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“Phineas Finn”

417gZOfx4QL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Subito dopo le preghiere, alla Camera fu detto qualcosa sulla sfortuna capitata al nuovo Ministro del Gabinetto. Il signor Daubeny aveva chiesto al signor Mildmay se mani violente fossero state levate nel cuore della notte sulla sacra gola – la gola che avrebbe dovuto esser sacra – del nuovo Cancelliere del Ducato di Lancaster; e aveva espresso rimpianto che il Governo – che era, temeva, per altri aspetti piuttosto infermo – dovesse a quel punto esser stato ulteriormente indebolito da tale danno a quella nuova roccaforte con cui si era sforzato di sostenersi. Il Primo Ministro, nel rispondere al vecchio rivale nello stesso stile, disse che la calamità avrebbe potuto essere grave, sia per il paese che per il Gabinetto; ma che fortunatamente per la comunità tutta, un valoroso giovane membro della Camera – ed egli era orgoglioso di dire un sostenitore del Governo – era comparso sul posto proprio in tempo – «Come una divinità dall’alto», disse il signor Daubeny, interrompendolo – «Assolutamente non come una divinità dall’alto», continuò il signor Mildmay, «ma come un vero aiuto in una assai grave circostanza, ed è riuscito non solo a salvare il mio molto onorevole amico, il Cancelliere del Ducato, ma ad arrestare i due malfattori che cercavano di derubarlo per la strada». A quel punto si levò il grido di «nome!», e il signor Mildmay ovviamente fece il nome del rappresentante di Loughshane. Capitò che Phineas non si trovasse alla Camera, ma venne a sapere il tutto quando partecipò alla commissione dei modi e mezzi. Poi giunse la discussione sugli approvvigionamenti nell’esercito, essendo l’argomento proposto da uno degli stretti alleati del signor Turnbull. Il gentiluomo dell’altro lato della Camera, che aveva ufficialmente richiesto la commissione dei piselli in scatola, rimase in silenzio nell’occasione, sentendo che il risultato raggiunto non era stato esattamente quello che lui si era aspettato. Le testimonianze riguardo ai piselli in scatola di Holstein non erano loro molto favorevoli.

Phineas Finn, Anthony Trollope, Sellerio, traduzione di Rossella Cazzullo. Phineas è quel che si dice un brav’uomo. Di più, un gentleman, un giovane assai bene educato, i cui comportamenti paiono realmente esenti da pecche, perfettamente coerenti con l’ambiente nel quale si trova a vivere, il mondo vittoriano che ben si presta, con il suo ostentato nitore, all’ironia. Originario della provincia d’Irlanda e giunto a Londra in quanto eletto, grazie a una fortunata serie di eventi, nientedimeno che in parlamento, cerca un po’ dappertutto vari appoggi dato che la carica politica nel Regno Unito nella sua epoca non è retribuita, e lui invece, come tutti, necessita di un adeguato reddito, che sia o meno di cittadinanza… Raffinatissimo, attuale, scintillante: una gemma assai preziosa di un autore di indiscutibile prestigio, un affresco vivido e monumentale.

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“La ragazza di Marsiglia”

41VSBGg1N6L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Una tregua, invece, pronta a saltare. Bastava una parola sfuggita, una conversazione animata, e la capocchia di spillo del dubbio risaliva a galla deflagrando in rissoso dissenso: non riusciva ad accettare le manovre politiche di Fransuà, a sua volta sempre più stizzito per la sua incomprensione. Un alternarsi di tregue e scontri, che la sera, a letto, si traduceva in un eccitante corpo a corpo: nonostante tutto un’inconfutabile manifestazione d’amore, pensava Rosalìe. Nell’immaginario erotico del marito invece, mentre la possedeva, scorrevano provocanti immagini di donne variamente incontrate; una, in particolare, più delle altre lo eccitava.

