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“La capitale”

61acb+8TsZL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Per tutta la vita, pensò, non aveva capito perché si facesse un gran parlare di «buon sesso». Ma davvero aveva pensato: «per tutta la vita»? Avrebbe potuto dirlo suo padre, era lui che usava espressioni di quel genere. Comunque: il «buon sesso» per lui era solo una chiacchiera, una sospetta interpretazione in chiave ideologica di un istinto umano, che non era possibile giustificare né spiegare anche solo approssimativamente, così come non era possibile farlo per la «buona cucina» in rapporto all’istinto umano di nutrirsi. Alois Erhart era del partito «si mangia quello che passa il convento». Si è riconoscenti e si ringrazia Dio facendosi il segno della croce. Era figlio del dopoguerra, figlio della ricostruzione, sapeva cos’era il bisogno e aveva capito in fretta che, aumentando il benessere, crescevano anche le rivendicazioni, ma non capiva perché il buon sesso e il sesso libero dovessero diventare una rivendicazione, un tema da dibattere a livello politico e per cui lottare come se fossero una prestazione sociale che spettava a ogni individuo, alla stregua del libero accesso all’università o del diritto alla pensione. Negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso era così, era stata la sua generazione a proclamare la «rivoluzione sessuale», ma lui non aveva mai partecipato a quelle battaglie.

La capitale, Robert Menasse, Sellerio, traduzione di Marina Pugliano e Valentina Tortelli. Scrittore, traduttore e saggista dalla prosa potente, raffinatissima, elegante, ampia, travolgente, dotta e monumentale, Robert Menasse, austriaco, classe millenovecentocinquantaquattro, dottore di ricerca – ha studiato pure a Messina – con una tesi dal titolo La tipologia dell’outsider letterario esemplificata sul caso Hermann Schürrer, autore della trilogia della disillusione in cui si concede il lusso di sovvertire l’impostazione della fenomenologia dello spirito, oggettivo, soggettivo e assoluto, l’idea in sé, che esce da sé e rientra in sé di sua maestà Hegel, figlio di Hans Menasse, grande calciatore, e fratello maggiore di Eva, anch’ella maestra nell’arte della parola, dà alle stampe un ritratto formidabile della burocrazia, classico perché ricorda le strepitose fotografie del pantagruelico apparato d’impiegati che parevano muoversi come marionette a passo di carica (geniale in questo senso la descrizione coreografica che ne dà filmicamente Joe Wright nella sua Anna Karenina) fatte da tanti romanzieri dell’epoca d’oro russa, ma al tempo stesso originale, lieve come una nuvola di zucchero filato ma amaro come fiele. La capitale in questione è Bruxelles, laddove si riuniscono i funzionari di tanti mondi, i singoli paesi dell’Europa unita, altissimi papaveri che, come in ogni ufficio che si rispetti, ma qui si raggiunge l’elevazione a potenza, pensano solo ad acquisire potere a scapito di tutto il resto e di tutti i restanti. Da non perdere.

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“La funesta docilità”

61rdNfnfSkL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Molte immagini si ritirano e vivono clandestine nella prosa del romanzo di Manzoni, indipendentemente dalle illustrazioni. Bisogna inseguirle, di variante in variante, lungo il percorso delle redazioni dell’opera. E interrogarle. Fermo, accompagnato da Toni e Gervaso, arriva davanti all’osteria. Il vano della porta è semiostruito: «colla schiena appoggiata ad uno stipite, colle mani sotto le ascelle, coll’occhio teso, e con una faccia tra l’annojato e l’agguatante, stavasi un uomo che non aveva cera né di contadino, né di viaggiatore, né di benestante; non pareva uno sfaccendato, ma non si sarebbe potuto immaginare che faccenda egli s’avesse. Un uomo più sperimentato di Fermo, guardandolo attentamente l’avrebbe detto un servo travestito. Questi non si mosse, e mirò fisamente Fermo, il quale si torse entrando per fianco della piccola apertura lasciata da quella cariatide. I suoi compagni l’imitarono se vollero entrare» (Fermo e Lucia, I, 7). La «cariatide» è un bravo di don Rodrigo. Tiene le «mani sotto le ascelle». Negli Sposi Promessi, la stessa «cariatide» cambia posa. Ora ha «le braccia incrocicchiate sul petto».

