Libri

“Diario da un interno”

di Gabriele Ottaviani

Palermo, 29/03/2020

Oggi è di nuovo domenica e sinceramente mi sento sola. Non so il motivo; mia madre mi aiuta sempre e cerca di stare con me, ma non mi sento presente in quello che faccio, come se non ci fossi davvero. Di pomeriggio ho visto un film con i miei genitori e mi è piaciuto, ma probabilmente il mio volto e i miei comportamenti non lo facevano capire. Magari ai miei genitori dà fastidio che non dimostro molta felicità e lo capisco in quanto fanno del loro meglio, ma non vedono in me la felicità che si aspettavano. Sono in un periodo strano… ad esempio mi viene spesso da piangere e non so il motivo. Quindi mi distraggo, magari stando al telefono, e può sembrare che sia triste o arrabbiata, quando probabilmente sto solo pensando o cercando di distrarmi. Però, in realtà, non so neanche io quale sia il problema e quindi la soluzione. In questo periodo mi rasserena parlare con mia nonna, anche lei molto preoccupata; proprio perché condividiamo queste emozioni, magari riusciamo a trovare conforto l’una nell’altra… Non so se questo stato d’animo sia dovuto alla situazione, perché sto sempre a casa o perché studio troppo, ma mi sento strana e vorrei solo che qualcuno mi capisca (come sta facendo appunto mia nonna).

Ciao,

Micol

Diario da un interno, Micol R. Vassallo, Terra d’ulivi. Prefazione di Kristian Guttadauro. Decine di migliaia, e il numero continua a salire. Sono i morti, solo in Italia, per colpa di un virus, un grappolo di nucleotidi che protetti da un capside proteico nel momento in cui trovano un organismo che suo malgrado li ospiti si riproducono e fanno danni: come in brutto film di fantascienza, come in una pellicola dell’orrore per cui si ha bisogno di una notevole sospensione dell’incredulità per non provare disgusto e fastidio, da quasi un anno tutto il mondo, a parte qualche area fortunata come la Nuova Zelanda, di fatto non vive più e osserva l’esistenza cui non può prendere parte come l’Eveline joyciana di là dai vetri delle finestre, dietro una coltre di polveroso cretonne. Siamo diventati diffidenti, non ci abbracciamo più, siamo esasperati ed esacerbati: è immenso il prezzo sanitario, enorme quello economico, devastante quello emotivo. Amici che si sono persi, nonni che non possono coccolare i nipoti, ragazzi privati della normalità che tutte le generazioni hanno avuto da sempre. Micol Vassallo ha compiuto tredici anni lo scorso diciotto di giugno, ma la sua prosa ha una maturità che impressiona, commuove, emoziona, conquista: ha scritto, usando le parole che ognuno di noi avrebbe voluto essere in grado di conoscere e adoperare in forma così limpida e bella, il diario, dall’otto di marzo al sedici di giugno del maledetto duemilaventi, della sua e nostra inquietudine, e al contempo l’inno della nostra e sua speranza. Da non perdere. Splendido sin dalla copertina.

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Intervista, Libri

“Rapsodie ungheresi”: intervista a Kristian Guttadauro

copertina-440x629di Gabriele Ottaviani

Kristian Guttadauro ha scritto Rapsodie ungheresi: Convenzionali lo intervista con gioia per voi.

Che rappresenta il viaggio per te?

La mia idea di viaggio con il tempo si è evoluta. Ho iniziato a viaggiare parecchio sin da bambino con la mia famiglia, spesso viaggi lunghi e forse un po’ insoliti come andare in auto da Palermo a Oslo e Stoccolma, o ancora da Palermo a Budapest (la mia prima volta in terra magiara) quando esisteva ancora la cortina di ferro. Anni dopo ho scelto l’aereo, sono andato spesso da solo ritrovandomi anche in luoghi come Budapest o Mosca che avevo visto in una particolare epoca storica e adesso completamente rivoltate come un calzino. Ho sempre avuto interesse per i luoghi storici, i monumenti, ma la mia attenzione maggiormente si sposta sempre sulla gente del luogo, come vive, cosa fa, cosa pensa. Per questo motivo negli ultimi anni prima di ogni viaggio ho sempre cercato un contatto in luogo che potesse mostrarmi quello che normalmente il turista non vede, non può vedere o non è capace di vedere. Viaggiare è sempre scoprire qualcosa che quotidianamente vive e di cui tu non eri a conoscenza né lei di te. E dunque è come un’incontrarsi di mondi diversi e paralleli che ad un certo punto vengono in contatto, ma solo se c’è l’interesse a farlo.