La ragazza di Marsiglia, Maria Attanasio, Sellerio. Rose, detta Rosalia, Montmasson, nata nel milleottocentoventitré e morta nel millenovecentoquattro, è una dei Mille. L’unica donna. Parte alla volta della Sicilia. È la moglie devotissima di un patriota, di cui condivide con passione il pensiero, conosciuto quando era esiliato a Marsiglia, dove lei, originaria di un paesino dell’Alta Savoia, lavorava come lavandaia e stiratrice. Lui però per far carriera tradisce gli ideali, e la ventennale coniuge che gli ricorda la coerenza perduta e la dignità accantonata e calpestata per mero tornaconto gli diviene dunque sempre più d’intralcio, tanto che, con la compiacenza di chi è sempre pronto a farsi forte coi deboli e debole coi forti, se ne libera: e così mentre il suo nome, Francesco Crispi, campeggia ancora adesso nei libri di storia e finanche nelle targhe viarie un po’ dappertutto, per lei scatta pressoché immediata e definitiva la damnatio memoriae. Che grazie a questo libro, però, si interrompe, viene dissipata: ed emerge il ritratto bellissimo e palpitante di una figura storica straordinaria.

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“La scomparsa di Patò”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Colpiti dalla somiglianza tra le parole contenute nella lettera anonima fatta pervenire al ragioniere Patò («Tu che fai la parte di Giuda sei peggio di lui») e il concetto espresso da padre Giustino Seminara nella Chiesa Madre durante la Santa Messa voluta dalla signora Mangiafico maritata Patò, ci siamo sovvenuti di un episodio capitato qualche tempo fa in un paese vicino quando un dottore e un farmacista, recatisi insieme a cacciare, eran stati assassinati entrambi. Orbene, il Delegato Laurana, che sul duplice omicidio aveva l’incarico d’indagare, riescì a scoprire l’autore di una lettera anonima, che l’omicidio preannunziava, composta con ritagli di giornale come quella mandata al Patò. Il Delegato Laurana lesse il foglio controluce sicché sia pure malamente venissero in evidenza le lettere stampate nel retro di ogni consonante e di ogni vocale che formavano l’anonima. Venne così a conoscenza che trattavasi di un giornale particolare che in quel paese veniva acquistato da due o tre persone. Sicché il campo d’indagine gli si restringette notevolmente. Osservata controluce la lettera mandata al Patò, abbiamo dovuto constatare che la colla di farina, usata dall’anonimo per incollare le lettere dell’anonima, rapprendendosi e ispessendo la carta, ha reso impossibile la lettura. Allora, con l’ausilio di acqua calda e vapore acqueo, siam riusciti a distaccare ogni singola lettera e a ripulirla alquanto. Abbiamo così avuto conferma di quello che già sospettavamo: il giornale adoperato è «L’Araldo di Montelusa», vale a dire il più diffuso in provincia. Ad ogni buon fine, abbiamo con discrezione indagato sui possibili rapporti intercorrenti tra il ragioniere Patò e padre Seminara. I due non si sono mai conosciuti. Il fratello di padre Seminara, Gerolamo, abitante a Montelusa, conosceva di vista il Patò, ma non ha mai secolui avuto rapporti di sorta, nemmanco d’affari. Il fallimento di questa sia pure leggera possibilità, ci ha vieppiù convinti che abbiamo fallato l’impostazione generale dell’inchiesta. Infra noi ragionando, nel mentre che procedevamo ai rilievi, ci inferì l’idea che, al contrario di come è costumanza in ogni indagine per omicidio o per scomparsa, stavolta non abbisognava principiare dalla ricerca del MOVENTE, ma dal modo usato per far scomparire il ragioniere. Insomma, non cercare subito il PERCHÉ, ma rivolgersi al COME. L’utilità dei nostri rilevamenti e delle nostre misurazioni, onde le piante a Voi inviate, consiste nell’avere sempre sottomano la referenza dei luoghi sì da poter con maggiore agevolezza seguire i percorsi fatti dal Patò e dai suoi assalitori. Vi comunichiamo inoltre che le piantine si sono addimostrate necessarie in quanto il marchese, ogni volta che ci vede arrivare a palazzo, si fa vedere sempre più nervoso della nostra presenza, arrivando a dire frasi di questo tipo: «Nuovamente qua siete? Ma quando finisce ’sta gran camurrìa? Io chiudo il palazzo e mi trasferisco a Palermo!». Tanto per conoscenza.

