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“Picasso”

Picasso Antologiadi Gabriele Ottaviani

Picasso – Uno, nessuno, centomila, Skira. Un’antologia a cura di Luca Scarlini, saggista e drammaturgo di chiara fama e gran talento. Fernande Olivier, Gertrude Stein, Jean-Yves Le Naour, Rainer Maria Rilke, Francesca Bertini, Enzo Restagno, Brassaï, Ray Bradbury, Luís Miguel Dominguín, Giorgio Soavi, Misia Sert, Pablo Neruda, Françoise Gilot (insieme a Carlton Lake), André Malraux, César Aira: sono nomi straordinari quelli che si susseguono nel novero delle pagine di quest’opera che, come un collage, trae dalla giustapposizione armoniosa, talmente significativa da farsi tessuto narrativo, di immagini e parole apparentemente frammentarie una coerenza viceversa esemplare, capace di riprodurre ognuna delle sfaccettature di una delle icone più celebri dell’arte e non solo, quel Picasso che del resto valicò il confine della tridimensionalità rappresentando, nelle sue opere, per esempio nei volti delle sue donne d’Avignone e nella morte tangibile immortalata in Guernica, il tempo, fagocitante tiranno. Da non lasciarsi sfuggire.

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“Onda sonica di tragicomiche disavventure”

MOROZZI Onda Sonica (1)di Gabriele Ottaviani

Onda sonica di tragicomiche disavventure, Gianluca Morozzi, Skira. Musicista, conduttore radiofonico, scrittore prolificissimo e valido, sempre brillante, originale, fresco, frizzante, irriverente, intenso, intrigante, capace di guardare al di là delle convenzioni, Gianluca Morozzi narra in quest’occasione con intelligenza e divertimento la storia del nostro mondo, in cui The Who, la rock band londinese la cui storica formazione è composta da Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle e Keith Moon, è un’amatissima compagine, mentre i Despero hanno un destino più simile al loro nome. In una realtà parallela, però, The Who sono addirittura dei supereroi, cui toccherà inseguire attraverso uno specchio distrutto, come se fossero delle novelle Alice in un universo delle meraviglie, un temibile antagonista. E… Semplicemente, un’impetuosa ventata d’aria fresca.

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“Il mistero dell’angelo perduto”

Vodret Mistero angelo perdutodi Gabriele Ottaviani

Il mistero dell’angelo perduto, Paolo Jorio, Rossella Vodret, Skira. Al tempo degli antichi greci le guerre si bloccavano quand’era momento di olimpiadi. Vigeva la tregua. In tempi moderni, purtroppo, non è più stato così. Il barone Pierre de Coubertin ha voluto, e che Dio gliene renda sempre immenso merito, perché di rado ci si emoziona di più come nel vedere qualcuno tentare con le sue sole forze di andare oltre il limite e realizzare un sogno, ripristinare queste leali competizioni in cui i valori universali dello sport sono sublimati al massimo livello: ma ogni grande evento, si sa, è anche efficace veicolo per la propaganda. Fortunatamente la sorte è ironica, e quindi i giochi dell’era moderna che dovevano celebrare la superiorità della razza ariana in verità si sono ritorti contro Hitler e i suoi perfidi sodali, visto che la ribalta del palcoscenico è stata tutta per Jesse Owens, che certo alto e bello come un eroe omerico lo era, ma non altrettanto biondo: ed è proprio nella Berlino del millenovecentotrentasei che un uomo e due donne si incontrano. Amano l’arte, sono studiosi, e attorno a una tela di Caravaggio si dipana un vero e proprio, avvincentissimo, intrigo internazionale… Da non perdere.

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“Ricordi di un mercante d’arte”

Berggruen Ricordi Mercante (1)di Gabriele Ottaviani

Ricordi di un mercante d’arte, Heinz Berggruen, Skira, traduzione di Enrico Arosio. Una delle più prestigiose gallerie d’arte di Parigi, che si è imposta all’attenzione della comunità internazionale in particolare per tutta la seconda metà del ventesimo secolo, è stata quella di Heinz Berggruen, un collezionista di altissimo livello nato agli albori della prima guerra mondiale che ha vissuto la sua giovinezza in una Berlino dall’aria ancora non ammorbata dal nazismo, e che da lì è fuggito in California per poi tornare nel vecchio continente. Un uomo senza dubbio caratterizzato da un notevole bernoccolo per gli affari, ma anche innamorato della bellezza in quanto tale, salvifica immateriale materia, nutrimento e virtù, e suo custode e artefice: un uomo, inoltre, dalle molteplici risorse e dai vari talenti, come quello per la scrittura. Davvero dunque viene da considerare questi suoi testi autobiografici come una pinacoteca, in cui ritrae con spirito e tinte scintillanti e numerose la sua vita e quella di chi ne ha condiviso almeno qualche passaggio: Picasso, Matisse, Mirò… Da non perdere.

