Teatro

“Racconti d’aria”

foto racconti d'aria (formato leggero)Pubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa.

La compagnia Materiaviva presenta

Racconti d’Aria

“…ogni uomo, in ogni istante, racconta una storia…”

 

Racconti d’Aria è uno spettacolo in più capitoli, nato da un progetto di ricerca e creazione finalizzato all’esplorazione di alcune fra le più spettacolari tecniche circensi, come mezzo espressivo forte, sganciato dall’immaginario del virtuosismo tecnico.

L’acrobatica aerea è uno strumento, è un linguaggio. È l’aria stessa che diviene uno spazio privilegiato, un luogo extraquotidiano dal quale parlare di grandi e piccole cose, un luogo dal quale osservare il racconto degli altri, un luogo protetto dove poter protestare, gioire, sognare, amare, piangere, danzare, al riparo da tutto, un “non luogo” ideale dove ogni azione è fragile e necessaria.

ideazione e regia Roberta Castelluzzo

progetto fotografico: Emanuele Peschi

dal 28 al 31 maggio 2015

Teatro Furio Camillo

via Camilla, 44 – Roma

tutte le sere ore 21,00 –  domenica ore 18,00

biglietto intero € 12,00 – ridotto € 10,00

info@teatrofuriocamillo.it

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Teatro

“Tre passi di donna – Ti lascio perché ho finito l’ossitocina”

ossitocinadi Gabriele Ottaviani

È un ormone peptidico formato da nove aminoacidi secreto nella neuroipofisi. Stimola le contrazioni della muscolatura liscia dell’utero, esercita un ruolo fondamentale nell’inizio e nel mantenimento del travaglio e del parto, stimola le cellule muscolari e la secrezione del latte dai dotti delle mammelle, è responsabile del comportamento materno, antagonista dell’acetilcolina, che a livelli alti può risultare tossica e indurre aggressività. Ed è, come altre sostanze, tipo la vasopressina, responsabile anche dell’innamoramento, o per meglio dire dell’amore e altri guai, parafrasando un celebre titolo. Almeno, stando a quello che si legge su certe riviste. Si chiama ossitocina. Ti lascio perché ho finito l’ossitocina, quarto e ultimo appuntamento della rassegna di teatro femminile Tre passi di donna (che, è stato annunciato, tornerà anche l’anno prossimo, ed è una gran bella notizia) al Teatro Furio Camillo di Roma, di e con Giulia Pont, bella e brava, è divertente e ben congegnato. Sembra inizialmente il classico spettacolo di avanguardia, noiosissimo e pretenzioso. E per giunta mal recitato. Ma non per colpa dell’attrice: è il testo che proprio non va, è una di quelle cose assolutamente assurde che per giunta beccano sempre qualche applauso, perché c’è sempre qualcuno che trova geniale, che so, che non succeda niente e si rimanga per ore a fissare una sedia, come se fosse una raffinata allegoria della frenetica incomunicabilità dei tempi moderni. E quindi l’attrice dopo pochi minuti blocca tutto. Dio sia lodato. Non ce la fa, non ce la può fare, con tutti i problemi che ha… Si sfoga, benedetta ragazza, partendo dalla notissima sequela di infami e insopportabili scuse, autentiche come una banconota da sei euro, che si usano per la fine di un amore. Ti lascio perché meriti di più, la colpa non è tua, sono io, ho bisogno di stare da solo, ti amo troppo, ho bisogno dei miei spazi, non ne posso più di essere corretto o zittito in pubblico, devo poter realizzare i miei sogni e tu mi tarpi le ali, non ho mai tempo per l’ukulele… Roba così… A tutti è capitato di sentirla, no? E a questo punto via, con una raffica di battute divertentissime, che vanno a comporre una seduta collettiva di psicanalisi, con buona pace di Jung, Freud e delle intere riserve naturali di fiori di Bach ingurgitate per tenere a freno l’ansia, catartica e piacevolissima. Se vi capita, non lasciatevelo sfuggire…

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Teatro

“Tre passi di donna – Love is in the hair”

Laura-Pozone1-750x420di Gabriele Ottaviani

Esilarante. Ironico e autoironico. Irriverente. Scritto bene e recitato meglio. Un allestimento che definire minimale è fargli un complimento, perché di fatto sulla scena non c’è nulla. Una poltrona, un telefono a forma di bocca e qualche altro utensile. Ma c’è un’attrice bella, giovane, bravissima, frizzante, coinvolgente, che gioca con la voce, i dialetti, gli effetti sonori e le identità dei personaggi. Sì, perché sono sei, cinque donne e un uomo, e li interpreta tutti lei, Laura Pozone. C’è Fiorenza, toscana, diversamente giovane e diversamente biodegradabile, che a forza di lifting somiglia ormai a Kirk Douglas, ricca, snob, piena di pregiudizi, col SUV parcheggiato in terza fila, che fa beneficenza con Le dame del biscottino, gioca a bridge e ha un figlio e un ex marito. C’è Maria Fabiana, nome d’arte Tamara, del Quarticciolo. C’è Sergio, che manda avanti come può il suo negozio. C’è una ragazza che ormai da tre anni non lavora e che i problemi d’insonnia fanno abbrutire sul divano di fronte a programmi come Io e la mia ossessione, dove si racconta di gente che, tanto per dirne una, adora pasteggiare a base di smalto per unghie. C’è Nunzia, campana, niente affatto magra, che lavora come donna delle pulizie. C’è la grande attrice che parla sfiatando ed è un coacervo di nevrosi: guarda un po’, si chiama Margherita. Una maniglia si rompe, e restano chiusi dentro per l’intera notte. Dentro al salone da parrucchiere di Sergio. E tutti i segreti e le bugie vengono a galla, si dissolvono come neve al sole. Ognuno, alla fine, è più libero. Love is in the hair, terzo appuntamento della rassegna Tre passi di donna del Teatro Furio Camillo di Roma, è da vedere.

