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“L’anno che a Roma fu due volte Natale”

di Gabriele Ottaviani

Quei premi li aveva conservati dentro uno scatolone in garage. In quel magazzino aveva riposto una mole impressionante di oggetti comprati ai mercatini, elettrodomestici in disuso «che non si sa mai possono tornare utili» e tanti vestiti dismessi che Alfreda non voleva in casa. Mario era il direttore commerciale di uno dei più grandi store musicali romani, e durante i viaggi all’estero che faceva per lavoro comprava compulsivamente. Una volta si presentò tutto tronfio alla moglie con una macchina da cucire russa tascabile che a suo parere le sarebbe piaciuta tantissimo. Alfreda tutte le volte allargava le braccia e lo gelava con un severo ma onesto «e mo’ che ci dobbiamo fare con ’sto coso?». Lei faceva l’insegnante di materie umanistiche al Pestalozzi di Torvaianica e a tempo perso dava ripetizioni di latino e greco a svariati ragazzi di Pomezia. Si era fatta un bel giro e quasi tutti i pomeriggi riceveva «le scimmie cerebrolese» nel salone, che era diventato l’ambiente di rappresentanza. Quindi, ogni volta che il marito tornava con quelle cose inguardabili, gliele faceva portare tutte in garage, che non era concepibile per lei avere una casa invasa da cianfrusaglie inutili; poi a lei piacevano gli oggetti chic, e il senso estetico di Mario era troppo tradizionale. Un anno dopo la morte del marito, Alfreda vendette il garage a Er Papero, un ex tossicodipendente a cui evidentemente la droga non aveva del tutto bruciato il cervello, visto e considerato che faceva un sacco di soldi con la coltivazione di cannabis indoor. Nella zona di Pomezia, un albanese aveva comprato un capannone di seicento metri quadrati adibendolo a serra per la coltivazione della marijuana. Una struttura dotata di impianto idroponico per far crescere le piante in acqua distillata senza usufruire del terreno agrario, una tecnica chiamata “fuori suolo”, che era più veloce ed efficace della classica coltivazione – dato che faceva duplicare il principio attivo e crescere le piante in soli due mesi – ma anche molto più rischiosa.

L’anno che a Roma fu due volte Natale, Roberto Venturini, SEM. Autore, soggettista, sceneggiatore, deus ex machina della storia del romantico sognatore Luca, che corregge bozze ma vive amori pieni di refusi, vicenda divenuta una fortunatissima serie sul web alla base del suo splendido Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera, Roberto Venturini torna in libreria con questa deliziosa, agrodolce, ironica, allegorica, profonda e commovente opera che vede per protagonista Alfreda, non più giovane, sola, con la mente annebbiata dall’età e dal dolore, talmente incapace di separarsi dall’amore da cercarlo ovunque, tanto da essere un’accumulatrice seriale di qualsivoglia paccottiglia, al punto da aver reso invivibile il villino di Villaggio Tognazzi, il luogo un tempo di villeggiatura della Hollywood sul Tevere, le dune ora tinte d’arcobaleno di Torvaianica, frazione di Pomezia. È stata costretta ad acconsentire a dare una sistemata prima che l’ufficio di igiene irrompa, ma ha posto le sue condizioni: lei, che è stata separata per sempre dall’uomo della sua vita, vuole che suo figlio, un pescatore ed Er Donna, creatura felliniana che lungo la Pontina è oggetto di lubriche attenzioni, la aiutino a portare a compimento il desiderio di una donna che ha conosciuto in vita, che ora le appare in sogno e che non può riposare per tutte le notti dell’eternità, giorno senza fine, in pace accanto all’uomo che ha sempre amato riamata, perché il suo Raimondo (sì, lei è Sandra…) è sepolto altrove. E questa, per Alfreda, che ha il cuore d’oro e l’anima pura come il più candido dei gigli, è un’ingiustizia intollerabile. Impeccabile e imperdibile.

