Libri

“Cani sciolti – Stonewall”

Screenshot (172).pngdi Gabriele Ottaviani

In libreria da oggi per Sergio Bonelli editore, Cani sciolti – Stonewall, soggetto, sceneggiatura e postfazione di Gianfranco Manfredi, disegni e copertina di Luca Casalanguida, è un meraviglioso affresco corale che attraversa il tempo e lo spazio, le istanze per i diritti civili, l’amore e l’amicizia, a partire dagli scontri di oramai mezzo secolo fa che hanno segnato un’epoca in quel di New York e dato il via a una collettiva presa di coscienza a livello culturale, sociale, morale, politico, per chiudersi, vent’anni dopo, in una casa, in campagna, durante un gelido inverno, quando sei amici dipanano la matassa della loro esistenza. E… Maestoso.

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Cinema

“Stonewall”

file_612059_stonewall-trailerdi Gabriele Ottaviani

Stonewall. Perché chiamare col nome dello storico locale newyorkese, presso cui nel millenovecentosessantanove avvennero gli scontri con la polizia – per lo più corrotta – che per la prima volta misero sotto la luce dei riflettori il problema della discriminazione nei riguardi degli omosessuali, un film che risolve la sommossa in cinque secondi netti o giù di lì ed è tutto incentrato su un personaggio d’invenzione? Mistero, cantava Enrico Ruggeri. Anche perché ce ne voleva per fare una pellicola debole partendo da una storia così potente. Onore al merito di Roland Emmerich di esserci riuscito. Fa un mezzo disaster, davvero. Lungo quanto una quaresima (centoventinove minuti: doveva stare, pardon, fermarsi a novanta…), con troppe sottotrame, pieno di sequenze inutili, dannose, caricaturali e infarcite di luoghi comuni, mossette, esegesi di Judy Garland e del male di vivere che spesso ha incontrato, urletti e disperazione. Che però riproducono bene il clima dell’epoca, quando per forza di cose dovevi trovare il linguaggio della trasgressione per far sentire al mondo che anche tu esistevi, quando gli unici che ti tolleravano erano i mafiosi, perché eri cliente dei loro locali, i soli in cui potevi bere una birra, quando non avevi molte alternative al marciapiede, squallido e umanissimo territorio di frontiera tra vergogna e ipocrisia: è nel terzo millennio che sono ridicoli e controproducenti gli eccessi, cinquant’anni fa quelle che oggi appaiono baracconate rispondevano a una necessità, non semplicemente di epater les bourgeois, e non ancora di essere considerati semplicemente come tutti, ma di balzare inequivocabilmente agli occhi di chi provava per te ribrezzo, perché non potesse ignorare la tua esistenza nemmeno volendo. Il film si dipana farraginoso, ed è recitato abbastanza male: specie, spiace dirlo, da Jonathan Rhys Meyers, pur sempre di gran fascino. La cosa che sbigottisce di più però è che incredibilmente sia stato scritto da Jon Robin Baitz: d’accordo essersi guadagnati già un posto in paradiso con Brothers & sisters – che è un po’ come aver creato Sfide, poi ti si perdona anche di essere autrice della Pupa e il secchione: nevvero, Simona Ercolani? – e quindi tirare un po’ i remi in barca, ma uno che ha frequentato e frequenta il Pulitzer (che no, non è un locale a tinte rainbow…) non può scrivere moccianamente: miserere nobis, Jon! D’altro canto, esistono antologie scolastiche di letteratura per le scuole medie divise per argomenti in cui, parlando di amore, nella prima pagina della sezione è riportato il testo dei Ragazzi che si amano di Prévert e in quella successiva un brano di Tre metri sopra il cielo, ma dalla scuola pubblica e dell’obbligo italiana la sconcezza uno non solo se la aspetta, bensì si stupirebbe se mancasse, da uno che ha fatto vincere un Emmy e un SAG (più altre nove nomination) all’immensa Sally Field no… L’unica con delle battute decenti è la bambina, dodicenne o circa, sorella del protagonista e avviata ad ampie falcate verso un destino di etero adorata dai gay: praticamente Cristina D’Avena… O Cher, Raffaella Carrà, Barbra Streisand… Insomma, fate vobis. Danny (Jeremy Irvine, più valido in quanto a physique du rôle che a gamma espressiva) ha diciott’anni. È dell’Indiana. È dolce. Bellissimo. Omosessuale. O