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“Chi ha bisogno di te”

51ktfw-m-KL._SX335_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Chi ha bisogno di te, Elisabetta Bucciarelli, Skira. Tutti gli amori, se sono liberi e senza costrizioni, hanno pari legittimità. Sono tutti uguali. Eppure sono tutti unici. Diversi. Imparagonabili. Incomprensibili, per chi non li prova. Insostituibili, per chi vi è immerso. Ognuno, d’altro canto, è fatto a suo modo. Quindi ognuno ama a suo modo. Esattamente come mangia, beve, vive, prega, sogna o fa l’amore. Meri è giovane. È figlia di una donna che le impartisce un’educazione sentimentale piuttosto singolare, per lo più costituita dai testi delle canzoni dei Queen. E mentre riceve diversi biglietti anonimi scritti a mano, che fanno sì che subito si metta sulle tracce della persona che glieli spedisce, intorno a lei tanti altri personaggi vivono le situazioni più disparate (e talvolta anche disperate) e si ritrovano a dover affrontare il più grande ostacolo che ci si possa trovare dinnanzi quando si prende coscienza della necessità di dover fare di tutto per essere quel che si è: la verità. Intenso e imbevuto di autenticità finanche nelle situazioni in apparenza più fantasiose, è da non perdere.

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“Il mistero Arnolfini”

download (1).jpegdi Gabriele Ottaviani

Il mistero Arnolfini – Indagine su un dipinto di Van Eyck, Jean-Philippe Postel, prefazione di Daniel Pennac, Skira. Traduzione a cura di Doriana Comerlati. Il ritratto – la cui vicenda, fatta di continui passaggi di mano in mano, è a dir poco rocambolesca – dei coniugi Arnolfini, uno fra i dipinti più celebri della storia dell’arte, realizzato quasi seicento anni fa, in merito al quale sono stati spesi fiumi di inchiostro, data la complessità e la stratificazione sotto ogni punto di vista dell’opera, che si presta a un’infinità di chiavi di lettura a livello concettuale e simbolico, ma non solo, è al centro di questo libro avvincente, dal ritmo teso, dalla prosa ampia e raffinata. Come un riuscito romanzo, si direbbe: in realtà però è un saggio, dotto, interessante, approfondito, originale, suggestivo, intrigante. Un’enigmatica esegesi sulla storia di un enigma, quello custodito gelosamente dalla tela: per Postel, infatti, medico con la passione dell’arte, nonché, com’è noto, caro amico del già nominato Daniel Pennac, tra i panneggi variopinti e gli ieratici volti ritratti si cela l’apparizione nientedimeno che di un fantasma… Da leggere.

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“Splendore a Shanghai”

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Splendore a Shanghai, Gianfranco Manfredi, Skira. I primi decenni del Novecento sono stati un’epoca caratterizzata da numerosissime peculiarità: un tempo di mutamenti, di transizione, fatto di vari elementi che si riverberano anche nella produzione artistica dell’epoca. Basti solo pensare al fatto che col finire degli anni Venti si conclude anche pressoché dappertutto l’epoca del cinema, invenzione comunque giovanissima, muto: ed è proprio a cavallo fra gli anni Venti e il decennio successivo che Doremì, nome parlante come solo forse quelli di Plauto hanno saputo essere, pianista giovane e talentuoso, improvvisa colonne sonore dal vivo nella sala di un piccolo cinema di paese. Ha studiato i classici, ma il patrimonio musicale anglosassone, con la sua potenza innovatrice, non può che sedurlo irresistibilmente. La sua vita, in ogni modo, procede di fatto serenamente finché arriva un’occasione inattesa, un ingaggio per un concerto nell’estremo oriente, in quel mondo altro, nuovo, diverso, esotico, sensuale, onirico, cosmopolita, incredibilmente precoce rispetto ai tempi, in un’epoca comunque di conflitto, che rappresenta, per lui, una vera e propria svolta esistenziale: Gianfranco Manfredi, cantante e autore, sceneggiatore di film, sceneggiati e finanche fumetti, mescola con sapienza tutti gli ingredienti necessari per realizzare un romanzo intenso, potente, leggibilissimo, pieno di livelli di interpretazione e suggestioni.