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“Uccidi quei mostri”

di Gabriele Ottaviani

Forse non vuoi sentirtelo dire, ma non è colpa tua…

Uccidi quei mostri – L’ultimo romanzo rock, Jeff Jackson, SEM, traduzione di Seba Pezzani. Che cosa sta succedendo negli Stati Uniti? Perché ormai non si riesce più ad andare a un concerto senza che questo si concluda anzitempo con l’omicidio di uno dei musicisti sul placo, freddato da qualcuno che, complice la folla, riesce indisturbato a farla franca? Qual è la ragione di tutto questo? Dove si annida il germe, il morbo, il male, la corruzione che tutto appesta? Con una prosa a tamburo battente e profondamente allegorica della nostra società proterva e contaminata, Jeff Jackson dà alle stampe una prova d’autore decisamente convincente. Da leggere.

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“Il mare e il silenzio”

di Gabriele Ottaviani

Quando mi sposerò sarà per amore…

Peter Cunningham, Il mare e il silenzio, SEM, traduzione di Laura Grandi. Com’è finita lì, in un tempo che odora troppo di guerra, in mezzo al nulla, fra la campagna e gli scogli, sposata con un uomo che non ama, in una terra dove le convenzioni hanno il peso specifico del piombo e condizionano irrevocabilmente la vita? Iz lo sa, più o meno, noi ancora no, ma lo scopriamo leggendo, immergendoci pian piano nella tessitura finissima di un arazzo dove non manca un dettaglio: solenne e sontuosa, è la storia di un amore e della nascita di una nazione raccontata da una voce narrativa stentorea e palpitante. Un’imperdibile e incantevole occasione per emozionarsi.

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“Il club dei delitti del giovedì”

di Gabriele Ottaviani

A una a una le luci del villaggio si spengono…

Il club dei delitti del giovedì, Richard Osman, SEM, traduzione di Roberta Corradin. Una volta alla settimana, il giovedì, Elizabeth, che è indiscutibilmente la leader del gruppo, Joyce, Ibrahim e Ron si incontrano per chiacchierare: non dell’ultimo libro letto o dell’ultimo film visto, ma di delitti irrisolti. Del resto vivono in una tranquilla e lussuosa casa di riposo britannica, cosa dovrebbero inventarsi per passare il tempo? Almeno fin quando il crimine non viene a bussare alla loro porta, e… Semplicemente formidabile, prorompente, irresistibile.

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“Storia di una figlia”

di Gabriele Ottaviani

«Ma le SS erano un corpo tedesco, padre. Non c’era posto per stranieri, fra loro. È sicuro di quello che dice?» «Oh, sì, ne sono sicuro. Erano SS italiane, probabilmente volontari arruolatisi fra quelle belve. In altre parole, il Vaticano ci aveva mandato un gruppo di assassini tedeschi e italiani da ospitare fino a cessato pericolo.» «Fino a quando li ospitaste?» chiese Gregor. «Per qualche mese, cinque o sei, non ricordo bene. Erano decisi ma cortesi con noi, ci trattavano bene e di conseguenza noi trattavamo bene loro. Gli orrori che avevano commesso i nazisti erano ancora nascosti agli occhi del mondo, non sapevamo nulla degli ebrei e dei campi di sterminio, e quel poco che sapevamo credevamo fosse un’esagerazione dei vincitori. Di questi militari fuggiaschi si occuparono due organizzazioni, una tedesca e l’altra italiana. Quella italiana si chiamava Miles, ed era nata per aiutare le SS italiane e i fascisti che avevano commesso dei crimini. L’organizzazione tedesca, invece, si chiamava Odessa, ed era più nascosta e riservata.» Annuii, avevo letto dell’organizzazione Odessa. Ma non della Miles. «Miles e Odessa agirono insieme» continuò padre Ivan. «Non fecero nulla per mesi, in attesa che le acque si calmassero. In quel periodo i nostri ospiti restarono segregati qui dentro. Giocavano a pallone, scherzavano. Gli passammo perfino degli indumenti da religiosi per consentire loro di camminare con un vestiario adeguato.» Padre Ivan ebbe un accesso di tosse, e ne approfittai per fare la domanda che temevo di più. Scambiai uno sguardo con Pozza e mi feci coraggio. «Padre, c’è una cosa importante che devo chiederle.» «Parla, figliola.» «Ricorda i nomi delle SS che ospitaste?» «Alcuni sì, degli italiani quasi tutti. Li avevo trascritti su un foglio, ma il foglio è scomparso.» «Si ricorda se fra loro c’era un certo Luigi Sartori?»