La scomparsa di Patò, Andrea Camilleri, Sellerio. Pubblicato in origine diciotto anni fa da Mondadori, è l’ennesimo godibilissimo e geniale capolavoro del papà di Salvo Montalbano che entra a far parte del catalogo Sellerio, e per chi non l’avesse mai letto né avesse visto il film, in verità non particolarmente riuscito né del tutto fedele – ma certo partendo da una base così articolata, anche, se non soprattutto, per quel che concerne il raffinatissimo impianto compositivo, l’impresa è improba –, che ne è stato ricavato si tratta davvero di un’occasione da non lasciarsi sfuggire per nessun motivo, assolutamente. È infatti un testo assai particolare e originalissimo, un mosaico che procede per giustapposizione, un collage dell’incomunicabilità ironico, divertito, divertente, sardonico e irriverente, un dialogo tra sordi spesso, per non dire pressochè a ogni piè sospinto, esilarante e tragicomico, dalle mille chiavi interpretative e dai numerosi registri, un faldone smisurato di lettere dattiloscritte o vergate a mano, documenti ufficiali con tanto di timbro o articoli di quotidiano tanto realistici quanto surreali: la narrazione della vicenda affiora mediante questo prodigioso e intelligentissimo gioco di specchi, quasi una specie di divertissement enigmistico, un catalogo di tradizioni, usi, costumi, malcostumi sempiterni, bizantinismi mai così attuali, equivoci, innocenza, istinto di sopravvivenza e servilismo. È l’anno del Signore milleottocentonovanta, quello in cui entra in vigore il codice Zanardelli, nasce la festa del primo maggio e la Cavalleria rusticana debutta: il ragionier Antonio Patò, impiegato noto a tutti e di specchiata moralità, conosciuto e stimato dall’intera popolazione, indefesso lavoratore presso il piccolo istituto di credito locale di Vigata, una filiale della Banca di Trinacria, è pronto per incarnare, come ormai gli capita da anni, il ruolo ambito e allo stesso tempo piuttosto antipatico, visto che la naïveté popolare fa sì che, presi dall’impeto e dall’emozione, ci si lasci assai andare, del più infame fra tutti i traditori, colui che ha voltato le spalle al più buono, ossia Giuda nella rappresentazione del Mortorio, evento nevralgico nel calendario della settimana santa che culmina con la Pasqua di resurrezione. La sua recitazione è appassionata, così come le contumelie che gli vengono rivolte dagli spettatori, uomini buoni e di provata fede cattolica. La rappresentazione ha inizio sul grande palco, allestito in uno slargo messo a disposizione da uno degli alti papaveri del luogo, il marchese Simone Curtò, che ha concesso anche l’uso di quattro magazzini, le cui porte danno sul cortile padronale del palazzo, affinché i numerosi interpreti possano usarli come camerini. Il clou è la precipitosa caduta all’inferno di Giuda, impiccato. Ma a fine spettacolo Patò non c’è: svanito nel nulla insieme a tutti i suoi effetti personali. La devota moglie, Mangiafico Elisabetta, coniugata, per l’appunto, Patò, è comprensibilmente in ansia e chiede più di ogni altro che sia fatta chiarezza sulla scomparsa del marito: ha il sostegno di amicizie importanti come Sua Eccellenza, il Senatore Pecoraro Grande Ufficiale Artidoro, Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno, parente dello scomparso ragioniere, un uomo che secerne boria; ma passa il tempo, le indagini, caratterizzate dalle schermaglie “guareschiane” tra la polizia, ossia la pubblica sicurezza, e i carabinieri, ovvero il braccio armato del potere regio, iniziano e procedono, le illazioni si sprecano, la figura del ragioniere comincia ad addensare su di sé varie ombre e i giornali sguazzano nel bailamme, attraverso un fuoco incrociato di accuse e insulti: si parla di problemi politici, lavorativi, economici, fratture del continuum spazio-temporale, complotti, intimidazioni, amnesie, mafia, persino della scala di Penrose, ossia la scala impossibile, una rampa che cambia la propria direzione di un angolo retto quattro volte mentre la si sale o la si scende, per ritornare al punto di partenza in un giro infinito, un’illusione ottica che falsifica la prospettiva. Secondo questa teoria infatti Patò è finito sulla scala e non può far altro che salire senza soluzione di continuità. Verso dove? Boh. Come ci è finito? Boh. Forse, però, in realtà… Imprescindibile.