Da che esigenza nasce questo libro?

Questo libro nasce quasi per gioco. Ho sempre scritto qualcosa ma da qualche anno mi era venuta in mente una storia fa sviluppare in un romanzo. E così tra viaggi e lavoro mi sono messo a scrivere ma non pensavo di andare al di là di questo. Oltre a questa storia, ho scritto qualche racconto ed un giorno, solo per curiosità, ne ho gatto leggere uno ad un amico scrittore. Gli è piaciuto e mi ha spinto a continuare, magari intanto con una raccolta di racconti brevi visto che ne avevo già qualcuno. L’idea mi è piaciuta perché amo le sfide e soprattutto quelle con me stesso e così alla fine è nato Rapsodie ungheresi.

Qual è l’anima di Palermo, Dublino, Budapest? Punti di contatto e differenze.

Palermo è dove sono nato e vissuto per una bella fetta della mia vita. Trentasette anni che pochi non sono. Dublino è dove vivo adesso, la città che mi ha dato quello che purtroppo Palermo – per colpe non suo – non è riuscita a darmi. Parlo di un lavoro vero, stabile. Una carriera. Anche se devo confessare che, probabilmente contrariamente a tanti altri nelle mie condizioni, non ho lasciato l’Italia per il lavoro. Ne avevo uno, nulla di che e sicuramente non di prospettiva, ma c’era e comunque la mia situazione economica e familiare non era tale da spingermi ad andare. Sono andato parlando di lavoro e carriera ma pensando a qualcosa di diverso. Volevo mettermi alla prova. Volevo dimostrare che potevo farlo e nel frattempo scoprire che cosa voleva dire vivere in quel mondo che ho assaporato sempre più volte nei miei viaggi per poi tornare sempre a casa. Mi considero più un avventuriero da questo punto di vista piuttosto che qualcuno partito per necessità. Magari qualcuno potrà non capire o apprezzare, ma sinceramente non mi interessa. Era una questione personale. E pensando a Palermo e Dublino pensiamo a due città più o meno simili in grandezza, piuttosto cosmopolite e con una bella voglia di vivere. In modi diversi, ma lo fanno. Certo sono lontane anni luce tra loro per aspetti come il tempo (vorrei tornare a lamentarmi di quanto caldo faccia quando a luglio a Dublino piove…), le opportunità di svilupparsi e crescere autonomamente, la vivibilità pensando a chi vuol farlo bene e con un lavoro. Ma la gioia di vivere degli irlandesi e quella dei palermitani per certi versi riescono a ritrovarsi. Sicuramente non capirò mai del tutto i miei neo-concittadini perché la mia italianità me la porto sempre dietro, ma il feeling alla fine c’è e sicuramente più intenso di quello che avrei potuto trovare un’altra città come Londra per esempio. E poi c’è Budapest. La sua anima è diversa da quella di Dublino. La storia la senti molto di più anche nei suoi aspetti più pesanti soprattutto pensando alle vicende che hanno visto la città protagonista nella Seconda guerra mondiale e poi gli anni di socialismo dietro la cortina di ferro. Senti questa storia, senti e vedi l’eredità lasciata dall’Impero Austro-Ungarico ed i secoli di attrito tra il mondo occidentale e quello orientale, la pressione dei turchi, la difesa della cristianità. Tutto questo lo vedi nei palazzi ottocenteschi che portano ancora i segni delle bimbe dell’assedio di Budapest così come in alcuni bagni termali di chiarissima architettura ottomana o nella lingua ungherese che ho iniziato a studiare e che nasconde parole e suoni di derivazione turca. Tutto questo mi ricorda l’anima della mia città natale, Palermo, dove nel dialetto, nel cibo di strada e non solo e nella sua architettura trovi i lasciti di arabi, normanni, spagnoli, francesi. È questo è un punto in comune tra le due città che Dublino ovviamente non possiede. Budapest mi ricorda una Parigi dell’Europa centrale, ma allo stesso tempo un baluardo di confine. Ci sono ovviamente altre città in Ungheria, ma qui la differenza tra la capitale e le “altre” è molto più evidente. Mi piace la gente. Ne ho conosciuti e ne conosco tanti di ungheresi. Forse qui a Dublino mi vedo più con amici magiari che con italiani o irlandesi. Mi piace la loro semplicità che potrei paragonare a quella dei miei corregionali siculi. Palermo, Dublino e Budapest si sono incontrate forse per caso nella mia vita ma in fondo direi quasi che si sono ritrovate in me come era giusto che fosse.

