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“La sottrazione”

di Gabriele Ottaviani

Partii da Santiago senza partire, o senza credere che me ne stavo andando…

Avvolta in un manto di cenere Santiago, la capitale del Cile, è una metropoli straniata e straniante: figli di resistenti al regime la cui storia incombe su di loro come una cappa di obblighi e responsabilità morali Felipe e Iquela, bramosi, senza nemmeno rendersene pienamente conto a livello conscio, di un piccolo tassello di leggerezza, attraversano la vita tra ricorrenti incubi, ossessioni, paure, fragilità cui regala un porto sicuro solo la salvifica dolcezza della parola, per lo più scritta. Un giorno però Paloma, l’amica d’infanzia, d’improvviso torna in quella terra martoriata, ancora memore di un passato incancellabile: i tre si ritrovano dunque insieme, e ogni cosa, ora, è di nuovo illuminata e svelata, in particolare quel che prima era stato taciuto, e che ora non si può più fingere di non vedere. Finalista al Man Booker International Prize, il romanzo d’esordio di Alia Trabucco Zerán, che con ogni evidenza ha letto Nona Fernández, ma ha comunque un’originale e stentorea voce narrativa, è un capolavoro. La sottrazione – titolo maestoso ulteriormente impreziosito da una copertina a dir poco magnifica – è da non farsi sfuggire per nessuna ragione: edizioni Sur, traduzione di Gina Maneri.

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“Legami di sangue”

di Gabriele Ottaviani

Mi massaggiai la schiena sfiorando le lunghe croste che stavano lì a farmi da monito: non potevo permettermi altri errori.

La California del millenovecentosettantasei, la Mecca del cinema, la costa scintillante di cromature, la terra dell’arcobaleno, è certamente un bel posto dove vivere, si respira, nonostante tutti i problemi e le difficoltà, un’aria di libertà, progresso, modernità: si può guardare al futuro con ragionevole ottimismo, un pizzico di spensieratezza e una sana dose di grinta, perché le promesse di felicità saranno mantenute. Peccato che d’un tratto Dana, mentre sta sistemando i libri nella casa nuova, sia strappata alla quotidianità con l’uomo che ama, che ha una pelle molto più chiara della sua, e si ritrovi catapultata nel tempo delle piantagioni, dove essere neri significa essere schiavi, bersaglio d’ogni sopruso. Trascendendo il genere Octavia E. Butler, pluripremiata autrice scomparsa nemmeno sessantenne quasi quindici anni fa, e che è diventata con pieno merito una pietra miliare della letteratura non solo afroamericana, dà vita a un vero e proprio classico allegorico, maestoso, raffinato, visionario, distopico, fantastico, perturbante, destabilizzante, lirico, politico nell’accezione più ampia e solenne del termine: Legami di sangue, pubblicato da Sur in un’edizione splendida sin dalla copertina, e tradotto con passione da Veronica Raimo, è semplicemente eccellente.

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“La casa dei Gunner”

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«Ci vediamo là», disse Mikey. «Non perdetevi. Jimmy ha detto che il vialetto d’accesso è ripido e un po’ nascosto – cominciate a cercarlo subito dopo aver attraversato le rotaie». Alice disse: «Yo-ho-ho». Prima di salire in macchina, Mikey diede uno sguardo alla chiesa e vide Corinne davanti all’ingresso. Stava dando istruzioni a un giovane che portava le composizioni di fiori in sacchetti di carta marrone verso la sua vecchia Chevrolet Chevette turchese. Sopra la macchina di Corinne, un gracchio appollaiato su un palo del telefono stava sgridando il cielo, dandogli una vera e propria strigliata. Cracra-cra! Guà-guà! Crac-crac! Guerra-guerra-guerra!