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“L’estate del ’78”

41tWo73mTsL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Bisognerebbe provare a stilare una specie di Repertorio delle Gioie Irrecuperabili. Quel genere di piaceri che non siamo in grado di cogliere sul momento, e di cui ci rendiamo conto solo qualche tempo dopo, quando ormai sono impossibili da conseguire o riprodurre. Esistono gioie che avevamo in pugno e abbiamo lasciato andare, se non gettato via, come succede con i campioncini di profumo offerti in distribuzione gratuita. Gettati via proprio perché offerti gratuitamente, immaginando che siccome niente costano, niente valgano. Ecco un piccolo elenco esemplificativo, personale ma forse neanche tanto: – Leggere senza occhiali. – Mangiare frittura a cena. – Evitare di asciugarsi i capelli dopo lo shampoo. – Peggio ancora: lasciarsi fonare dal vento, in motocicletta. – Dormire la notte intera. – Accovacciarsi sulle ginocchia. – Far l’amore con una certa persona. – Abbracciare un genitore. – Essere riconosciuti, da un genitore.

L’estate del ’78, Roberto Alajmo, Sellerio. Non ci si abitua mai alla perdita. All’abbandono. Al distacco. Perché anche se sappiamo che è impossibile, che tutto ha una fine (solo una è la clausola dell’esistenza che ci viene chiesto di controfirmare nel momento in cui piangendo ci affacciamo al mondo, del resto…), che le persone al termine del loro viaggio non possono fare altro che andarsene, che sia o meno volontario poco conta, che tutti partono sempre, Peyton Sawyer docet, che le strade si debbono per forza di cose separare, e non è detto, ma la speranza mai e poi mai si affievolisce, che ci si incontri di nuovo, in un altrove fatto solo e soltanto d’amore, ammesso e non concesso che esista, il potere dell’illusione è irresistibile. Niente è eterno. Ma sarebbe così bello se lo fosse. Così rassicurante. Così stabile, forte e potente. Perché quando una cosa è persa non la si ha più, non fa più parte di noi, della nostra vita. Ci resta solo lo sgomento, il retrogusto amaro, la delusione, la disillusione, il rammarico, il rimpianto. E ancora peggio è quando non si riesce a farsene una ragione. Perché una ragione non sembra esserci. O perché, orrore supremo, c’è e non ce ne siamo accorti, non abbiamo saputo, potuto, voluto vedere i segnali, i sintomi, i prodromi: la ferita non smette più di sanguinare, il lutto è assai arduo da elaborare, irto di rovi e impervio come una mulattiera polverosa, sdrucciolevole e riarsa. È il luglio del millenovecentosettantotto quando in una pausa dallo studio matto e disperatissimo, nel caldo di Palermo, un maturando di ritorno da un gelato con gli amici vede per l’ultima volta Elena. Sua madre. La moglie di Vittorio. Suo padre. Questo ragazzo che compirà diciannove anni il venti di dicembre diverrà drammaturgo, scrittore e giornalista. È Roberto Alajmo. Che con la tenerezza più intima e insieme la solennità della tragedia greca ci fa immergere nello strazio catartico del dolore. Commovente fino alle lacrime, emozionante, bello da far tremare.

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“Stella o croce”

41Ok6evQdkL.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Certo, una passione… e una missione» puntualizzò con partecipazione Rosellina. «Mia zia aveva una grande fede, sin da piccola. Pensa che aveva comunicato ai suoi che si sarebbe voluta fare suora. Diceva che voleva dedicare la sua vita ad aiutare il prossimo. Per un periodo, così si raccontava nella mia famiglia, si era messa in testa di andare in Africa a portare la parola di Cristo tra le capanne. Sogni di una ragazza di altri tempi. Ci dovette rinunciare, non credo perché attratta dall’amore: Alberto arrivò dopo, quando ormai tutti la consideravano una zitella… E fu un matrimonio improvviso, inaspettato. Si sono conosciuti in ospedale, dove lei per un periodo faceva l’infermiera volontaria, accanto alle carmelitane. Alberto si era operato di calcoli, e, non si sa bene come, scoppiò la scintilla. Anche se non è che sia poi divampato tutto questo fuoco tra di loro. Si volevano bene, certo, ma sembravano due fratelli…». «Certo, una passione… e una missione» puntualizzò con partecipazione Rosellina. «Mia zia aveva una grande fede, sin da piccola. Pensa che aveva comunicato ai suoi che si sarebbe voluta fare suora. Diceva che voleva dedicare la sua vita ad aiutare il prossimo. Per un periodo, così si raccontava nella mia famiglia, si era messa in testa di andare in Africa a portare la parola di Cristo tra le capanne. Sogni di una ragazza di altri tempi. Ci dovette rinunciare, non credo perché attratta dall’amore: Alberto arrivò dopo, quando ormai tutti la consideravano una zitella… E fu un matrimonio improvviso, inaspettato. Si sono conosciuti in ospedale, dove lei per un periodo faceva l’infermiera volontaria, accanto alle carmelitane. Alberto si era operato di calcoli, e, non si sa bene come, scoppiò la scintilla. Anche se non è che sia poi divampato tutto questo fuoco tra di loro. Si volevano bene, certo, ma sembravano due fratelli…».