Che ruolo riveste per te la musica?

Beh, confesso che se da un lato ritengo che la musica abbia sempre un ruolo di primo piano nella vita, dall’altro non sono un grandissimo esperto. Ma in qualche modo riesco sempre a trovare un’associazione tra una musica o una canzone particolare nei diversi momenti della vita che vivo quotidianamente. Se guido, se cucino, se mi trovo in aeroporto, nella mia mente trovo sempre un’ideale colonna sonora che sostiene quell’attimo e possibilmente me ne rende molto più facile il ricordo successivamente. C’è sempre un motivo che può accompagnare perfettamente ogni istante di vita.

Qual è il ricordo più intenso che hai dei tuoi reportage dall’Egitto?

L’esperienza in Egitto è stata la mia prima esperienza lavorativa all’estero e sinceramente indicare un momento o un luogo particolare mi riesce un po’ difficile. Ho tantissimi bei ricordi legati alle persone che ho incontrato ai luoghi. Posso ricordare il muro blu del Mar Rosso quando facendo un bagno, snorkeling o un’immersione davi le spalle alla “sicurezza” della barriera corallina e contemplavi questa profondità assoluta a pochi metri da te, un universo di vita fatto di un colore solo ma che dentro di sé racchiude di tutto. Il deserto all’alba con un cielo pieno di stelle che non avevo mai visto prima e la tranquillità del beduino che tostava sul fuoco il caffè, compiendo un gesto per lui normalissimo quella mattina ma che da quelle parti si ripete da centinaia di anni. Ma vorrei citare anche quel giorno quando ci fermammo a mangiare lo shawarma in posto sperduto lungo la strada e io, che ovviamente non posso mai essere come gli altri, invece della Coca Cola ordinai una Fanta. Peccato che l’avevano finita. Dissi che qualcos’altro andava benissimo, ma no, il padrone insistette che non c’erano problemi. Ci guardammo stupiti e dopo alcuni minuti la figlioletta si avvicinò con una bottiglia di Fanta comparata nel vicino negozio e un secchiello di ghiaccio. Un gesto che secondo me racchiude in se stesso tutta la semplicità di chi abita in luoghi meravigliosi come quella parte di Egitto ma lontani davvero anni luci dalla nostra ipersofisticata società.

Perché scrivi?

Scrivo perché mi piace e devo dare sfogo a qualcosa che spesso brucia dentro di me e non riesce a vedersi pienamente soddisfatta nella vita di ogni giorno. Attenzione, non è una fuga dal reale. Tutt’altro, piuttosto un’esigenza come quella di bere, di mangiare. Osservo tanto quello che mi scorre davanti a lavoro, quando faccio la spesa o sono con amici e tutto scatena spesso delle riflessioni, dei paralleli cui ho voglia di dare spazio in una pagina bianca. Come ho scritto nel mio primo racconto di Rapsodie Ungheresi, “Tra le linee”, magari sono spunti che non possono fregare a nessuno. Forse, ma io lo faccio per me stesso. Come penso molti altri e persone che scrivono alla fine lo fanno per questo o, almeno, hanno iniziato a farlo. In Rapsodie ungheresi c’è tanto di me, di quello che ho vissuto e visto. Ma, come ho già detto ad alcuni amici, non dirò mai quanto sia stato solo un’invenzione e quanto invece appartenga effettivamente a situazioni che ho vissuto. Resto “tra le linee” e nel frattempo scrivo e do spazio ai miei pensieri.