La funesta docilità, Salvatore Silvano Nigro, Sellerio. Silvano Nigro è filologo, critico, docente, italianista, francesista, un intellettuale di chiarissima fama, dalla competenza mirabile e magistrale, un punto di riferimento per chiunque studi e sia appassionato di letteratura, un divulgatore dalla prosa dottissima e dalla facilità di fruizione innegabile, capace di realizzare esegesi profonde e comprensibili, ricchissime di riferimenti, citazioni, rimandi, collegamenti, livelli di lettura, chiavi di interpretazione: in questa specifica occasione approccia, analizza, esamina e descrive nella loro variegata – fino all’ossimoro – e pluristratificata – sotto ogni aspetto – caleidoscopia I Promessi sposi, il romanzo italiano – pienamente inserito all’interno del contesto europeo dell’epoca, e perfettamente degno di esso – per antonomasia, quello che viene bistrattato fino a farlo detestare e trovare noioso, come non è né sarà mai, per nove mesi, da settembre a giugno, ogniqualvolta si giunge al secondo anno delle scuole superiori, soffocando con l’obbligo della lettura la bellezza della prosa che, benché tacciata da Gramsci di paternalismo, è in realtà un vero e proprio monumento all’identità, anche linguistica, nazionale, che s’inventa il ritrovamento di un manoscritto per poter parlare a nuora perché suocera intenda di un malgoverno come quello coevo all’autore, che gli interessava stigmatizzare, un classico talmente solido da uscire esaltato finanche dalla geniale parodia comica del Trio Marchesini-Solenghi-Lopez e dalle successive ed esilaranti riletture teatrali esilaranti. Da non perdere.

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“Maternità”

9892-3.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ieri sera dai biscotti della fortuna mi sono arrivati due messaggi a tema anima del tempo.

Maternità, Sheila Heti, Sellerio, traduzione di Martina Testa. Sfugge a ogni definizione il volume, magnifico sin dalla copertina, di Sheila Heti, così come del resto sfugge a ogni definizione l’amore. Sappiamo solo che è tutto, questo è tutto ciò che ne sappiamo. È sempre uguale, eppure sempre diverso, è ciò che ci definisce e dà senso, quanto di più importante e straordinario possiamo conoscere, eppure non manca sovente di far soffrire pene indicibili. E senza dubbio l’amore nella maggior parte dei casi si manifesta anche attraverso la generazione, il dono della vita, il mettere al mondo un figlio, il crescerlo, l’accudirlo, insegnare a qualcun altro che non siamo noi e che non ci appartiene ciò che crediamo di sapere del mondo, ciò che pensiamo sia giusto, lasciare un’eredità, contribuire a plasmare un uomo e/o una donna, in generale un cittadino, migliore di quanto non siamo riusciti a essere noi medesimi in persona: Sheila, la narratrice, è prossima ai quarant’anni, e naturalmente la possibilità di procreare ha le sue scadenze (nulla è eterno a questo mondo, nemmeno la produzione delle cellule uovo), ha un compagno con cui sta bene ma con cui non ritiene che dovrebbe avere un figlio. In generale, però, lei pensa che dovrebbe mettere al mondo una creatura. Dovrebbe dunque lasciare Miles? Non se ne parla proprio, con lui è felice. Attorno a lei la gran parte delle amiche e in generale delle donne della sua generazione hanno avuto un figlio o hanno preso seriamente in considerazione l’ipotesi di averlo, c’è chi lo fa per sentirsi meglio, c’è chi lo fa perché senza non si sente completa, c’è chi non la fa perché giustamente si sente completa anche senza, c’è chi lo fa perché lo fanno tutti, c’è chi non lo fa perché lo fanno tutti, c’è chi ricorre a terapie mediche o alla gravidanza surrogata, c’è chi lo fa perché pensa che così salverà il suo matrimonio, e il più delle volte sbaglia clamorosamente, c’è chi vorrebbe ma non riesce a concepirlo, c’è chi ne ha avuti anche troppi, c’è chi non li vuole e giustamente non li fa, c’è chi dice di non volerli ma in realtà li desidera (perché il tema fondamentale di questo saggio/autobiografia/pamphlet/riflessione filosofica/esegesi ironica è proprio questo, il desiderio, e ciò che facciamo per appagarlo, le torture cui ci sottoponiamo per trovare l’illusione della pace), c’è chi non avrebbe mai dovuto riprodursi perché è un immaturo irrisolto e invece ostenta come gioielli, ma non con lo stesso spirito della solenne Cornelia madre dei Gracchi, delle creature fatte per farne bella mostra sui social, che con ogni probabilità saranno adulti davvero pericolosi, perché venuti su in balia di tutti i venti e senza veri valori, c’è chi non li ha e dunque subisce la pressione della società, che si arroga l’osceno e assurdo diritto di guardare come se fosse un’empia criminale da disprezzare o un essere a metà una donna che non è presa dal sacro fuoco della procreazione, che non pensa ogni singolo istante a come procurarsi un bel pancione, c’è chi si ribella a quello che sembra un imperativo culturale prima ancora che naturale, c’è chi fa incubi su incubi dettati dall’ansia, chi consulta amici, parenti, amanti, compagni, colleghi, psicologi, psichiatri, finanche l’iChing, c’è chi non sa che decisione prendere e quindi non ne prende nessuna, c’è chi non sa che decisione prendere e quindi prende quella sbagliata, c’è chi si illude che ci sia tempo, quando invece il tempo non c’è, c’è chi affronta l’argomento con troppa ansia e chi con troppa irresponsabilità, c’è chi, in generale, vuole tutto e il suo contrario, e pertanto non è felice mai: tutto questo e molto, molto altro è la maternità, la genitorialità (ma si sa che se deve puntare il dito contro qualcuno la nostra società preferisce di norma come bersaglio una donna anziché un uomo), il tema è delicatissimo, ampio, fatto di miliardi di sfumature, di riferimenti, di chiavi d’interpretazione e di livelli di lettura, di conseguenze e interazioni a livello sociale, economico, etico, morale, politico (le strumentalizzazioni, spesso figlie dell’ipocrisia di chi ha comportamenti del tutto contrari a quanto pubblicamente proclama come unica verità, sul tema della famiglia sono all’ordine del giorno), riguarda la più intima sensibilità di ognuno, e quindi va trattato con amorevole cura e sovrano rispetto. E questa è una caratteristica peculiare della prosa di Sheila Heti, che però si mantiene lontana mille miglia dall’agiografia del sentimento e del politicamente corretto a tutti i costi, che svilisce il senso vero delle cose e fa più danni, spesso, d’un limpido insulto: l’autrice dipinge con tinte coloratissime, stile scintillante e precisione impeccabile un riuscito affresco del nostro tempo, delle sue paure, dei suoi aneliti, della sua precarietà, del suo sistema, spesso fallato, di priorità, delle sue ossessioni. Da non perdere.