Stella o croce, Gian Mauro Costa, Sellerio. A Palermo c’è una donna che vende parrucche. Ha una bottega. È una signora gentile. È brava. La amano gli artisti. Le persone che per sentirsi più prossime all’idea che hanno di sé si travestono. Le donne che sono sottoposte a terapie dure, difficili, dolorose, devastanti, che ti fanno sentire debole, fragile, sbagliata, malata, ferita, che ti tolgono la forza e la stima di te, che ti soffocano di paura. Non ha nemici. Elargisce tenerezza. Dolcezza. Bontà. Umanità. Un giorno muore. Ammazzata. Perché? Angela è giovane. Brava. Bella. Intelligente. Determinata. Curiosa. Brillante. Caparbia. Intuitiva. Tosta. Sicura di sé. Non si ferma davanti a niente. Non conosce l’indifferenza. Non si volta dall’altro lato, non finge per comodità e quieto esistere di non vedere. È una poliziotta. E indaga… Angela Mazzola esordisce sulla scena del crimine: è un nuovo personaggio letterario. Ed è irresistibile. Da non perdere.

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“Il tempo di Andrea”

41LXw48RSQL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

I genitori di Ernestina non si erano mai visti. Esistevano, questo era assodato. Se ne sentiva parlare ogni tanto come di persone ritirate, non avvezze a frequentare altri. Talvolta inviavano – tramite la figlia – dolciumi o fiori, tuttavia preferivano la distanza. Andrea non aveva mai varcato il portone del palazzo dove abitavano e oltre il quale la ragazza spariva quando le dava un passaggio per tornare a casa. Non conosceva le loro stanze, insomma, ma soltanto delle facce smunte e dei cappotti eleganti confinati in una foto polaroid. Qualche battuta scambiata a telefono per assicurarsi che Ernestina non tornasse tardi o che avesse con sé il foulard a prevenire inutili faringiti. Null’altro. Il giorno del matrimonio parevano fantasmi. Giravano intorno alla figlia ad aggiustare l’abito, a controllare le onde della sua treccia. Avari di parole. Impacciati, forse per la timidezza che doveva essere un carattere dominante nella famiglia. Soddisfatti per le nozze, però scollati dal resto. Comparse dentro un film. Ernestina – si capiva – aveva fatto nido da Magnifica e Leandro. Difficile srotolare tutte le ragioni di quella scelta, ma così era successo. Proprio per quel suo attaccamento, quando aveva infine deciso di separarsi da Andrea e immediatamente dopo aveva troncato qualsiasi contatto con tutti gli altri, nessuno ci aveva visto chiaro. Un mistero.

Il tempo di Andrea, Maria Rosaria Valentini, Sellerio. È muto. O meglio non parla. Non dice nulla. Nessuno sa chi sia. È in ospedale. Giace in un letto apparentemente dimentico di ogni cosa, preda e vittima a quel che sembra di un’amnesia totale che lascia attoniti, incuriositi e stupefatti. La sua vita è ignota a sé medesimo, è un puzzle in polvere da ricostruire. È in difficoltà, forse in pericolo, forse in fuga. È attanagliato da un dolore ustionante che non sa esprimere, manifestare, condividere. È circondato dagli infermieri e dai dottori, che non vedono, nel tempo, i suoi miglioramenti. Che lui non vuole che si sappiano. Nel silenzio parla con sé. Si mette a nudo. Vede gli altrui occhi smarriti che lo fissano. Si sente solo. Terribilmente. Si domanda, soprattutto, come possa essere che nessuno sia riuscito a risalire a lui, che nessuno abbia scoperto che si chiama Andrea, che ha avuto una moglie, una figlia, un impiego… Raffinatissimo, profondissimo, perfetto sotto ogni aspetto, sensazionale, palpitante, imperdibile.

