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“L’eredità dei vivi”

di Gabriele Ottaviani

A casa nostra è stato sempre bene accetto chiunque…

L’eredità dei vivi, Federica Sgaggio, Marsilio. Migrata dopo la seconda guerra mondiale dal sud al nord, Rosa è una donna forte, una madre che insegna alla figlia a non piangere e che accudisce il figlio affetto da una grave disabilità con tenero piglio battagliero: la sua lotta è la lotta per tutti coloro che soffrono, che hanno meno, che sono privati di opportunità e diritti. La lotta è quella che una figlia racconta di sua madre, la lotta è la militanza politica nell’accezione più alta del termine per rendere il mondo migliore. Non solo un romanzo ben scritto, quella di Federica Sgaggio è un’opera, oggi più che mai, necessaria.

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“L’avvocato G.”

sgaggio_copertinadi Gabriele Ottaviani

Tu non avevi cuore di dirgli che eri felice così: con un marito che avresti amato finché avevi vita, con due bambini che ti incantavano, con un amante che moltiplicava i sensi del tuo corpo e ti ubriacava di piacere fino a farti perdere coscienza dei tuoi confini.

Con un amante da respirare facendo l’amore con tuo marito.

Qui l’hai fregato tu, di questo ti devo dare atto.

Lavoravi in uno studio concorrente, all’epoca.

Al segreto di due corpi andava aggiunto il segreto di due rivali.

Tu, però, eri solo una segretaria. Lui il socio principale del suo gruppo.

Ah, come l’avevi scelto bene, questo differenziale erotico di potere.

Furono giorni, settimane, mesi di sussulti dissimulati, di intimi sconquassi sovreccitati.

Una notte vi consumaste l’un l’altro con rispettosa e rapace violenza, scialacquando tutte le energie al punto da ritrovarvi come sommersi nel liquido tiepido di un’allucinazione.

Bastava che ti guardasse e tu venivi.

Forse.

Poi ti addormentasti. «Ti ho osservato dormire per tre ore» ti disse quando riapristi gli occhi inebetita.

Erano parole raccapriccianti, no? Una dorme e un altro la sorveglia.

Ci si sente come una a cui han tentato di succhiare l’anima nel sonno.

Quanta virilità – vero? – nell’approfittare del tuo calo di vigilanza su di te.

Quanti equivoci sull’amore.

Quanti stupidi inciampi, nel dare la maiuscola a un uomo.

«Mi piace quando sei felice» ti diceva. «Potremmo essere felici così per sempre. Pensaci, meritiamo di essere felici.»

Faceva promesse come se fossero minacce.

E tu ti spaventavi.

Se anche quello che avevi vissuto fosse stato amore e non una specie di sogno sensuale ambientato in un giardino delle delizie, quell’amore aveva cambiato forma.

Tògligli la passione, e resta l’avvocato G.

Un uomo alto alto alto con una fronte lucida e sfuggente, una faccia rosa senza zigomi né mento, cadente come i fianchi di un’anziana mucca magra, che un giorno – sì – ti aveva chiesto di «dargli un figlio».

Per un minuscolo frantume di tempo ti sembrò un’idea che aveva una sua logica, ma poi ti rendesti conto che era una follia.

Federica Sgaggio, L’avvocato G., Intermezzi. Ha gli occhi tristi e soli, non è bello, non pare nemmeno particolarmente brillante, affascinante, seducente. È mezzo irlandese e mezzo italiano. Eppure lei, che come lui è sposata, inizia a desiderarlo. Per scherzo. Per piacere. Per voglia. Per noia. Per sesso. Gli gira intorno per un anno, come uno squalo. Perché vuole sentirsi più sicura di sé, apprezzata, capace di essere altro da ciò che è. E perché sembra che lui non la desideri. Non la voglia. Non abbia bramosia di pura, semplice, disinteressata – no strings attached, per dirla con lessico da chat: una volta rivestiti ognuno per la sua strada, almeno fino all’incontro successivo – ginnastica da scrivania e non solo. Debba sempre giustificarsi con qualche sentimento. La moglie, un’infermiera dai capelli rossi, l’ha castrato, lei sostiene: lei, a cui basta prendere una storta su un sampietrino mentre corre di qua e di là, come sempre, presa tra mille impegni, per sé, per il marito, per la prole, per fermarsi finalmente a riflettere. A guardarsi dentro e a parlarsi con distacco, non troppa indulgenza, non troppa ironia. Il tradimento comincia perché lei ritiene che sia necessario fargli credere che può essere ancora in grado di essere diverso. Lui non tradisce perché ha l’ansia da prestazione, si ripete, non perché è onesto. È un uomo freddo e scostante, tanto perbene, almeno di facciata, ma che in realtà conosce alla perfezione la volgarità. E lei finisce per ritrovarsi a piangere, da sola, oppure… La prosa di Federica Sgaggio, per oltre vent’anni quotidianista, ma poi ha scelto di dare una svolta alla sua vita (è autrice di Due colonne taglio basso per Sironi e del saggio sul giornalismo Il paese dei buoni e dei cattivi, edito da Minimum fax, ha un profondo legame con l’Irlanda e attualmente gestisce un atelier-boutique-centro culturale a Verona), ha numerosi pregi: è fresca, scorrevolissima, credibile, agra e insieme levigata, sa tradurre con efficacia e intelligenza sia il sentimento che lo squallore, per un romanzo breve, limpido ma non banale, interessante.

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