Prossimi progetti?

Il prossimo progetto è sicuramente il romanzo cui pensavo prima di scrivere questa raccolta. La storia c’è o, quantomeno, so già come comincia e si sta sviluppando nella mia mente. Ma non c’è fretta. Posso dire solo che gli ultimi due racconti di Rapsodie ungheresi volutamente rappresentano una testa di ponte con quello che seguirà.

In quale città vorresti vivere?

In questo momento vivo a Dublino ma so per certo che non rimarrò qui. A un certo punto questa esperienza si chiuderà con mia piena soddisfazione anche se chi, più tradizionalista di me, possibilmente non capirà la mia scelta. Ma ritengo che casa e lavoro non rappresentino generalmente tutto nella vita. Ed a me sicuramente non bastano. Proprio ieri ho avuto l’onore di essere invitato ad un Tej fakasztó. È una tradizione ungherese, mi hanno spiegato. Quando nasce un bambino il padre organizza questo ritrovo con suoi amici solo uomini, si mangia e si beve tanto per celebrare la nascita del piccolo. E più si beve tutto insieme più si propizia tanto latte per la madre per nutrire al meglio il bambino. Ero l’unico non ungherese e parlando del più e del meno un mio amico che ama tanto l’Italia mi chiedeva perché fossi così tentato dal trasferirmi a Budapest. Mi spiegava quanto fosse non semplice la vita lì oggi, una situazione molto simile anche a quella di tanti italiani che lasciano casa per andare all’estero. Capisco pienamente il suo punto di vista: lui ha fatto come diversi miei amici e colleghi italiani. E quindi si chiedeva perché volessi rigettarmi nella fossa dei leoni. Beh, dico che nella vita spesso capita di prendere decisioni in controtendenza, che apparentemente non possono trovare una valida e condivisa motivazione alle spalle. Ma penso che quando chi le prende le ha maturate dentro di se e le sente proprie, quelle sono sfide che devono essere accettate. Budapest è un’opzione e così come Dublino, non posso garantirti che sarà quella definitiva perché rischierebbe solo di essere una nuova catena e sinceramente non ne sento proprio il bisogno. Ma considerando quanto mi riesca difficile tollerare il tempo qui a Dublino, non escluderei neanche un paese che amo molto come la Spagna. Si mangia bene anche lì, c’è Zafon e tanti altri e potrebbe davvero essere un’altra bella esperienza. Vedremo. A proposito, tanti auguri al figlio del mio amico ungherese, già che ci siamo.

Il libro e il film del cuore e perché.

Come l’Egitto anche qui tocchiamo un argomento davvero molto difficile. Guardo tantissimi film e di ogni genere. Fare un nome farebbe un torto agli altri. Posso dire che mi piacciono molto i film di Pedro Almodóvar così come quelli di Ferzan Özpetek. Tantissima umanità in svariati scenari, l’osservazione del quotidiano. Ma avrei tantissimi altri titoli da menzionare. E lo stesso problema si ripropone con i libri. Leggo tantissimo e svario tra più generi. In questo momento sto leggendo la biografia di Ferenc Puskás, uno spaccato di di calcio antico e storia dell’Ungheria e Charles Bukowski, un essere “mitologico”. Ma se vuoi un titolo che mi ha davvero preso, ti dico L’ombra del vento di Zafón. È stato osannato e criticato, io l’ho trovato semplicemente perfetto nella sua costruzione. Magari sarà stato scritto in una sorta di laboratorio, ma per me il risultato è stato assolutamente impeccabile nell’evoluzione della trama, nel finale. Spesso leggi molti libri che partono benissimo, ti trascinano, ti fanno sognare e sperare per poi concludersi banalmente o quanto meno con finali che potevano decisamente dare di più. Però questo non succede a L’ombra del vento. E questo mi ha davvero colpito e spinto a leggere tutto quello che Zafón ha scritto e ti dirò che per me Marina è un’altro piccolo gioiello con le sue atmosfere gotiche in una Barcellona di fine anni ‘70 ed ancora una volta col finale di una storia che tu prende e poi ti lascia davvero a bocca aperta ed a riflettere su quello che hai appena finito di leggere.