Storia di una figlia, Piernicola Silvis, SEM. Anna è ricca. Bella. Dopo la laurea in medicina vuole specializzarsi in chirurgia plastica e farsi una famiglia. Non crea né ha problemi, né vuole averne. Ama, riamata, il padre, un imprenditore veronese che non le fa mancare nulla. Non deve preoccuparsi nemmeno di esprimere un desiderio per vederlo realizzato. Delicata per indole e per assenza di motivi per non esserlo, è neghittosamente ingenua, certo non stupida né vacua, lieve, ma non superficiale, nonostante talune apparenze. Un giorno però il padre viene colpito da un ictus, e, non solo per questo, la vita di Anna compie una svolta dalla quale non è più possibile tornare indietro, perché davanti a lei si spalanca la prateria di un panorama inesplorato, inimmaginato e inimmaginabile, che scuote la sua coscienza. Di colpo, anche per il tramite di un misterioso vecchio amico del padre, è catapultata infatti nel millenovecentoquarantaquattro: tempo di guerra, di SS, di silenzi, segreti, bugie, testimonianze e memorie rimosse, tempo di stragi di innocenti, donne, uomini, bambini, e… Con piglio solenne e tragico, magistrale nell’indagine psicologica, Silvis dipinge un ritratto di donna e un affresco storico-politico monumentali.  

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“Chisciotte”

di Gabriele Ottaviani

«Hai visto?» dice Chisciotte girandosi verso Sancio, con emozione. «Quella avvolta nel manto della sua grande e fluente chioma è un’antica scrittrice orientale che ha visitato per molto tempo le mie notti e i miei sogni, e quello è un grande e infelice poeta, quell’altro è uno scrittore barbaro e dall’anima infantile e selvaggia, quegli altri due sono un sommo e tormentato scrittore che ha fronteggiato il buio e il male del mondo e un sommo poeta che ha travalicato gli artificiali confini posti tra la vita e la morte… E poi, là in fondo, in pigiama e gorgiera, c’è il grande bardo, e ancora più in là, fermo in disparte, con i suoi occhiali da sole e il suo bastoncino per ciechi, c’è l’antico aedo che ha mostrato la vita in guerra e il disperato e insensato eroismo di una specie folle ormai proiettata in questo passaggio d’era e di specie… Non ti posso purtroppo mostrare la mia poetessa segreta, quella a cui ogni giorno rendo omaggio e da cui sono omaggiato, perché ella è di natura regale e perciò è sempre assisa su un trono e non se ne può mai allontanare…» «Ma no, mio signore…» prova a dire Sancio, timidamente, stavolta.

Chisciotte, Antonio Moresco, SEM. Il sognatore per antonomasia, colui che vuole cambiare il mondo e migliorarlo, il protagonista del primo e principale romanzo moderno, ispiratore di tutta una serie d’uomini e personaggi che vogliono vincere le macchie e le paure del loro animo combattendo per un ideale, e non importa che il loro destriero sia macilento o che contro gli si parino soltanto sgangherati mulini a vento, l’emblema dell’alterità, della bizzarria, della stranezza, della diversità, dell’irredimibile, al di là persino d’una completa consapevolezza, ribellione alla sciatteria, alla spocchia, alla vanagloria: questo è Chisciotte, e Moresco ne dà, più necessaria che mai in questi tempi in cui ci si adegua sempre, e sempre verso il basso, la sua versione. Ottimo.

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“Franca”

di Gabriele Ottaviani

È l’inizio degli anni Sessanta, anni d’oro per Franca al cinema e in tv. Ma il Teatro dei Gobbi è finito da due anni e il palcoscenico le manca. Franca si confida con un altro amico di una vita, Alberto Arbasino, che le combina un pranzo al ristorante con Carlo Emilio Gadda. Dopo le presentazioni si siedono al tavolo tutti e tre e fanno le ordinazioni. La sala è illuminata dalla luce calda dei lampadari, i piatti si riempiono di portate appetitose. Gadda mastica in silenzio, Franca non dice una parola e Alberto parla ininterrottamente. Di tutto e soprattutto di lei, del suo talento, della sua carica geniale. Quando Franca me lo racconta non fatico a crederle, ho passato una serata con lei e Arbasino. Dopo cena si sono seduti sul divano e le ha parlato nell’orecchio per un’ora. Ma torniamo in quel ristorante. Siamo al dessert, la clessidra del tempo si sta esaurendo e Alberto propone finalmente a Gadda di scrivere una commedia per Franca. Gadda fa una lunga pausa.

