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“Dimmi che non può finire”

di Gabriele Ottaviani

Samuele stava bene. E suo padre mi avrebbe licenziata perché gli avevo fatto marinare la scuola. Mi sembrava molto piú accettabile rispetto alle previsioni che avevo fatto per tutto il week-end. – È vero quello che mi ha riferito mia madre? – Sí, è vero, – risposi d’un fiato, comunque intenzionata a non farmi mettere all’angolo. – Spero tu abbia una spiegazione. Mi schiarii la voce. – Ero andata a scuola per controllare che stesse bene e, quando la maestra mi ha vista, ho preferito inventare una scusa e portarlo via… Mi si stringe il cuore a vedere un bambino infelice che fa ricreazione da solo come se il resto del mondo lo ripudiasse. E poi, – aggiunsi tutt’altro che intimidita, – ho approfittato per fargli fare un giro e un ripasso di matematica. Non si può passare la vita tra casa, scuola, tappeti di karate, o come si chiama, e violino! Fissavo Davide a testa alta, lui era incredulo: – Ti rendi conto di quello che stai dicendo? Annuii tenendo gli occhi fermi su di lui. – Quanto alla matematica, – disse, – la maestra ha riferito a mia madre che Samuele parla dei numeri in un modo strano, tirando fuori nozioni che non si capisce dove possa aver appreso e che rischiano di confonderlo. – Non so a cosa si riferisca, – mi sforzai di celare l’ondata di orgoglio che mi aveva attraversato nell’immaginare Samuele farsi grande agli occhi degli altri con sofisticati concetti di numerologia come facevo io a undici anni, – e comunque ti assicuro che sta migliorando. Lui mi guardava allibito, come se l’idea di farmi lavorare là fosse la piú balzana che avesse mai avuto.

Dimmi che non può finire, Simona Sparaco, Einaudi. Amanda non ama vivere, e infatti da sempre non lo fa: troppo consapevole del fatto che tutto ha un termine, gioca in difesa, di rimessa, non si lascia mai andare, perché quando tiene a qualcosa la smarrisce, e non sopporta la delusione della perdita. Rinunciataria ma inconsciamente indomita, sola ma affamata di compagnia, anche se non lo ammetterebbe mai, accetta un lavoro che non le piace perché così di certo le rimarrà: occuparsi di un bambino. Il problema, se così si può definire, è che però in quella piccola anima ferita lei si rispecchia e riconosce, e non ce la fa proprio a far finta di niente… Fiabesco, lirico, commovente, è un ritratto intenso della lotta quotidiana che ognuno a suo modo compie contro la precarietà dei sentimenti e la paura di meritarsi di essere felice.

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“Nel silenzio delle nostre parole”

91VnsFLHyCL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Poche ore più tardi avrebbe conosciuto la fidanzata di suo figlio, avrebbe dovuto essere contenta.

Nel silenzio delle nostre parole, Simona Sparaco, DeA Planeta. Il romanzo, vincitore del premio DeA Planeta del duemiladiciannove, narra con eleganza evidente già dalla bella copertina e soprattutto dall’ossimorico, musicale, lirico e significativo titolo, la vicenda di anime trincerate in rimpianti soffocanti e avviluppate in timori che il pudore non consente di confessare, che non hanno il coraggio di accettarsi per come sono e di lasciarsi andare, mettendosi in gioco, rischiando, personalità fragili eppure fortissime squarciate dal dolore, dalla paura di deludere chi amano, dall’ansia di essere felici e di non sapere come gestire le novità, affrontare le prove che costantemente giorno dopo giorno l’esistenza pone loro dinnanzi, che temono il futuro finché non è proprio quest’ultimo, diventando d’improvviso, benché certo non si possa definire inatteso, nell’ineluttabile scorrere del tempo, un tragico e pericoloso presente, a costringere uomini e donne in preda al male di vivere ad abbandonare gli indugi e mollare gli ormeggi. In un appartamento che nessuno più occupa un frigorifero va in cortocircuito: lente, silenti, subdole, inesorabili, le fiamme iniziano a divorare ogni cosa in quel condominio in cui si sfiorano destini incrociati, mentre la metropoli di notte dorme e forse sogna immagini di vita e/o di morte. Bellissimo.