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“Sarei stato carnefice o ribelle?”

41h9quOE75L.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’empatia, per chi ne è dotato dalla nascita, o la sviluppa durante la sua vita, ha l’effetto di rendere l’Altro, almeno in parte, se stesso. Possiamo spiegare così la naturalezza con cui sono percepite, da chi le compie, le azioni che portano a salvare l’altro correndo rischi enormi: la persona, in un certo modo, salva se stessa nell’aiutare l’Altro, e compie dunque un atto che, per quanto sorprendente se visto dall’esterno, è per lei un’evidenza. Nei comportamenti più empatici come quelli studiati da Batson si tratta davvero, e stavolta in senso fisico, di mettersi al posto dell’Altro. È questo che l’organizzatore propone nell’esperimento di Elaine, quando chiede ai partecipanti fin dove sono pronti a spingersi, e che cosa sono pronti a sacrificare di se stessi, per mettere fine alla sofferenza di una sconosciuta. Ed è quel che fanno in una certa misura i Giusti nei periodi tormentati della Storia, non soltanto vivendo intensamente dentro di sé le sofferenze provate dall’Altro, ma facendosene carico per così dire fisicamente. Accettando di aiutarlo si mettono infatti essi stessi nella condizione di correre i medesimi rischi e di subire la medesima sorte. Questa identificazione con l’Altro potrebbe quindi spiegare la reticenza di molti Giusti a parlare delle proprie azioni: sono talmente ordinarie ai loro occhi che non capiscono la ragione di condividerle pubblicamente…

Sarei stato carnefice o ribelle?, Pierre Bayard, Sellerio, traduzione di Andrea Inzerillo. La Resistenza è un fenomeno storico. È la lotta al totalitarismo, al nazifascismo. Ma la resistenza è anche un nome comune. Una proprietà, finanche materiale. Una capacità. È sinonimo di molti termini, talvolta persino quasi in contraddizione l’uno con l’altro fra di loro, come, solo per fare qualche semplice esempio, lemmi più o meno comuni e adatti a diversi ambiti come difesa, fermezza, opposizione, ostacolo, persistenza, renitenza, saldezza, solidità, sopportazione, contrasto, tenacia, reazione, riluttanza, consistenza, durezza, tenuta, robustezza, tempra, viscosità, tenacità, indocilità, refrattarietà. È disubbidienza e ribellione. Specie a ciò che si crede ingiusto. È una via scomoda. Ma qualche volta si ha il dovere di percorrerla. Se ne si ha la forza. Ma non si conoscono davvero le situazioni se non vi ci si trova. E mettersi nei panni degli altri non è facile. Talvolta letteralmente impossibile. Diventa un esercizio d’immaginazione. Impalpabile, immateriale ma indispensabile, però. Per conoscere e conoscersi, riflettere e capire. Guardarsi dentro. Facile dire che noi saremmo stati dalla parte giusta. Ma lo avremmo fatto davvero? Da non perdere.

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“Nell’ora violetta”

download (7).jpgdi Gabriele Ottaviani

Come mi sarebbe piaciuto essere nato in una casa con l’abbonamento familiare all’Auditorio Nacional, e che i miei pomeriggi fossero allietati da Brahms e dai divertimenti di Debussy suonati al pianoforte da una madre affetta da bovarismo. Ma la mia non è stata un’infanzia di parquet scricchiolanti e lezioni di solfeggio. Io vengo dal rock e vado verso il rock. Senza eroismi né messianismi. Nel rock non mi salvo né mi perdo né mi libero. Non capisco le generazioni precedenti, non capisco il messaggio sessuale e di ribellione vestita di cuoio. Immagino che ci voglia un bagaglio culturale più sofisticato, combinato con un tedio radical chic, per sentire il rock come vorrebbe il canone. Per me, ragazzo di periferia, gli schitarramenti del rock sporco e duro sono solo uno dei tanti modi di tornare a casa. Mi limita, non mi proietta. Chiude le porte della mia percezione invece di aprirle. E, chiudendole, crea un habitat comodo e malandato che sa di segatura e birra rovesciata in terra. Come cantava Rosendo in Apágalas: A plena oscuridad, cuando notas el vacio, y en tu mente sólo ves luces mortecinas que oscurecen el camino y que confunden quién es quién. Apágalas, apágalas, y enciende un cigarrillo, su luz puede valer. Apágalas, apágalas, y enchufa el infiernillo, caliéntate los pies.

