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“Forse non tutti sanno che Caravaggio…”

di Gabriele Ottaviani

Caravaggio diventò pertanto il pictor praestantissimus…

Forse non tutti sanno che Caravaggio…, Annalisa Stancanelli, Newton Compton. Il sottotitolo dice già tutto: la vita di un genio tra arte, avventura e mistero. Breve ma intensa, come da abusata frase formulare, verrebbe da dire, è stata infatti la parabola esistenziale di Michelangelo Merisi, a breve nuovamente sullo schermo incarnato da Riccardo Scamarcio – nel cast anche Isabelle Huppert – dopo che qualche anno fa gli prestò corpo e voce Alessio Boni: ha conosciuto la povertà, ha ucciso, ha goduto, è fuggito, è stato sfregiato, è morto in circostanze decisamente singolari, ha lasciato all’umanità capolavori ineguagliabili, che non ci si stanca mai di vedere e rivedere, che ogni volta, come del resto sono i classici, che non finiscono mai di dire quel che hanno da dire, regalano a chi li osserva qualcosa di diverso. Annalisa Stancanelli, per anni docente, dirigente scolastica, giornalista pubblicista, vincitrice, quattordici anni fa, della Borsa di studio del Centro Internazionale di Studi sul Barocco, realizza un’esegesi chiaramente divulgativa, ampia, intrigante e gravida di passione: da non farsi sfuggire.

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“La femmina nuda”

1459758623_Schermata-2016-04-04-alle-10.30.00di Gabriele Ottaviani

È questa una coppia. Un posto nel quale due persone cercano di comportarsi in modo da non mettere in difficoltà l’altro.

È una donna tradita. Il suo Davide va a letto con un mare di altre donne. Tra cui Cane. Ovviamente non è il vero nome. È perché ha un cane, un piccolo meticcio che si chiama Cane. Davide la chiama col vero nome. La nomina sempre. Spesso. Troppo. A sproposito. Come succede sempre quando ti piace qualcuno. È diversa dalle altre. Di lui si è evidentemente innamorato. E lei, Anna, è sconvolta. Fuori di testa. Intendiamoci, continuano a fare sesso di tanto in tanto. E anche lei lo tradisce, non è che stia lì a casa a fare la madonnina infilzata o la vergine di Norimberga. Anzi. Diventa oltretutto una vera e propria stalker. Da ogni punto di vista. Compie scientemente, in modo assolutamente paranoide, qualsiasi miseria. E ne va anche orgogliosa, in fondo, a tratti. Prima di sprofondare nel disgusto di sé e del resto del mondo. La femmina nuda, di Elena Stancanelli, edito dalla Nave di Teseo, finalista allo scorso Premio Strega, è una prosa travolgente e di rara credibilità, che squarcia dinnanzi agli occhi del lettore senza infingimento alcuno il baratro dello squallore più infimo che si scoperchia quando comincia a palesarsi quel particolare tipo di disamore che si sostituisce a quel particolare tipo di amore che amore non è, perché è banalmente l’agglomerato di due sconci irrisolti che dell’amore non sono all’altezza, ma per cui funzionano solo le dinamiche del mero possesso, della perversa ossessione, fotografata splendidamente in questa lunga, straripante, violentissima, triviale come può e sa essere solo il marcimento di ciò che un tempo, se non è stato bello, è parso almeno decente, ruvida e ammaliante confessione.

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“La città marcia”

libro-la-città-marciadi Erminio Fischetti

Non c’è simbolo migliore, per mettere a fuoco la Palermo di quegli anni, di quel liceo dove si forgia la classe dirigente della città, che ha tra gli iscritti il giovane Bontate e il principe Alessandro Vanni Calvello di San Vincenzo, famiglia di antica aristocrazia, la stessa che aprirà a Luchino Visconti i saloni del settecentesco Palazzo Gangi per girare il valzer del Gattopardo e accoglierà la regina Elisabetta, in visita a Palermo.

Non c’è da stupirsi se i due compagni di scuola si ritroveranno insieme in Cosa Nostra: Bontate per diritto ereditario, Vanni di San Vincenzo per libera scelta.

Un ricordo di Insalaco ragazzo affiora nelle testimonianze di Gioacchino Pennino, medico e mafioso, che avrà una lunga e fortunata carriera nella Dc palermitana fino alla rovina degli anni Novanta. Erede di un nonno e di uno zio capimafia nel quartiere palermitano di Brancaccio, Pennino ha conosciuto il giovanissimo Pippo e i suoi fratelli frequentando i gesuiti di Casa Professa.

Ma si ricorda di Insalaco ragazzo anche un intellettuale impegnato a sinistra, Umberto Santino, fondatore del Centro Peppino Impastato, autore della prima storia dell’Antimafia e di saggi importanti su Cosa Nostra: «Giocavamo a ping pong nell’oratorio di Santa Chiara. Eravamo entrambi nell’Azione Cattolica come aspiranti – così venivano definiti i ragazzi. Correvano gli anni Cinquanta: lui, ricordo, era già democristiano; aveva ancora i calzoni corti e bazzicava nell’entourage di Restivo».