La casa dei Gunner, Rebecca Kauffman, SUR, traduzione di Alice Casarini. Alice, Jimmy, Lynn, Mikey, Sam e Sally erano sei ragazzi inseparabili che avevano trovato nell’amicizia reciproca e nell’occupazione di una casa abbandonata una via di fuga dalla noia, dalla solitudine, dall’abbrutimento, dalla depressione dovuta al ritrovarsi alla periferia di tutto, anche dell’amore, quello che nelle loro famiglie non c’era. A sedici anni però Sally dà un taglio netto a questo legame, che in breve si sfalda, senza motivo. E dopo altro tempo ancora, nell’occasione più tragica che si possa immaginare, gli altri cinque si ritrovano. A chiedersi perché. A domandarsi cosa resti, di loro e dell’innocenza perduta. E… Capolavoro è parola abusata: per questo libro, però, è finanche riduttiva.

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“Primavera”

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Uno ci può andare in aereo, o in treno, o in pullman probabilmente si spende di meno, ha detto Brit. Ma con molta probabilità la persona in questione ha bisogno che un adulto le compri il biglietto. Se questa persona ha soldi da spendere potrebbe prendere un aereo da qui che la porti in un aeroporto ragionevolmente vicino. Questa persona vuole arrivare proprio a questo specifico fiume? Ma certo. Lo capisco benissimo. Tu sei chiaramente una grandissima giocatrice di golf. E stai facendo il giro dei giri, il giro di tutti i campi da golf del paese. Li sgamo sempre i giocatori di golf, io.

Primavera, Ali Smith, Sur. Traduzione di Federica Aceto. È senza ombra di dubbio una delle voci più eleganti, raffinate, polifoniche e policrome, significative, influenti, originali, potenti, ricche di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, suggestioni, riferimenti, rimandi e preziose possibilità di scoperta non solo nell’ambito della letteratura contemporanea britannica ma a livello planetario: Ali Smith, quattro volte finalista al Booker Prize, narra in questo libro incantevole fin dalla copertina la storia di Richard, regista del piccolo schermo ormai non più giovane e che patisce non solo la perdita della migliore amica, geniale sceneggiatrice morta da poco, ma anche la parabola discendente che sta prendendo la sua carriera. Tutto questo lo porta a rifugiarsi lontano da Londra, ma la sua vita ha una svolta improvvisa e imprevista quando si imbatte in Florence, una dodicenne che ha l’energia di un vento fresco che spande nell’aria profumo di fiori, e che rivoluzionerà le priorità sue e quelle di Brittany, una agente di sicurezza ormai talmente abituata alla sofferenza da essere sempre meno umana. Almeno finché… Meraviglioso.

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“A me puoi dirlo”

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Mi calai nella vasca vuota, lentamente la porcellana si scaldò al contatto col mio corpo…

Catherine Lacey, A me puoi dirlo, SUR, traduzione di Teresa Ciuffoletti. A parole siamo tutti accoglienti, ma nei fatti? Se qualcuno non rientra nei nostri canoni, se non riusciamo a inquadrarlo, definirlo, incasellarlo, etichettarlo, nominarlo, riconoscerlo, se non ci dà certezze, se non parla, se il suo silenzio ci destabilizza, se ci porta a metterci a nudo senza dirci nulla di sé, se siamo convinti che la nostra fede lo salverà perché così, soprattutto, prima di tutto, ci salveremo noi, e se lo riusciamo a farlo prima e meglio degli altri non è certo cosa da sottovalutare, se la sua età è incomprensibile, se di primo acchito non se ne riconosce il sesso, se la sua pelle ha un colore diverso, siamo davvero disposti a far sì che possa muoversi liberamente nel nostro mondo? Ogni provincia è un universo, ogni comunità un mondo, e il paesino in procinto di festeggiare il festival del perdono (e non c’è nulla che faccia sentire superiori al prossimo più d’un beau geste…) si trova di fronte a una sfida inattesa. E… Geniale, simbolico, splendido.