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Libri

“Rapsodie ungheresi”

copertina-440x629.jpgdi Gabriele Ottaviani

Resto da solo con i miei pensieri in una camera silenziosa, un caffè bollente ed una donna che non conosco che dorme e russa su un letto non mio.

Improvvisamente ho capito che non c’è nessuna persona giusta. Non esiste né in terra né in cielo né da nessun’altra parte, puoi starne certa. Esistono soltanto le persone, e in ognuna c’è un pizzico di quella giusta, ma in nessuna c’è tutto quello che ci aspettiamo e speriamo. Con questa citazione di Sándor Márai si aprono i testi della collana Galaverna diretta da Fabio Izzo per Terra d’ulivi, ed è un esergo davvero adatto anche per Rapsodie ungheresi (titolo fortemente evocativo, la mente non può non andare per riflesso pavloviano agli omonimi diciannove brani per pianoforte dalla libera forma composti da Franz Liszt e ispirati ai moti patriottici del milleottocentoquarantotto), bella raccolta di racconti (Tra le linee, che funge da introduzione, così come la Nota dell’autore finale è il degno sigillo, Le Lune di Venere, Aeroporto, Nel caffè, La sala da tè, Floating, Hó, Mattino, La bottiglia, Equinozio, Ero ciò che ero, Miraggio, Domenica di Pasqua, Rue galande e Il bagno turco) di Kristian Guttadauro (appassionato lettore e viaggiatore, giornalista, autore di alcuni reportage dall’Egitto, nativo di Palermo, vive – fa finta di farlo, dice, visto che più spesso è in volo verso l’Italia, Malta o l’Ungheria – a Dublino, ma la sua casa è stata anche Budapest, città conosciuta nei suoi mille volti anche attraverso il libro d’un autore brasiliano in cui si è imbattuto per caso: e alla terra magiara, a vario titolo, sono legati, per stessa confessione dello scrittore, queste vicende), che definisce con prosa intensa i tratti decisi di una commedia umana avvincente. Da non perdere.

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“Consigli dalla Punk Caverna”