Franco Restivo, professore universitario di Diritto, tra i fondatori della Democrazia Cristiana in Sicilia e dell’Autonomia siciliana, è negli anni Cinquanta un politico potente. È stato eletto deputato all’Assemblea costituente nel 1946, ma ha preferito tornare a far politica a Palermo, dove è diventato prima assessore, poi presidente della Regione. Insalaco entra nella sua segreteria dalla porta di servizio, come ultima ruota del carro. È la madre, che per quel figlio dimostra una predilezione, a metterlo sulla strada di Restivo. Devotissima donna, Ernesta Crociata milita nei comitati civici della Dc, frequenta parrocchie e scuole salesiane. Nell’ambito del cattolicesimo palermitano incontra Concettina Restivo, moglie di Franco. E le raccomanda il figlio.

Il ragazzo è sveglio, servizievole, sa come farsi benvolere, non si tira mai indietro. Basta uno sguardo per capire che brucia di ambizione. È magro, né alto né basso, ha riccioli bruni e occhi furbi, scuri e tondi come olive. Non ha voglia di perdere tempo sui libri. Quando comincia a frequentare la segreteria politica dell’onorevole professore Restivo, l’unico suo titolo di studio è la licenza media. Penserà a diplomarsi molto tempo dopo, a trent’anni compiuti: nel 1972 otterrà la maturità magistrale all’istituto Serena Juventus di Africo, in Calabria, il diplomificio fondato da don Giovanni Stilo, il prete-padrone ritratto da Corrado Stajano in Africo. Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta.

Dopo l’assassinio di Insalaco, Emanuele Macaluso, storico dirigente della sinistra, disegnerà su l’Unità questo rapido ritratto di Restivo: «Un uomo della borghesia scettico e colto, che ostentava disprezzo sociale e intellettuale per i Lima e i Ciancimino. Sapeva tutto di tutti e in nome degli interessi superiori della Dc, e soprattutto della sua classe, mediava interessi diversi convivendo però con i Lima, i Gioia, i Ciancimino e altri. Era un uomo di governo e al tempo stesso un uomo del potere democristiano».

Bianca Stancanelli con La città marcia – Racconto siciliano di potere e di mafia, edito da Marsilio, scrive uno di quei libri per cui va usata una parola particolare. Questa parola è bisogno. Sì, perché la prosa dell’autrice è a dir poco necessaria, soprattutto per quello che racconta, e per il modo attraverso il quale lo fa. Senza filtri, senza trucchi. Un testo importante perché dietro a ogni parola, a ogni frase, a ogni concetto espresso con chiarezza cristallina e dolorosa, perché mostra inequivocabilmente il marcio che si annida negli angoli, e non solo in quelli, del nostro stato, spesso assente, spesso correo, spesso colpevole quando si tratta di criminalità organizzata e delle sue colpe indicibili che danneggiano tutti noi, perché l’illegalità vanifica ogni sforzo di miglioramento e progresso, c’è la forza della consapevolezza, dello studio, della documentazione, della determinazione a fare emergere la verità, ricostruita storicamente fin nel dettaglio. Una lettura indispensabile.

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“La città bianca” – Errata corrige

Pubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa dell’editore

Per uno spiacevole equivoco Marsilio ha utilizzato sulla copertina del libro La città marcia di Bianca Stancanelli l’illustrazione di Vincenza Peschechera che era già stata pubblicata sulla copertina del volume L’età definitiva di Giuseppe Schillaci, LiberAria Editrice.

Marsilio si dispiace per l’accaduto e dichiara di aver proceduto all’invio alle librerie che hanno acquistato il volume, e al magazzino, per l’intera giacenza restante, di una nota “errata corrige” relativa al copyright dell’immagine. Il copyright è stato contestualmente aggiornato nell’edizione digitale del volume.

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“La città marcia”

1456467883-0-bianca-stancanelli-la-citta-marcia-racconto-siciliano-di-potere-e-di-mafiadi Gabriele Ottaviani