meglio, secondo la quasi totalità dei galantuomini e delle gentildonne che per disgrazia lo circondano, un invertito. Sodomita. Finocchio. Frocio. Schifosa vergogna. Scherzo della natura. Depravato. Culattone. Malato. Bestemmiatore contro Dio. Eccetera eccetera. Insomma, il classico florilegio di belle parole che sempre si rivolgono a chi semplicemente è quel che è, e che qualcuno continua a sostenere siano appunto solo parole, e quindi non possano fare male. Sì, certo, come no. D’altronde è l’epoca in cui i gay non possono lavorare nel pubblico impiego, a meno di nascondere la loro natura come fosse sbagliata e immorale. Come se già non ci pensasse il mondo intorno a farli sentire esclusi. È l’epoca in cui, come già si accennava, non possono riunirsi, frequentare locali pubblici, bere alcolici. È un’epoca passata. In America. Non dappertutto. Danny, poveretto, ha un padre che è anche il suo allenatore di football, e che ovviamente lo caccia di casa, dopo avergli dato del caso patologico e avergli detto che gli ha sedotto il quarterback solo per fargli dispetto. E certo, perché il sesso orale in macchina, per giunta al buio, di notte, dietro al fienile perché ti devi nascondere come un ladro, perché ti fanno credere che l’amore tu non lo potrai avere mai, e che al massimo potrai sollazzarti un po’ da qualche parte nel bagno di una stazione di periferia, Danny l’ha fatto da solo. L’ha costretto con la pistola alla tempia, il quarterback di cui sopra. Nella fattispecie, un codardo irrisolto che metà basta, tanto che infatti tempo un anno e sposa e mette incinta una ragazza. Di certo la renderà felice, ci si può scommettere. Erano altri tempi, per carità, ma è proprio questo il problema: che l’oscurantismo stolido e sterile ha rovinato indelebilmente un mare di vite, persino – se non di più – quelle che in teoria sosteneva di voler proteggere; originando una formidabile pressione sociale in merito alla costituzione di un nucleo familiare, per dire, ha fatto sì che tante coppie che sarebbe stato molto più sano non restassero insieme si incancrenissero viceversa in una continua dialettica di reciproca infelicità, facendone fare ai figli le spese. In ogni modo, tornando al padre, è il genitore dell’anno, non c’è da discutere: o meglio, non ci sarebbe da farlo se non fosse che il titolo gli viene conteso dalla di lui coniuge. Danny’s mother, al secolo Nostra Signora delle Vigliacche, l’unica mamma al mondo, fatta salva Medea, che si preoccupa più della casa che del figlio: cardigan tinta pastello d’ordinanza, filo di perle, capelli cotonati e vassoio col tè freddo sempre pronto, non sia mai arrivasse qualcuno. L’indipendenza di giudizio di una stalagmite. Prepara al pargolo la valigia sul letto, quella di un lungo viaggio, piegando con cura mutande e riviste porno. Vi chiederete: ma i figli non vanno amati comunque? Andrebbero, miei cari, andrebbero. Il condizionale è ancora vivo, e lotta insieme a noi. L’indicativo è il modo della realtà, va usato con parsimonia. Poi per carità, la frigidona si evolve, è pur sempre una madre, anche se non è proprio in cima alla classifica di quelle che era bene che si riproducessero ed eternassero il loro patrimonio genetico, ed è vero, assolutamente vero che le donne hanno una marcia in più. Perché generano, e quindi sanno accogliere. Perché capiscono prima, conoscono, sanno. Danny non può restare a casa. Va. Raggiunge New York. Christopher Street. Noto ritrovo di chi non ha altro spazio per vivere. Lo attende la Columbia. Ma se i genitori non firmano i documenti per la borsa di studio il suo sogno di studiare il cosmo resterà una chimera. Incontra prostituti e travestiti, ognuno con le spalle ingobbite da tanto dolore e derisione. Incontra un uomo che sembra amarlo. Ma è un falso. Incontra l’onestà del vero, la necessaria fatica del cammino della consapevolezza, il dramma delle violenze. Passo dopo passo, inizia a vivere. Tutto, lentamente, si aggiusta. Ma c’è ancora tanta strada da fare. Una storia così però, non si può non ribadirlo, meritava, per raccontarla, un impianto filmico di gran lunga migliore. Peccato.

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