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“Lei mi parla ancora”

COP_10337_Sgarbi_Lei_MI_Parla_OK.qxd:Layout 1di Gabriele Ottaviani

Molte delle persone che oggi sono passate di qui mi hanno chiesto quale sia stato il segreto di un amore così lungo. A dire la verità, loro parlavano di matrimonio. Hai fatto caso che nessuno usa più la parola amore? Secondo me è più paura che pudore. D’altronde, il pudore è morto da un pezzo, mentre la paura non è mai stata così viva. Forse è proprio la scomparsa del pudore che le ha fatto alzare la testa. È la felicità che fa paura. Forse perché ci sembra sempre troppo breve. Sappiamo che passerà presto e temiamo il dolore che ci lascerà. Il dolore, invece, lo temiamo meno. Sembra un paradosso, ma è così. Perché lui non ci delude mai, dal momento che da lui non ci aspettiamo mai niente di buono. Sia come sia. Credo che il diritto di usare la parola amore ce lo siamo guadagnati sul campo. Non lo pensi anche tu? E poi: di cosa dovrei avere paura, ormai? Di raggiungerti? Beh? E quale sarebbe il danno? “Il segreto è uno solo”, ho risposto, “avere senza possedere.” C’è solo un modo per non rischiare di perdere qualcosa o qualcuno cui teniamo: non possederlo. Mi guardavano facendo sì con la testa, ma si vedeva che non capivano. Non capivano che tu e io, Caterina, non ci siamo mai persi perché non ci siamo mai posseduti. Per noi, amarsi ha sempre voluto dire essere, non avere. Essere l’uno per l’altra: non l’uno dell’altra. La differenza c’è. Eccome. Ed è lei che ci ha portati fino qui.

Lei mi parla ancora, Giuseppe Sgarbi, Skira. Con ogni probabilità è la più delicata, dolce, tenera, commossa, commovente, intensa, autentica, intima, universale, generosa, straordinaria, appassionata, sublime lettera d’amore che sia mai stata scritta. Un amore di cui si arriva a dire con assoluta e convincente convinzione che la formula classica atta a sancirlo, questo come tutti, ossia il più celebre tra i novenari celebri,  finché morte non vi separi, in verità è una bugia, il minimo sindacale, perché questo amore è un amore tale che va oltre. E questa è la missiva che tutti un giorno vorremmo ricevere. Quella che forse non ci arriverà mai, perché di amori così forse si è perso lo stampo. Quella che forse se pure ci arrivasse non potremmo leggere, perché se ci venisse dedicata, così dolente e insieme lieta, piena di grazia, consolante, lenitiva come un balsamo e priva di vergogna, perché del dolore non bisogna vergognarsi, così come della gioia, perché né l’uno né l’altra è una colpa, vorrebbe dire al tempo stesso che ce ne saremmo andati via, in quell’altra stanza da cui non c’è ritorno, anche se il muro in fondo è sottile. E saremmo andati via magari persino senza preavviso, approfittando della distrazione di chi ci ama, che ci sia o meno una folaga che si libra repentina in cielo a fargli volgere il capo, per fare in modo che non debba vedere la tristezza dei nostri occhi che si spengono, per fare in modo che non dobbiamo vedere la tristezza dei suoi occhi che si accendono di consapevolezza, quella dell’infame torto subito, lasciarlo solo. Ma chissà se poi davvero da lontano non si legge anche meglio, chissà se poi davvero quel muro sottile non ha qualche piccola breccia, attraverso cui soffiarsi l’anima l’un con l’altro, come Piramo e Tisbe. Rina è morta, Giuseppe è qui, e in queste pagine c’è tutta la vita. Non è così raro che un libro faccia bene all’anima. Ma così tanto, francamente, è quasi miracoloso.

