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“Uccido chi voglio”

di Gabriele Ottaviani

All’ora di pranzo, inforcò gli occhiali e si allontanò dalla clinica, dove aveva trascorso la mattinata. La segretaria lo salutò sollevando la testa dal banco, come ogni volta che lui usciva o tornava. Il sole non dava tregua. Corso comprò un panino e andò a mangiarselo in piazza Vittorio, nell’unico punto rimasto in ombra. Il caldo aveva svuotato tutte le panchine. Solo una mendicante con un cartello di metallo al collo vendeva dei mazzetti di lavanda e di violette davanti alla ringhiera. Era la stessa che qualche giorno prima era sparita nel nulla. Sul cartello, due sole parole, tutte in maiuscolo: NON VEDO…

Uccido chi voglio, Fabio Stassi, Sellerio. Spesso vivere è una scommessa e sopravvivere una corsa a ostacoli, perché la società non aiuta chi vale e chi merita, anzi, sovente se ne burla, e gli mette i bastoni fra le ruote: insegnante precario, costretto dunque a correre forsennatamente per non sdrucciolare all’indietro, per restare nello stesso posto come Alice nel paese delle meraviglie al cospetto della regina perfida più che altro per ignoranza del contrario, aggrappato con pertinacia a quel poco che ha, che in realtà è assai meno di quel che gli spetterebbe di diritto, ma in questo mondo sempre più violento, protervo, razzista e diseguale ha l’agrodolce retrogusto metallico di un privilegio, Vince si è inventato il mestiere di biblioterapeuta. Ma un giorno qualcuno gli entra in casa, gli distrugge tutto e gli avvelena finanche Django, il cane: e non è che l’inizio di un coinvolgimento suo malgrado in una serie di delitti, nel multietnico Esquilino, quartiere di una Roma magnetica e sfatta, decadente, inquietante e intrigante. Stassi dà alle stampe una commedia umana immersiva e formidabile: da leggere, rileggere e far leggere.

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“Con in bocca il sapore del mondo”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ve lo ricordate quel vecchio affondato in una poltrona? Sì, sono io, introducevo uno dei più grandi sceneggiati della televisione italiana: l’Odissea.

Con in bocca il sapore del mondo, Fabio Stassi, Minimum Fax. Cardarelli, Montale, Quasimodo, Gozzano, D’Annunzio, Campana, Saba, Palazzeschi, Ungaretti, Merini: dieci voci poetiche, dieci protagonisti, dieci monologhi, dieci ritratti vividissimi in prima persona, un unico atto d’amore per la forma più effimera di letteratura, la poesia, dieci istantanee di un tempo sempiterno eppure passato e irrecuperabile, dieci immagini di un mondo che è allo stesso momento morto e vivo, nei ricordi e nell’immaginario collettivo di un’intera società, dieci incontri che hanno il sapore delle letture serali cui, costretto all’ozio dall’ostracismo della politica, Machiavelli nella sua tenuta di campagna si dedicava a fine giornata, cambiandosi d’abito, recandosi in visita al cospetto delle parole di Cicerone, Livio e tanti altri uomini illustri nella sua biblioteca: Stassi fa vivere e rivivere la bellezza.

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“L’alfabeto di Zoe”

zoe.pngdi Gabriele Ottaviani

L’avevo visto in un film. Quello che mi aspettavo di trovare dentro la fabbrica era un magazzino pieno di involucri di vetro, e dentro agli involucri tutti gli abitanti di Lisolina: i lisolinesi ridotti in bachi da seta dentro lunghe ampolle. Avevo questa idea fissa in testa quando varcai la soglia di una porticina laterale. C’era parecchio buio. Mi ritrovai in un corridoio e cominciai ad avanzare. Le pareti erano rivestite da una specie di plastica e il tetto era curvo, come nelle gallerie. Da qualche parte doveva esserci un interruttore per la luce, ma non lo cercai neppure. Mi sentivo più sicura così. Avevo una sola direzione possibile. La mia spavalderia non durò molto. Dopo i primi passi, l’oscurità si fece totale.

L’alfabeto di Zoe, Fabio Stassi, Bompiani. Illustrazioni di Eleonora Stassi. Zoe porta le scarpe da tennis, come quelle del protagonista della celebre e meravigliosa canzone di Jannacci. Bucate, per giunta. È una tipa tosta, determinata, tenace, caparbia. Potrebbe descriversi, ma non le va. I suoi capelli sembrano ovatta, o meglio lana. Il mondo circostante le appare diverso da come potrebbe essere interpretato dalla gran parte del resto delle persone poiché le lettere che formano le parole le si palesano davanti agli occhi in un modo tutto loro, danzando un po’ sbilenche, un balletto che agli altri suona strano e incomprensibile. Soffre infatti di dislessia, e quando si racconta si definisce ma in realtà, almeno all’inizio, dice ben poco di sé, cose poco utili per farsi riconoscere abbinando alle parole un’immagine chiara, unica. Anche perché in effetti è un po’ nel cuore di ognuno che Zoe si rannicchia per tenere compagnia. Suo papà è diverso da quando sua mamma non vive ma comunque respira: non è coma, però, è furto di ricordi, e in sella alla sua bici Zoe sfida chi le ha fatto del male per rimettere tutto a posto. Ognuno è diverso, ognuno è fragile, e dunque fortissimo: il messaggio di questo libro è un raggio di luce in mezzo alle tenebre. Da non perdere.

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