 

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“E l’asina vide l’angelo”

Screenshot_20200407-103824di Gabriele Ottaviani

Mi darete la caccia e mi ucciderete. Mi darete la caccia e mi ucciderete. Mi odiate e non sapete perché.

Nick Cave, E l’asina vide l’angelo, SUR, traduzione di Francesca Pe’. Cantautore, compositore, sceneggiatore e attore, Nick Cave è anche uno scrittore coi fiocchi: trentaduenne, nel millenovecentoottantanove dà alle stampe questo libro ora riproposto in versione integrale e in una nuova traduzione. È una rivelazione, per tutti: potente, caleidoscopico, intenso, visionario, biblico, immaginifico. È una storia travolgente questa, simbolica, sin dal titolo: siamo in un passato remoto ma non troppo, nel sud degli Stati Uniti, in quella che non a caso si chiama Bible Belt. In una valle riarsa dal sole, che ha il nome di Ukulore, vive una comunità di fanatici religiosi che proprio per questo Dio non sembra amare granché, rapportandosi a loro con ira veterotestamentaria. Poco distante dal loro insediamento, tra stagni fumiganti e immensi canneti, vive celato ai più in una baracca Euchrid Eucrow, un ragazzino muto, nato da una vedova alcolizzata e da un cacciatore di ratti e serpenti, il reietto, il diverso, il paria, l’eroe di una guerra solitaria contro la setta, ispirato da un angelo e da Beth, la bambina santa che gli è apparsa. Eccellente e straordinariamente attuale in questo nostro tempo confuso, materiale, oscurantista.

 

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“Oreo”

Screenshot_20200407-103728di Gabriele Ottaviani

Oreo non seppe mai il nome del suo avversario, ma fu felice di aver avuto l’occasione di mettere in mostra i suoi muscoli da mocciosa. Tornò all’accampamento confortata dalla consapevolezza che la sua metà ebrea le aveva evitato l’anemia falciforme, e la sua metà nera l’aveva protetta dalla malattia di Tay-Sachs.

Oreo, Fran Ross, SUR, traduzione di Silvia Manzio. Nero fuori, bianco dentro, celeberrimo e dannatamente buono, Oreo è un biscotto. Ma è anche il soprannome di Christine, ragazzina statunitense dal carattere indomito che ha la mamma nera e il padre ebreo, qualche rudimento di arti marziali, lingua svelta e cervello ancora di più, e che proprio per andare alla ricerca del genitore perduto e delle sue radici parte per un viaggio rocambolesco, tra Don Chisciotte, Teseo e la Telemachia: non è un semplice, ammesso e non concesso che l’aggettivo sia adeguato, romanzo, di formazione ma non solo, è una vera e propria delizia scritta in stato di grazia. È persino meglio del biscotto (il che è tutto dire…): imprescindibile.

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“Requiem per un sogno”

61KwkIn3MbL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Si era chinato su sua madre, le aveva dato un bacio e aveva sentito un rumore familiare…

Requiem per un sogno, Hubert Selby jr., Sur, traduzione di Adelaide Cioni e Grazia Giua. Ispiratore dell’omonimo film di Aronofsky, il migliore e più interessante della sua filmografia, presentato fuori concorso alla cinquantatreesima edizione del festival di Cannes, con la magnifica Ellen Burstyn, candidata come miglior attrice protagonista nell’anno della vittoria di Julia Roberts per Erin Brockovich nel ruolo di Sara Goldfarb, una casalinga vedova le cui uniche attività consistono nel guardare il suo talk show preferito in televisione e conversare amabilmente con le vicine, madre di un tossicodipendente, Harry (Jared Leto), che, insieme al suo amico Tyrone e alla sua ragazza Marion (Jennifer Connelly), vive di espedienti e cerca in continuazione qualunque mezzo per procurarsi l’eroina, Requiem per un sogno è il controcanto del sogno americano, un viaggio nell’abiezione e nell’alienazione, una discesa agli inferi destabilizzante. Imprescindibile.