Franca – Un’incompresa di successo – Con l’ultimo racconto di Franca Valeri, Patrizia Zappa Mulas, SEM. Il duemilaventi, il più bisesto dei funesti, il più funesto dei bisesti, ci ha tolto anche lei, centenaria impareggiabile, artista lucidissima e preparata, sovversiva nell’era delle maggiorate fisiche essendo esile nel corpo ma supermaggiorata nel cervello e nell’anima, Franca Valeri: una che non ha eguali. Patrizia Zappa Mulas ne tratteggia un ritratto vivido, punteggiato di sapidi aneddoti e pieno di grazia che è al tempo stesso anche affresco e testimonianza di un mondo, un’educazione e un’eleganza che sarebbe meraviglioso riuscire a ritrovare di nuovo in questa nostra realtà così dannatamente e globalmente volgare. Da non farsi sfuggire.

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“Fumo e cenere”

di Gabriele Ottaviani

Quando è stata l’ultima volta che ha visto suo marito da vivo, signora Dunlop?

Fumo e cenere, Abir Mukherjee, SEM, traduzione di Alfredo Colitto. Sam ha perso la moglie. La prima guerra mondiale, conclusasi da pochi anni, gli ha lasciato specialmente nell’anima cicatrici insanabili. La sua dipendenza dall’oppio è ormai sempre più pericolosa, e per colpa di questa insaziabile ossessione lui, che è un giovane e valente capitano, potrebbe perdere tutto quello che ha. Ma è proprio in una fumeria d’oppio che si imbatte in un cadavere, e non può voltarsi dall’altra parte… La Calcutta dell’anno del Signore millenovecentoventuno è un luogo-non luogo ammaliante e sensuale, protagonista, oltre che sfondo, di una storia travolgente che induce a meditare sulla fragilità umana e sulla potenza irresistibile dei nostri desideri e dei dolori che proviamo, e che spesso ci rendono ciechi.

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“La lotteria dei divi morti”

di Gabriele Ottaviani

Sono così grato per il fatto che tu sia un amanuense così intelligente…

La lotteria dei divi morti, Susan Swan, SEM, traduzione di Alessandra Osti. Incantevole sin dalla copertina, brillante e guizzante di genio, il libro di Susan Swan, che ha una prosa chirurgica e magnetica, è un riuscito apologo sul cambiamento e sulla natura umana nella sua complessità policroma e contraddittoria nonché un affresco deliziosamente feroce e simbolico dei nostri tempi nei quali la forma è diventata sostanza, l’apparenza realtà, la felicità un obbligo da ostentare, mentre silenti nelle più ombrose profondità si aggirano squali assetati a ogni costo di mero profitto: Dale Paul è un truffatore raffinato, uno scommettitore indefesso, che d’un tratto viene abbandonato dalla buona sorte e finisce in galera, dopo che ha perso e fatto perdere tutto a chi si è affidato alle sua speculazioni. Che fare dunque: redimersi o tentare di sparigliare le carte rilanciando ancora e tuffandosi nel più spericolato dei bluff? Da leggere.

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“Tra il diavolo e il mare”

di Gabriele Ottaviani

Rispondi. Me lo devi. Almeno questo me lo devi. Chi era?

Tra il diavolo e il mare, Maria Adolfsson, SEM. Traduzione di Stefania Forlani. Nell’immaginario arcipelago di Doggerland, nel mare del Nord, è arrivata in segreto, dopo dieci anni di silenzio, per registrare il suo nuovo album, Luna, una stella della musica, che è oltretutto anche di ammaliante e abbacinante bellezza. Inoltre, prima di assurgere allo stadio di diva, ha avuto anche una storia con Leo, amante di Karen, ispettrice di polizia dell’isola. Che d’un tratto sarà costretta a indagare sull’improvvisa scomparsa di Luna. E sull’omicidio di un’altra donna. E a fare delle scelte che rischiano di compromettere ogni cosa… Trascinante e ottimo.

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