IMG-20190212-WA0002.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ma è ora di finire di essere maleducati e di presentarvi i ragazzi: Spino, età ignota, è l’unico lavoratore in Italia che è sottoposto all’originale orario solare, ovvero lavora quando c’è il sole al supermercato locale, ovviamente in nero. Lo mandano a chiamare quando arriva la bella stagione e i primi turisti cominciano ad affacciarsi dalle nostre parti. Spino è anche il nostro batterista e durante il suo lavoro giù al supermercato non solo si esercita nelle percussioni grazie ai flaconi di detersivi sugli scaffali ma provvede a rifornire di straforo la nostra dispensa. Un taccheggiatore giù al tacco d’Italia in pratica. Ruscio, l’ideologo del gruppo. Uno che quando c’è da mettersi anema e core non si tira mai indietro, peccato che non faccia altrettanto con il portafoglio. Sta al negozio di biciclette e di articoli sportivi e ha una vera e propria passione per le catene. E’ la nostra seconda chitarra. E assieme a Spino stanno portando avanti un esperimento che hanno letto su Wikipedia: somministrano a dei ragni di allevamento, cioè trovati in giro e poi chiusi in una teca di vetro, varie sostanze. L’esperimento originale parlava di Lsd ma quello ci costa troppo così hanno ripiegato su altri generi di sostanze come caffè, coca cola e birra. Il risultato è che sti ragni non riescono più a tessere geometricamente la loro ragnatela e producono invece delle tele paranoiche e irregolari, strane a vedersi. Poi c’è Pri-Pri, detto anche il Puorco, Doppia Pri, Two Pri e Pri al quadrato, scegliete voi. Pri Pri è un grafico pubblicitario che, non so come, è riuscito a diplomarsi presso un istituto di Galatina senza avervi mai messo piedi. Pri Pri, si avvicina alla scena punk dopo aver imparato a suonare i tamburi nella curva del Melpignano. Dopo aver vissuto da squatter nel sottoscala di un fatiscente centro sportivo subaffittato ai rom, dopo essere stato il centro di accoglienza degli obiettori di coscienza, abbandona tutto per ricominciare da capo in seguito alla visione di un film rivelazione: Zombie News, da allora si è dedicato alla grafica e alla musica. Pri and Pri è uno che ha anche la passione per le vore, fosse carsiche tipiche del Salento, che hanno mantenuto invariato nel tempo il loro eco sistema preistorico e dov’ è altamente probabile trovarvi il nostro buon vecchio Pri Pri dopo una delle sue colossali sbronze di birra Raffo; perché nelle vore fa fresco e forse la Raffo, anche se prodotta a Taranto, è una delle poche birre che Spino riesce a far uscire dal supermercato senza troppi problemi. Pri Pri inoltre è il possessore dell’unico pc che abbiamo. Il collegamento a Internet lo scippiamo in Wi Fi all’albergo a quattro stelle che si innalza dietro alla nostra pagliara. In origine gli sceriffi a quattro stelle avevano ben pensato di criptare e proteggere il loro collegamento poi forse a lungo andare visto che andavamo sempre a chiedere di collegare il nostro pc al loro cavo, hanno pensato che è meglio non far trovare un gruppo di punk intento a guardare porno estremo e a scaricare musica improbabile ai loro benestanti clienti, e anche a noi sta bene così, anche se a dire il vero un po’ ci mancano i tuffi nella piscina all’aperto dell’albergo. Per finire di parlare di Pri Pri, bisogna dire che per la legge del contrappasso si mantiene disegnando i volantini pubblicitari di tutti quei venduti gruppi di pizzica. Ai pizzicari non gliene frega niente che Pri Pri sia Punk, anche perchè Pri per Pri è il meglio che c’è in zona e a lui, in fondo nel rispetto dell’ortodossia Punk, su quei manifestini ci molla su qualche suo grumo mucoso che solo lui sa fare nel rimescolio della sua gola scaracchiando dopo aver bevuto una Raffo. Pri Pri è il nostro bassista mentre la pagliara per chi non lo sapesse è invece una costruzione mitica pugliese. È la nostra piramide a ziggurath con i suoi scaloni, è il nostro trullo molto più plebeo, è la nostra casa colonica. Costruita in pietra ad incastro, è una costruzione di un piano con un tetto piatto anche se rialzato. Ve ne sono molte ormai in disuso lungo le strade statali, erano le antiche case dei contadini, dei nostri nonni. Quegli stessi nonni che presi per fame, le abbandonarono per andarsene alla Svizzera o in Germania, a lavorare lasciando qui la famiglia. Mani abili che avevano costruito miracoli col tufo, andarono ad arricchire e a ingrossare le fila degli sfruttati su in quel Nord lontano e indifferente ai tamburelli tarantolati delle rosse terre bruciate dal sole. Ora a noi che restava in un pianeta invaso da migliaia di lavoratori male in arnese quanto noi? Davvero che vi resta da fare se non che vivere in una pagliara dimenticata e portare il nostro disagio giovanile in giro per una terra di emigrati grazie alla nostra musica? Questa è l’epoca in cui davvero non vogliamo cambiare le cose, non c’è niente da cambiare, o meglio sono così tante le cose da cambiare che già solamente cominciare a elencarle mentalmente per una lista scritta si rivela essere stancate. Meglio rimorchiare qualche turista svizzera attirata qui dalla fama ragamuffin del Salento e mostrarle nei nostri primitivi istinti sessuali la violenza punk in gang di gruppo…