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“Il colore viola”

9788869981807_0_150_0_75.jpgdi Gabriele Ottaviani

Siamo tutti tristi qui, Celie. Spero che per te la vita sia più felice.

Il colore viola, Alice Walker, SUR. Traduzione di Andreina Lombardi Bom. Ha vinto il premio Pulitzer, ed è pure poco. È alla base di un film per cui l’aggettivo sublime non è esagerato. È la storia di una donna afroamericana nel sud biecamente razzista degli Stati Uniti d’America nel corso degli anni della prima metà del ventesimo secolo, attraverso le lettere da lei scritte dapprima nientedimeno che a Dio, l’unico da cui si sentiva ascoltata e non ignorata, e poi alla sorella, dalla quale era stata separata anni prima, e che pensava fosse sparita nel nulla. È un capolavoro monumentale, ed è una vera fortuna poterlo leggere, rileggere, far leggere: questa particolare edizione è inoltre all’altezza del suo splendore sin dalla spettacolare copertina. Eccezionale.

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“Kentuki”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

A quel punto fece ripartire il video. Erano rimasti trentasette minuti d’azione, e non aveva modo di scappare. Si vestì, prese le chiavi e uscì sbattendo la porta. Fuori stava già tramontando il sole e negli studi alcune luci erano accese. Se non si sbrigava non sarebbe arrivata in biblioteca prima della chiusura, voleva vedere Carmen. Era di questo che aveva bisogno adesso, di una persona reale a cui poter dire qualunque cosa. Al bancone non la vide, quindi batté con la mano sul legno e Carmen spuntò all’improvviso carica di carte, stava riordinando i ripiani sotto il bancone. «Così si chiede un whisky, cara», le disse. «Non un romanzo di Jane Austen». La guardò e lasciò cadere i fogli. «Tutto bene?» Squadrò Alina dalla testa ai piedi e poi guardò l’orologio. Se la aspettava un momento, potevano uscire a prendere una boccata d’aria. Uscirono. Alina aveva voglia di passeggiare e aveva bisogno di compagnia, ma non se la sentiva di parlare di quello che le era successo. Era contenta che il sole non fosse più così forte e che una brezza tiepida salisse da Oaxaca. Qualche centinaio di metri più giù, davanti alla chiesa, lo spaccio che faceva da farmacia e anche da gelateria era ancora aperto. Era la cosa più simile a un bar che ci fosse in paese e l’uomo che serviva venne a pulire per loro l’unico tavolo sul marciapiede. «È una cosa perversa», disse Alina girando il cucchiaino nella tazza, «non ho un attimo di tregua, con quel benedetto kentuki. Non lo sopporto più». «Non ti piace più il Colonnello Sanders?», Carmen chiuse gli occhi e allungò il collo verso gli ultimi raggi del sole. Era strano vederla senza lo sfondo della biblioteca. «Lo puoi sempre far rotolare giù per un burrone, no?»

Kentuki, Samanta Schweblin, SUR, traduzione di Maria Nicola. C’è chi ne parla. C’è chi lo vuole. C’è chi desidera esserlo. In America. In Europa. In Asia. Ovunque, nel globo. Cosa? Un kentuki. Ovvero, una perfetta allegoria del nostro tempo e delle sue sempre più inquietanti ossessioni. Sì, perché l’apparenza è innocua, la sostanza è destabilizzante. Con foggia d’animale, i kentuki sono graziosi peluche che gironzolano per le case dei cinque continenti, sono curiosi e teneri, ma anche dei piccoli robot che hanno ruote e telecamere al posto degli occhi. Ognuno di essi è collegato a un utente. Anonimo. Che può essere dappertutto. E può avere qualsiasi motivo per intrufolarsi nelle vite degli altri… Scritto in stato di grazia, potente, ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, intrigante e magistrale.

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