Nell’ora violetta, Sergio Del Molino, Sellerio. Traduzione di Maria Nicola. Strepitoso sin dalla copertina, potente fin dal titolo, che trae spunto nientedimeno che dalla Terra desolata (e così appare il mondo nel momento della perdita più odiosa) di Eliot, e dall’incipit, da cui prende le mosse con sicurezza e insieme sorprendente e scintillante souplesse, fino a dare corpo a una tessitura ampia e maestosa, dolorosissimo, epico e tragico, solenne, mai retorico, imbevuto di umanità, tenerissimo, struggente, straziante, deflagrante, commovente ben oltre le lacrime, capace di generare immediata empatia, che, come l’amore, brucia dalle viscere fino ad affiorare al livello dell’epidermide, un fuoco verde che non abbandona mai chi ne è pervaso, il libro racconta una storia drammaticamente vera, purtroppo. Che tante persone hanno vissuto e vivono, che tante volte abbiamo letto nelle pagine dei libri, si pensi, per esempio, a Isabel Allende o a Joan Didion. Sergio Del Molino è un giornalista e uno scrittore. È di Madrid. È nato nel millenovecentosettantanove. È un padre che non ha più il figlio. Il suo primogenito. Se non si ha più il coniuge si è vedovi, se non si ha più un genitore si è orfani, se non si ha più un figlio si è padre e madre comunque. La parola non esiste. La logica rifiuta che accada l’immorale e l’ingiusto, la natura si ribella. Si continua ad amare, ma il cuore è altrove. Pablo ha dieci mesi quando si ammala di leucemia. Muore che non ha due anni. Nell’ora violetta è un memoir che attraversa il tempo del dolore, della lotta vana, della dichiarazione di guerra, della pertinace battaglia, e narrandolo lo sfida, regalando l’immortalità del ricordo. Devastante e imprescindibile, una pietra miliare dal punto di vista etico, umano e letterario: essenziale, bellissimo, amarissimo, catartico, necessario. Rimette nel giusto ordine le priorità dell’esistenza.

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“La botta in testa”

8228-3 (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Ci andò di mezzo il mio ex collega. La prossima scommessa gli fu data per importante, il consiglio invece fasullo. Pauly scommise tutto quella volta, e chiuse per sempre. Acqua in bocca e zitto, gli dissero. Via. Un giorno lo incontrai disperato e mi disse che aveva trovato un lavoro nel New Jersey. Doveva ingrassare le macchine agricole, ma non ci sarebbe potuto andare perché era distante. Gli ci sarebbe voluta un’automobile. Aveva anche un figlio di diciott’anni volontario in Corea che era stato ferito. Avevo capito. Mi faceva pena. A me per andare in palestra andavano bene i bus. Gli dissi prendi la mia gialappa, così l’aveva definita Rocky Graziano che quando m’incontrava si rompeva dalle risa e mi sfotteva per quel coso che aveva del preistorico. Pauly era commosso e si tolse un anello con brillantini dal dito per contraccambiare. No, dissi, e lui se ne andò con gli occhi umidi. Se il destino era stato buono con me, perché non dovevo io esser buono con Pauly. Ero diventato un campione e stavo per realizzare un grande sogno, come non potevo dare uno strappo a un mio ex collega? Arrivò l’estate e anche l’annuncio che dovevo battermi a Providence contro Joe Rindone. Contemporaneamente Rocky doveva incontrarsi con Jack La Motta per il titolo. A quindici giorni dal match, Rocky si presentò nel salone di Greenwood Lake, con il braccio destro ingessato. Disse che se l’era rotto in allenamento il giorno prima a New York.