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“Architettura italiana – Dal Postmoderno ad oggi”

1296 COP_9112_Mosco_PBK_OK.indddi Gabriele Ottaviani

Nel dopo Tangentopoli l’intellighenzia dell’architettura tenta di fare i conti con le proprie responsabilità. Attento, preciso, e civilmente impegnato il pamphlet di Pierluigi Nicolin Notizie sullo stato dell’architettura in Italia, in cui l’autore mette in relazione il declino estetico con quello morale, ma oltre a lui a fare un punto della situazione ci prova inaspettatamente Vittorio Gregotti in un editoriale di “Casabella” dal significativo titolo Ritratto di una generazione. La generazione a cui si riferisce Gregotti è la sua, quella “di mezzo”, successiva a quella dei maestri (Samonà, Rogers e Quaroni) ma fuori tempo per il ’68. Egli imputa a sé e ai suoi coetanei di aver avuto un atteggiamento ambiguo nei confronti del declino del paese, un “atteggiamento complice più che guida”. Le accuse di Gregotti sono tante e argomentate, anche se non riguardano mai lo specifico dell’architettura; a prevalere è ciò che era stata l’ossessione della “generazione di mezzo”, ovvero il ruolo dell’intellettuale. Un dibattito questo che negli anni successivi verrà del tutto dimenticato, persino osteggiato, generando così una frattura in quella linea continuativa, sebbene eclettica, che aveva caratterizzato l’architettura italiana. Alla fine dell’editoriale Gregotti pone, evidentemente alla nuova generazione del post Tangentopoli, una chiara domanda: “Permanenza, lunga durata, impegno soprattutto, in diversi modi il rapporto con il contesto e la coscienza della propria condizione manierista restano i vocaboli più praticati invece dalla mia generazione. Costituiscono questi nell’insieme un messaggio sufficientemente chiaro e utile?”. Gregotti implicitamente si dà anche la risposta, che è negativa. Egli infatti intuisce che per la nuova generazione questi valori sono diventati dei disvalori: a coloro i quali scelgono l’arrembante decostruzione interessano infatti l’effimero e soprattutto il disimpegno; manierismo poi è un termine che sembra aver perso completamente significato. Alla resa dei conti partecipa, sempre su “Casabella”, Massimo Scolari che risponde duramente alle parole del direttore. Per Scolari infatti la generazione di mezzo lascia a quella successiva, che chiama la “generazione tolta di mezzo”, rovine fumanti per diverse ragioni.

Architettura italiana – Dal Postmoderno ad oggi, Valerio Paolo Mosco, Skira. Trentanove anni fa l’Italia vive una delle pagine più nere della sua storia. Aldo Moro viene sequestrato a Roma, in Via Fani, rapito, ucciso e abbandonato cadavere in Via Caetani, di fronte alla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, a metà strada tra la sede del PCI e quella della DC, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. Il conflitto ideologico è al suo apice. Ma nel giorno del funerale dello statista di Maglie viene anche inaugurata la mostra “Roma interrotta”, che sostiene la tesi esattamente opposta. Il postmodernismo infatti si nutre di disimpegno, è il primo sasso gettato in uno stagno fatto di convenzioni e consuetudini che dà il via a un dibattito culturale imperniato su varie tematiche. Al centro, l’architettura, che è disciplina dell’edificare nel senso più ampio ed elevato del termine: lo spazio vitale, urbano, umano, è difatti un luogo al tempo stesso concreto e ideale, la progettazione è emblema di un’istanza di rinnovamento, di un’esigenza di comprensione. L’esegesi storica, culturale, sociale, politica, economica di Valerio Paolo Mosco, docente e dottore di ricerca in progettazione architettonica, è brillante, divulgativa, accattivante, soddisfa curiosità che chi non è esperto del settore probabilmente prima della lettura di questo libro non sapeva nemmeno di avere.

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“Quanto vale un uomo”

