, Cosimo Argentina, Terrarossa edizioni. La riedizione dell’esordio letterario di Cosimo Argentina è ancora più incisiva della versione iniziale con cui l’autore si è palesato, con pieno merito, perché la sua voce è scabra, intensa e cristallina, ormai diversi anni fa. Riecheggiano echi tondelliani nella sua prosa maiuscola, complessa, potente e articolata, che dà piena cittadinanza al male di vivere che spesso, spessissimo si incontra, anche, se non soprattutto, quando si è giovani, quando si è in bilico sul bordo di un precipizio, sull’orrido della vita di cui non si vede il fondo, tra essere, voler e poter essere, sfere senza attrito trascinate giù lungo un piano inclinato ripidissimo e tortuoso. Eppure qualcosa che frena la caduta c’è, la consapevolezza, la solidarietà: e Leo è sempre dalla parte degli ultimi, degli emarginati, dei reietti, dei respinti, dei soli, dei rifiutati. Taranto, città malata di fumi e affamata di lavoro, è la culla che abbandona perché la sua ribellione trovi un canale all’accademia militare di Modena, ma presto quella vita gli sta stretta, e lo ritroviamo studente e lavoratore, tra Bari e Milano, e poi, ancora… Un entusiasmante ritratto della brama di vita che tutti infuoca: da non perdere.

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“Restiamo così quando ve ne andate”

timthumbdi Gabriele Ottaviani

Suono Weill. «Rispondimi – dice. – Smetti di suonare e rispondimi.» Non piange. «Non so tu – continua – ma io ho bisogno di soldi. Si tratta di un lavoro ben pagato.» Suono. «Magari qualcuno degli invitati ci chiama poi al suo matrimonio – dice. – Potrebbe funzionare. Ti hanno licenziato dall’ ipermercato – è come gliel’ho raccontato io. – Come pensi di campare?» Non sta piangendo. Sta urlando. «Smetti di suonare – sta urlando. – Rispondimi. Come pensi di campare? Hai una strategia? Hai un obiettivo?» Smetto di suonare. «L’obiettivo sono io» dico. Monica esce dalla stanza. Si mette il cappotto e se ne va da casa sbattendo la porta. Rimango seduto al pianoforte, nel silenzio. Tre colpi sul muro. Fatima applaude. Fatima applaude.

Restiamo così quando ve ne andate, Cristò, Terrarossa edizioni. Vita, amore e morte. E musica, naturalmente, canto e controcanto per paure, speranze, sogni, bisogni e ossessioni. L’esistenza contemporanea è fatta di abiti, abitudini e abitazioni, e ogni abitazione di norma si compone di stanze, vani che possono essere vuoti ma certo non vacui: sono il fondale che decoriamo, il mondo in cui ci muoviamo, ci vestiamo, ci addormentiamo, facciamo sesso o ci ritroviamo a piangere con l’anta del frigo aperta perché così nessuno lo veda, nemmeno il nostro riflesso nello specchio quando siamo soli. Sono personaggi inanimati della nostra quotidianità: ebbene, Cristò, giovane e brillantissimo autore barese, dalla vena dolce e dolente, tragicomica, ironica, allegorica, dà voce. A loro e al male di vivere di un quarantenne che lavora in un ipermercato e che combatte senza convinzione la noia che lo attanaglia. Ma… Da non perdere.

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