Il punk non è solo un genere musicale: è un vero e proprio stile di vita, una visione del mondo. Fabio Izzo, che scrive bene e in modo originale, intenso, divertente, brillante, profondo, che tratteggia con precisione gli ambienti e l’animo umano, in cui scava con perizia e senza retorica, racconta di un Salento in cui Heyjoe, cantante e chitarrista dei White Rubbish – ma il sogno inconfessabile è di diventare un amministratore di condominio – appassionato di libri, si ritrova d’improvviso col cuore spezzato nel peggiore dei modi possibili, ammesso e non concesso che ne esistano di poco dolorosi. D’altro canto, però, questa potrebbe essere l’occasione per dare una svolta, finalmente, alla propria esistenza, insieme agli amici di sempre e non solo: se non fosse che il mondo non è generoso con chi rifugge schemi e convenzioni, o quantomeno vorrebbe tanto potersi permettere di farlo. E allora… Consigli dalla Punk Caverna: A noi punk non ci resta che Al Bano, Terra d’ulivi: una delizia.

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Libri

“Primo”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Inesperto, analfabeta d’amore

come roccia sotto la cascata

respingo le gocce, via da me

troppo impermeabile a quest’affetto.

E così sento di non aver sensibilità

e quindi cosa sono io, un poeta?

O un buffone imitatore del canto altrui?

Primo, Valerio Succi, Terra d’ulivi. Valerio Succi, ventenne originario di Lugo che ha abitato a Bagnacavallo fino a quando non ha iniziato a frequentare la facoltà di lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, città dove attualmente vive, ha già pubblicato alcuni suoi scritti in varie antologie ma è ora alla sua prima, e davvero, vista la densità delle sue parole, si spera non ultima, opera in versi. Divisa in varie sezioni, è caratterizzata per un linguaggio semplice, chiaro, brillante, intenso, che indaga con cura, attenzione e acume l’estrema varietà dell’umana sensibilità di fronte all’avventura della vita. Da leggere.

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Libri

“I cavalieri che non fecero l’impresa”

i-cavalieri-che-non-fecero-l-impresa-sito-220x314.jpgdi Gabriele Ottaviani

– Perché l’hai fatto?

– Perché devi fare attenzione, molta! Lei non è affatto quello che sembra, non è così dolce, una volta che ti entra nella testa ti inonda di storie e, soprattutto, non farla entrare nel cuore, questo mai, ricorda, ragazzo, questo mai!

– L’hai amata?

– Come nessun amore potrà mai essere, ma fai attenzione, ricorda, non è una donna qualunque, semplicemente non è una donna, lo sembra ma non lo è.

– Capisco.

– Forse puoi capire ma non sai. Non lo sai davvero. Però mi ha lasciato storie, storie e storie, mi sembra di impazzire a volte, l’ho tenuta solo qualche anno con me eppure era lì, è qui, sarà qui, nella testa e nel cuore. Appena vedi che ti inonda la testa, non fare come me, non trattenerla, lasciala andare. Ora vai e fatti trovare pronto, sempre!

I cavalieri che non fecero l’impresa, Fabio Izzo, Terra d’ulivi edizioni. Magnifico e geniale, verrebbe da dire, se non risultasse un po’ troppo altisonante. Ma in effetti non paiono esserci definizioni più azzeccate dopo aver letto con gioia questo romanzo che gioca con la lingua, la letteratura, la storia, il mito, la leggenda, l’ironia di un mondo che si crede tanto serio ma in realtà è solo misero e buffonesco. Sembra il palazzo di Cnosso a Creta, un labirinto vero e proprio, la trama di questo romanzo, perché a ogni angolo si pare un bivio, una possibilità, un gioco che gioco non è. L’arte, la guerra, l’amore, la storia: i grandi temi ci sono tutti, e non per far numero. Ogni cosa, qui, infatti, ha un senso. E non è così frequente. Hildebrando Aristolakis è l’ultimo discendente di una casata che, oltre ad avere evidentemente una certa avversione per i nomi semplici, intreccia la sua esistenza come la vite al palo che la sostiene col Monferrato, terra tranquilla ma solo in apparenza, di cui si chiede di conservare la memoria. La ballata di un giovane che vuole vivere la sua vita nonostante tutto sembri cospirare contro la sua serenità, un’esegesi di piccole epiche gesta e minime e comuni gioie, tra fumetti, Polonia, precariato, musica e pallone: c’è tutto questo, e molto altro ancora nel romanzo di Izzo, da non lasciarsi sfuggire.

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