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Teatro

“Tre passi di donna – Anna Cappelli”

Anna-Cappelli-locandinadi Gabriele Ottaviani

Anna, cuore senza più radici, ha dovuto lasciare Orvieto per Latina. Vive in una camera ammobiliata con una donna che considera poco più che una megera, circondata da gatti di cui odia persino l’odore. Lei, che tutto appesta friggendo pancetta. Lavora in municipio, tra scartoffie e polvere. I suoi genitori hanno dato la sua camera alla sorella. Accetta la corte del ragioniere, che vive in una casa di dodici stanze. Va a vivere con lui. Ed è subito scandalo. Perché non si sposano. Poi lui deve andare in Sicilia. E lei decide di trattenerlo. Perché lo ama. Dice. Soprattutto, non può perdere tutto. Lo uccide. Per mangiarlo. Ma da morto non gli sembra più lui. Senza vita, un corpo è solo un corpo. E il cervello e il cuore? Ammassi di fibre. Dove ha radice il sentimento? Ben allestito, ben diretto, benissimo interpretato e scritto – è l’ultima opera, poi è morto – da Annibale Ruccello. È stato in scena al Teatro Furio Camillo di Roma ieri, nell’ambito della rassegna Tre passi di donna, e si intitola Anna Cappelli. Intensa protagonista, Claudia Pellegrini.

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“Tre passi di donna – Madame Bovary”

Stampadi Gabriele Ottaviani

Tre passi di donna. Dal diciannove al ventidue di marzo, al Teatro Furio Camillo di Roma, vanno in scena quattro spettacoli che mettono al centro il femminile, indagano l’animo delle donne e lo raccontano a chi ha la sensibilità di ascoltare. La prima pièce della rassegna è l’intensa Madame Bovary, classica e immortale, dunque tanto moderna da essere contemporanea, quasi futura, interpretata assai bene da Chiara Favero, per la regia di Luciano Colavero. La casa è persa, a Emma non è rimasto più nulla, men che meno quel nome con cui tutti la conoscono, che non è in realtà mai stato suo. E dire che ha sempre cercato l’identità, la felicità, la fuga dalla noia soffocante attraverso l’acquisto di oggetti, i debiti, gli amanti, il desiderio. Non può forse tutto, il desiderio? Le è rimasto solo un tavolaccio, sul quale si muove come sulla trave fa una ginnasta che ha deciso che quella sarà l’ultima esibizione prima del definitivo ritiro, prima che tutto sia passato, sepolto, dimenticato. E il veleno. Uno spettacolo palpitante, dal ritmo formidabile, scritto benissimo, ben allestito e recitato con vibrante passione e gran talento.

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Teatro

“Accordi”

accordidi Gabriele Ottaviani

Zeev Jabotinsky era a capo di un movimento di destra, David Ben Gurion un socialista della prima ora: entrambi volevano uno stato d’Israele per il popolo ebraico perseguitato sin dalla notte dei tempi. Due visioni del mondo diverse, diversi obiettivi comuni, due uomini che si incontrano dopo la morte, e tornano indietro a quando discussero nella stanza quarantasei di un albergo inglese, nel millenovecentotrentaquattro, cercando un accordo. Accordi è ispirato a Camminano forse due uomini insieme?, di Yehoshua, è in scena al Teatro Furio Camillo di Roma, è interpretato benissimo da Vito Favata e Maurizio Lucà ed è un testo raffinato, intenso e difficile, ammaliante. Lo spettacolo coinvolge, tra suggestioni letterarie (Dante, Goethe, Poe, Bialik, Rostand, Verlaine, Majakovskij…) e musicali, intermezzi jazz, domande sempiterne che chiamano in ballo persino Dio, accusato di ingiustizia, spergiuro e istigazione al Male, e la singola responsabilità civile, etica, morale di ogni individuo. Un atto unico di circa ottanta minuti che si dipana attraverso tanti livelli, e che emoziona.

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Teatro

“Tomato Soap”

tomato soapdi Gabriele Ottaviani

Un uomo e una donna. Gli attori, certo. Ma anche i pupazzi di gommapiuma. A grandezza naturale. Che si indossano e vivono, grazie a un’interpretazione intensa e asciutta. Senza retorica, usando il linguaggio del gesto. Un allestimento perfetto, condito da bellissime musiche, più che adatte allo scopo. Nascita di un amore e cronaca del suo contrario. Lui si spoglia letteralmente dei suoi panni per indossare quelli di lei. Lei fa altrettanto. L’incontro, i primi baci, le letture. Il matrimonio, il sesso, la nascita di un figlio. Le prime liti, le botte. Rose color di sangue, sempre di più, risarcimento insufficiente e stridente, richiesta inaccettabile di perdono e aiuto. Nell’ambito della rassegna Di ombra e di figura che sarà in scena anche oggi nella bella cornice del Teatro Furio Camillo di Roma, ieri sera un gruppo di fortunati ha potuto assistere a Tomato Soap, magnifico atto unico che sa parlare di temi dolorosi con leggiadria, grazie alla maiuscola bravura di Giulio Canestrelli e Ariela Maggi, interpreti e artigiani, della compagnia Manimotò. Cercateli in giro per l’Italia, e non perdete l’occasione per divertirvi, riflettere, emozionarvi.

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