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“Equazione di un amore”

equazione-di-un-amore-sparacodi Gabriele Ottaviani

Si è sfilato i pantaloni e indossa solo la camicia. È concentrato sulla tastiera. Ciocche di capelli scuri gli affollano il viso, le spalle contratte, la schiena ricurva, il corpo che oscilla seguendo il movimento delle mani. C’è una bottiglia di rum aperta sul pavimento e accanto un bicchiere vuoto. Sono passati sette anni dall’ultima volta che Lea ha ascoltato quel brano, eppure le sono bastate poche note per riconoscerlo: è il Concerto numero due di Chopin. Non appena lui si accorge della sua presenza, smette di suonare. Ha una faccia stravolta, gli occhi velati di malinconia. Forse non era per la gelosia che si era incupito in quel modo.

Si sono incontrati grazie a un errore di calcolo, senza il quale nulla sarebbe accaduto. È stata la matematica: d’altro canto è noto che esistano delle funzioni, determinate da certe equazioni, la cui rappresentazione grafica assume la forma di un cuore. Il cuore, forse l’unico organo protetto da una vera membrana. Il cuore, che in fondo è solo una pompa, diastole e sistole, sangue che va, sangue che viene: eppure gli attribuiamo un significato diverso, un ruolo differente. Partecipa di noi, con noi, per noi. Perché quando siamo tristi sembra fermarsi, perché quando moriamo cessa del tutto di battere, perché quando abbiamo paura o siamo in preda alla più pazza delle felicità (quanto è sottile il confine fra i due sentimenti) corre, galoppa, ci salta nel petto, sussulta, gorgoglia, si anima, si agita, ci fa capire che c’è una tempesta in atto, bella o brutta che sia, che l’equilibrio statico, la quiete e la calma sono un ricordo lontano, per il momento, ma forse potranno tornare a farci compagnia. O magari invece la nostra vita sarà in futuro tutta un sussulto, un ottovolante, una sinusoide. Da un certo momento in poi qualche volta succede che tutto cambi, e che tu non possa farci niente. La vita ha le sue opinioni, non è come la matematica. Due più due fa sempre quattro, al massimo dieci o undici, se conti in base quattro o in base tre, ma non potrà mai fare cinquantasette, e una radice quadrata non può essere minore di zero, quel numero arabo e tondo per il quale non è nemmeno possibile dividere. Ci sono cose possibili e cose che non lo sono. Sarebbero state due rette sghembe i due protagonisti, non solo parallele, ma addirittura non complanari: non si sarebbero incontrati mai. Se non fosse stato per un errore. Ma cos’è davvero un errore? In fisica è qualcosa che va comunque considerato, perché è ineliminabile. Ci sono strumenti più o meno precisi, ma non perfetti. E il cuore che strumento è? Lea, che in fondo è ancora la ragazzina che ha dato il primo bacio in terza media nel garage dell’amica Bianca durante il solito gioco della bottiglia che ci ha tenuto e tiene compagnia da quando esistono le bottiglie, probabilmente, ha lasciato Roma per Singapore. Al seguito del suo affidabile marito, Vittorio. Un avvocato di successo. Che da anni vuole un figlio. Ma lei non è pronta. Poi ci provano, ma i figli si sa che arrivano quando vogliono loro. Il trasferimento in compenso le ha ispirato un libro. Un romanzo. L’unico che sia stata in grado di completare. Che ha spedito a tutte le case editrici che conosce. Non le risponde nessuno. All’inizio. Poi sì. E deve tornare a Roma. E incontra di nuovo quella retta che avrebbe dovuto essere sghemba ma non lo è stata. Cupido ha tante frecce al suo arco, anche a forma di logaritmi. Chiamatelo destino, moira, fato, amore, come volete. Ineluttabile e bellissimo. Come il romanzo della sempre più brava Simona Sparaco, per Giunti. Equazione di un amore. Travolgente, emozionante, imperdibile.

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