Questo libro racconta una storia degli anni della guerra fredda, una storia siciliana di potere e di mafia. Da quegli anni e da quella storia viene l’uomo che il 31 gennaio 2015 è stato eletto presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La sua elezione ha coinciso con un momento in cui lo spettro di una nuova guerra fredda si affacciava sulle terre contese dell’Ucraina, nel duro confronto tra Est e Ovest. Solo un caso, nulla più che una coincidenza. Ma è spesso il caso a fabbricare i destini. Mattarella è il primo siciliano chiamato al Quirinale nei quasi settant’anni di vita della Repubblica. Non sarebbe mai arrivato a quella carica – e mai avrebbe cominciato a fare politica – se la storia di Palermo non fosse andata come questo libro racconta. Nell’accorta predestinazione che regola i destini nelle vecchie famiglie siciliane, Sergio Mattarella avrebbe dovuto dedicarsi agli studi di Diritto, all’Università. Un delitto decise della sua sorte: l’assassinio di suo fratello maggiore, Piersanti, il presidente della Regione che voleva una Sicilia “con le carte in regola”. Il delitto Mattarella è stato per la Sicilia ciò che il delitto Moro è stato per l’Italia. Eppure dire che l’assassinio di Aldo Moro fu un delitto politico è considerata un’ovvietà, ma affermare che il delitto Mattarella fu un delitto politico passa per un’eresia o, al più, per un ridicolo esercizio di dietrologia. E si fa finta di non vedere – o non si vede davvero, che è anche peggio – che in nessun momento della sua storia Cosa Nostra ha fatto politica con la ferocia e la determinazione degli anni Ottanta, passando per le armi gli avversari nel partito di maggioranza e nell’opposizione e pretendendo di ridisegnare con pistole, kalashnikov e tritolo la classe dirigente della capitale della Sicilia, allora la sesta città d’Italia. Trent’anni dopo, solo le aule delle Corti d’Assise sembrano impegnate a ragionare, sempre più stancamente, su quei crimini. E si affida ai mafiosi che hanno scelto di collaborare con la giustizia il compito di spiegare decisioni strategiche dell’organizzazione, delitti che hanno cambiato il corso della storia. Strana scelta. Vi fareste raccontare l’Olocausto da un militare delle ss? E chiedereste a un fante che ha combattuto sul Carso le ragioni della Prima guerra mondiale?

[…]

È stato detto, ma vale la pena di ripetere: come sarebbe cambiata Palermo con Piersanti Mattarella presidente della Regione, Boris Giuliano capo della Squadra Mobile, Gaetano Costa procuratore della Repubblica, Cesare Terranova e Rocco Chinnici alla guida dell’Uf fi cio istruzione, Pio La Torre segretario del Pci, Carlo Alberto Dalla Chiesa prefetto antimafia e così via, lungo l’interminabile catena dei delitti degli anni Ottanta? E che cosa sarebbe diventata l’Italia se a questi uomini fosse stato consentito di cambiare le cose? Negli anni che questo libro racconta, la mafia agiva come guardiana di un potere immobile: per soffocare nel sangue e nel terrore ogni cambiamento. Da quel divieto di cambiare, a Palermo come a Roma, discende l’agonia della Prima Repubblica – poi prolungata nell’estenuante putrefazione cui si è assegnato il nome di Seconda Repubblica. L’uomo del quale questo libro narra la storia, Giuseppe Insalaco, conosceva la mafia e il potere. Aveva cominciato a svelarne i segreti. Altro ancora voleva raccontare. L’hanno fermato con quattro colpi di pistola. Nessuno ha spiegato perché.

C’è un posto dove bisogna andare per capire il potere di Cosa Nostra a Palermo alla metà degli anni Ottanta. È un cortile, niente di più che un umile rettangolo di cemento, ghiaia e terra, chiuso in un perimetro di palazzine. È qui che, mentre Insalaco conosce il trionfo e la caduta e sua figlia Ernesta raccoglie minacce di morte nella buca delle lettere, Totò Riina, ormai il capo assoluto di Cosa Nostra, prende l’abitudine di convocare i suoi luogotenenti: al numero 8 di largo Mariano Accardo. Il cortile si trova al centro di un isolato di case popolari a due piani, modestissime, dipinte di uno stinto color ocra, a ridosso di viale della Regione Siciliana, l’arteria che attraversa Palermo da Est a Ovest. Tutt’intorno si ergono palazzi di otto, dieci, anche dodici piani, alti come torri di guardia. La palazzina al numero 8 ha due ingressi: uno sulla strada, l’altro sul cortile. I mafiosi entravano dall’ingresso sul cortile. Per accedervi, bisogna imboccare una stretta strada a doppio senso di circolazione, poco più di un budello, via Giovanni Marrasio, dove due macchine, incrociandosi, devono negoziare il passaggio con circospezione.

Bianca Stancanelli, La città marcia – Racconto siciliano di potere e di mafia, Marsilio. Un libro duro, documentatissimo, preciso, importante, una ricostruzione storica colta, dettagliata, approfondita, che narra una delle pagine più nere e centrali della storia del nostro Paese, una vicenda con cui quotidianamente bisogna fare i conti, da anni, per non dire decenni, o secoli, tra denunce di intellettuali e giornalisti, che hanno pagato spesso un prezzo salatissimo per questa loro lotta all’illegalità e per la dignità, roboanti proclami, lotta effettiva, successi e sconfitte, collusioni e inefficienze: il rapporto tra lo Stato, un’entità avvertita come qualcosa di assolutamente distante, ma che in realtà siamo tutti noi, e la mafia. Che è entrata persino nella mentalità. Perché ogni atteggiamento disonesto è di fatto mafioso. Cosa Nostra. La criminalità organizzata. Che in certe zone si sostituisce allo stato. Dà pane. Un pane macchiato di sangue, ma c’è chi le si affida. Perché si sente ignorato dall’ordine costituito. La storia siamo noi, e davvero nessuno si può sentire escluso. Da non perdere.

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