Layout 1di Gabriele Ottaviani

Nel corso di un raduno con alcuni coltivatori diretti mi è capitato di incontrare la proprietaria di un’azienda agricola di origine siciliana, la signora Antonella Bellanca, la quale mi parlò di uno suo zio divenuto uno dei pionieri dell’aviazione civile statunitense. Molto incuriosito dalla vicenda mi feci mandare tutta la documentazione che la signora custodiva. Grazie a quelle carte si evinse la straordinaria importanza di un personaggio che, emigrato dalla Sicilia negli Stati Uniti, grazie al suo eccezionale ingegno, era diventato uno dei protagonisti assoluti della storia dell’aviazione mondiale. Rimasi molto colpito dalla mia personale ignoranza. Mi venne naturale il desiderio di raccontare la sua storia facendola conoscere anche ad altri. Parlandone con Annalisa Gariglio ci venne l’idea di ampliare la ricerca. Partendo dalla domanda “Quanto vale un uomo?” scegliemmo altri due episodi poco noti o del tutto sconosciuti al grande pubblico. Selezionammo due storie: una riguardava l’impresa di Zappi e Mariano dopo il disastro del dirigibile “Italia” e l’altra riguardante la strage di Niccioleta compiuta nel giugno del 1944 dai nazifascisti. Pensammo di affidare la rappresentazione dei tre episodi a tre grandi attori del teatro di narrazione: Marco Baliani, Ascanio Celestini e Marco Paolini. Abbiamo quindi elaborato, Annalisa Gariglio e io, tre tracce scritte…

[…]

Raramente se ne trovava uno che sapesse leggere e scrivere. Riconoscevano il loro nome e qualcuno sapeva fare la firma. Il poco di matematica che conoscevano l’avevano imparato perché gli serviva per il lavoro. Era una roba di metri, per esempio. Metri di lunghezza di un carreggio Metri di profondità di una discenderia. Sì, perché parlavano in questa maniera. Anche le parole erano le parole del lavoro. Dicevano carichino o fochino salbanda, pistoletto e smarino calcatoio e borraggio giavinatura e bullonaggio smorza, brillamento e discaggio mina, barra mina, nettamina e canna da mina. E anche quando si servivano di parole che conoscono tutti le usavano in maniera diversa. Per loro l’armatura non era quella dei cavalieri medievali, né la padrona era quella di casa o dell’osteria. L’intasamento non c’entrava coll’ingorgo nel traffico o con il lavandino otturato. La volata non era quella che fa il corridore. Se parlavano di fronte non si riferivano a quel pezzo di testa appena sopra gli occhi, né al fronte della guerra mondiale. Lavorare a ribasso non significava tirare sul prezzo e se gli avessi detto che dal camino ci passa il fumo perché sotto c’è il fuoco acceso l’avrebbero presa male, avrebbero pensato a un disastro. Perché le parole del loro lavoro le conoscevano solo loro. Perché erano le loro parole e tra loro si capivano bene. Seguivano il calcio come tanti altri in Italia, ma se gli chiedevi “come va la squadra?” non pensavano al pallone, ma alla squadra dei minatori. La squadra che fa i debbiti, la squadra che fa i debbiti.

Andrea Camilleri, Quanto vale un uomo, testi di Marco Baliani, Ascanio Celestini, Marco Paolini, a cura di Annalisa Gariglio, Skira. L’eccidio nazifascista di Niccioleta, la tragica spedizione artica del generale Nobile con il dirigibile “Italia”, la “nave volante” di Bellanca, geniale ingegnere siciliano ideatore del primo monoplano per la trasvolata atlantica. Alla base di questo libro ci sono queste tre storie, non troppo note al grande pubblico, forse, e purtroppo, tre vicende che, come se si trattasse di canovacci della commedia dell’arte, sui quali si innestava l’estro dell’interprete improvvisatore, Marco Baliani, Ascanio Celestini e Marco Paolini prendono come punto di partenza. Per agire, rappresentare, raccontare, testimoniare. Quanto vale un uomo, idea del papà di Montalbano e di Annalisa Gariglio,  riunisce i testi originali e i monologhi rielaborati dai tre attori e autori: sembra la costruzione di un dialogo platonico, in cui ogni voce porta la sua Weltanschauung al cospetto dell’altro da sé, per condividere e condividersi. Un testo che, sia pur finito, limitato, incorniciato proprio dal suo essere scritto e stampato, rende vivo, concreto e avvincente il confronto, la dinamica del lavoro che cresce, lievita, diviene sempre migliore e più preciso, in un percorso intellettuale e al tempo stesso artigianale che mette al centro la persona, l’uomo, i valori che lo rendono tale, su tutti la dignità, che non ha prezzo ma costa assai. Va poi sottolineato che per volontà degli autori i diritti editoriali dell’opera saranno donati a Emergency e destinati alla cura delle vittime della guerra e della povertà, e anche la casa editrice stessa, che ha prodotto il volume, che contiene pure i cd audio dei suddetti monologhi, partecipa a questa iniziativa. Non un semplice libro, un’esperienza e una testimonianza di impegno civile.

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