Libri

“Il cadetto”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Alla compagnia vennero aggregati due nuovi elementi: il caposcelto Zanna e l’istruttore Chiappa, due anziani della quarta che l’anno precedente si erano distinti nello studio, nell’attività fisica e in quella strategico-militare. Il loro compito divenne quello di prendersi cura di noi cappelloni. Diventammo il loro passatempo preferito. Dormivano con noi, mangiavano con noi, ci seguivano nello studio e soprattutto ci punivano in continuazione. Chiappa era un nanetto irascibile con un fondo di umanità. Zanna invece era un castigo di Dio. Si alzava di notte e ti puniva nel sonno, era meticoloso come una madre e malefico come un demone. Zanna controllava le tue camicie, le tue mutande, ti interrogava in matematica, ti riprendeva se non usavi a dovere il tovagliolo o se le tue scarpe non somigliavano alla corazza di uno scarafaggio. Nel giro di qualche giorno mi ritrovai sul collo Aneddis, Poltiglia, Chiappa e Zanna. Aneddis, l’anziano scoppiato, mi raccomandò vivamente al caposcelto e questi non perse mai occasione per mettermi in croce. Una volta rasentai il guinness. Mi punì all’alba perché ero sveglio prima della tromba, dopo due minuti mi punì perché avevo imprecato in camerata e subito dopo perché s’era ricordato che mi sarei dovuto presentare la sera precedente a eseguire cinquanta flessioni, mandato da Aneddis. Totale: non erano ancora le sei e mi ero beccato tre punizioni. Ma anche Poltiglia incalzava…

Il cadetto, Cosimo Argentina, Terrarossa edizioni. La riedizione dell’esordio letterario di Cosimo Argentina è ancora più incisiva della versione iniziale con cui l’autore si è palesato, con pieno merito, perché la sua voce è scabra, intensa e cristallina, ormai diversi anni fa. Riecheggiano echi tondelliani nella sua prosa maiuscola, complessa, potente e articolata, che dà piena cittadinanza al male di vivere che spesso, spessissimo si incontra, anche, se non soprattutto, quando si è giovani, quando si è in bilico sul bordo di un precipizio, sull’orrido della vita di cui non si vede il fondo, tra essere, voler e poter essere, sfere senza attrito trascinate giù lungo un piano inclinato ripidissimo e tortuoso. Eppure qualcosa che frena la caduta c’è, la consapevolezza, la solidarietà: e Leo è sempre dalla parte degli ultimi, degli emarginati, dei reietti, dei respinti, dei soli, dei rifiutati. Taranto, città malata di fumi e affamata di lavoro, è la culla che abbandona perché la sua ribellione trovi un canale all’accademia militare di Modena, ma presto quella vita gli sta stretta, e lo ritroviamo studente e lavoratore, tra Bari e Milano, e poi, ancora… Un entusiasmante ritratto della brama di vita che tutti infuoca: da non perdere.

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“Restiamo così quando ve ne andate”

timthumbdi Gabriele Ottaviani

Suono Weill. «Rispondimi – dice. – Smetti di suonare e rispondimi.» Non piange. «Non so tu – continua – ma io ho bisogno di soldi. Si tratta di un lavoro ben pagato.» Suono. «Magari qualcuno degli invitati ci chiama poi al suo matrimonio – dice. – Potrebbe funzionare. Ti hanno licenziato dall’ ipermercato – è come gliel’ho raccontato io. – Come pensi di campare?» Non sta piangendo. Sta urlando. «Smetti di suonare – sta urlando. – Rispondimi. Come pensi di campare? Hai una strategia? Hai un obiettivo?» Smetto di suonare. «L’obiettivo sono io» dico. Monica esce dalla stanza. Si mette il cappotto e se ne va da casa sbattendo la porta. Rimango seduto al pianoforte, nel silenzio. Tre colpi sul muro. Fatima applaude. Fatima applaude.

Restiamo così quando ve ne andate, Cristò, Terrarossa edizioni. Vita, amore e morte. E musica, naturalmente, canto e controcanto per paure, speranze, sogni, bisogni e ossessioni. L’esistenza contemporanea è fatta di abiti, abitudini e abitazioni, e ogni abitazione di norma si compone di stanze, vani che possono essere vuoti ma certo non vacui: sono il fondale che decoriamo, il mondo in cui ci muoviamo, ci vestiamo, ci addormentiamo, facciamo sesso o ci ritroviamo a piangere con l’anta del frigo aperta perché così nessuno lo veda, nemmeno il nostro riflesso nello specchio quando siamo soli. Sono personaggi inanimati della nostra quotidianità: ebbene, Cristò, giovane e brillantissimo autore barese, dalla vena dolce e dolente, tragicomica, ironica, allegorica, dà voce. A loro e al male di vivere di un quarantenne che lavora in un ipermercato e che combatte senza convinzione la noia che lo attanaglia. Ma… Da non perdere.

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