La botta in testa, Tiberio Mitri, Sellerio. Con una nota di Dario Biagi. Era bellissimo. Non a caso, infatti, nello sceneggiato televisivo della Rai di qualche anno fa, Il campione e la miss, ben scritto e assai ben fatto, soprattutto perché, con giusta misura, evitava di indulgere e indugiare sui passaggi più dolori e facili a commuovere della sua parabola esistenziale, lo ha molto ben interpretato, sotto la salda direzione di Angelo Longoni (regista anche della fiction Le segretarie del sesto, ultima splendida sceneggiatura della coltissima e mai abbastanza compianta Laura Toscano), Luca Argentero. Che certo biondo come l’originale non è, ma ha regalato agli spettatori una maiuscola prova attoriale. Il personaggio, va detto, si presta a divenire iconico e rappresentativo, in quanto emblematico di un certo Zeitgeist, tra Dickens e Visconti: nato a Trieste nel millenovecentoventisei, è povero. Poverissimo. Commette piccoli reati. Finisce in orfanotrofio. Poi c’è la guerra. In seguito il ring. Arriva a sfidare nientedimeno che Jake La Motta. È attore di cinema e fotoromanzi. Playboy. Cade. Si rialza. Sempre. Ma poi cade ancora. Sempre più rovinosamente. Muore solo. Indigente. Devastato dalla vita. Travolto da un treno. Sedici anni fa. Trentaquattro anni prima della sua dipartita però è uscito per la prima volta in libreria questo sensazionale memoriale, in cui molti vedono l’aiuto della mano di Gian Carlo Fusco: spregiudicato, onesto, amaro come il fiele, brutale, doloroso, lirico, intenso, emozionante, per nulla agiografico, schietto fino al masochismo, palpitante, travolgente.

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“Un amore senza fine”

41cn-Dm5zAL.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il tizio che devo vedere più tardi. Ho la nera sensazione che si tratti di un ennesimo vicolo cieco. Trovo sia un poco imbarazzante parlarne, ma anche assurdo farne un segreto. Voglio dire che è dannatamente difficile per una donna non giovane, ma che si sente giovane, organizzarsi un qualsiasi tipo di vita decente, soddisfacente. I giovani si interessano di rado alle donne della mia età e so benissimo di non sembrare un minuto più giovane di quella che sono –e d’altra parte le cose a cui m’interesso e di cui sono capace mi collocano al di fuori della categoria degli uomini che sarebbero più confacenti quanto a età. Un disastro. Immagino poi d’essere stata, be’, non saprei come definirlo, d’essermi data da fare, sì penso sia giusto dire così, mi sono data da fare più di quanto avrei dovuto. Il tizio di stasera è un professore della NYU ed è di tre giorni più giovane di me. Ma un anno fa sua moglie l’ha lasciato ed è piuttosto scosso. Occorre lavorarlo talmente. Penso a lui come al mio lavoro part-time.

Un amore senza fine, Scott Spencer, Sellerio, traduzione di Francesco Franconeri. A me pare uguale agli dei / chi a te vicino così dolce / suono ascolta mentre tu parli / e ridi amorosamente. Subito a me / il cuore si agita nel petto / solo che appena ti veda, e la voce / si perde sulla lingua inerte. / Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, / e ho buio negli occhi e il rombo / del sangue alle orecchie. / E tutta in sudore e tremante / come erba patita scoloro: / e morte non pare lontana / a me rapita di mente. Così Salvatore Quasimodo traduceva Saffo, la cui voce prima e meglio di ogni altra ha raccontato la passione d’amore. Un incendio devastante. Come quello che a un certo punto coinvolge i protagonisti di questo romanzo ch è un vero e proprio classico della letteratura contemporanea, da leggere, rileggere, scoprire e riscoprire, perché anche se è edito da decenni in realtà sembra sgorgare dalla nuda terra come una fonte salvifica proprio nel momento in cui se ne ha più bisogno, si sta vivendo, si sta cercando e trovando un senso al proprio vagare sperando di inciampare nella felicità. Franco Zeffirelli ne ha tratto trentasei anni fa – più recente il niente affatto riuscito remake, con Alex Pettyfer – un discusso film, noto forse più che altro per la colonna sonora, con Brooke Shileds, Martin Hewitt, Shirley Knight, Don Murray, Ian Ziering, Tom Cruise e Robert Altman. Jade e David si amano, di un amore che è più forte di ogni avversità, o che almeno vorrebbe esserlo. Sono giovanissimi, sono sulla rampia di lancio della vita, bramosi di spiccare il volo e spaventati all’idea di precipitare… Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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