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“Come una famiglia”

4184en6A4DL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La proprietaria dell’Aston Martin era una donna alta e quasi filiforme. Due le cose che mi hanno colpito subito: le sue sneakers a disegno tartan e i guanti da guida. Per il resto era vestita di bianco, camicia marinière di popeline e pantaloni a sigaretta. Potevo sbagliarmi, ma la sola borsa in pelle d’agnello costava quanto un mese di stipendio di Ramón e Alicia (e Nora paga loro anche un solo minuto di straordinario). Ti chiederai perché mi dilungo su questi aspetti. Perché chi porta addosso circa cinquemila euro di vestiti può permettersi di non lasciare nessun particolare al caso. Un re studia ogni accessorio per comunicare esattamente il proprio potere, il militare si equipaggia pensando solo alle esigenze della battaglia. L’essere umano che sta dentro vestiti del genere delega tutto alla sua divisa e ci si barrica per risultare il meno vulnerabile possibile. Fisicamente poteva essere una ex modella, i capelli erano a metà fra il biondo e la canizie dell’anzianità. Mentre ci presentavamo le ho dato una sessantina d’anni, e non ci sono andato lontano. – Amanda Paulus, l’avvocato Di Maria le avrà parlato di me. Mi aveva comunicato solo il nome, ma naturalmente ho mentito con trasporto. Si è sfilata un guanto da guida per darmi la mano. Me l’ha porta, anzi, concessa, con il polso reclinato verso il basso. Non ha nemmeno accennato a stringere.

Come una famiglia, Giampaolo Simi, Sellerio. Nella sestina finale del Bancarella. I figli, si sa, non sono i nostri figli. Sono i figli della vita, e non ci appartengono. Sono diversi da noi che li generiamo. Sono frecce scoccate dall’arco. Vanno amati, aiutati, protetti. Ma non si può vivere al posto loro. E soprattutto non è al loro posto che si possono risolvere i problemi che hanno, men che meno quelli che creano. Perché altrimenti non avranno contezza del reale peso delle loro azioni, e dunque ne compiranno sempre di peggiori. Fino a che punto ci si può spingere per tutelare chi si ama? Fino a che punto si può negare la verità? Di questo e molto altro scrive Simi, con prosa magistrale e sublime, nel contesto delle neghittose, ammalianti e ruvide atmosfere della fascinosa Versilia: magnetico, denso, intenso, profondo, potente, raffinato, variegato, solido, formidabile.

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“Una nave di carta”

31DFQbK5uuL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nevicava da un pezzo, e per un pezzo avrebbe continuato.

Una nave di carta, Scott Spencer, Sellerio. Traduzione a cura di Luca Briasco. Monumentale, poderoso, formidabile, vibrante, emozionante, straordinario, magnifico, perfetto in ogni dettaglio come una pietra che levigata dall’acqua emerge dai flutti e va a giacere, come un naufrago stanco, sulla rena salvifica: e il riferimento al naufragio, tragedia da cui, se si riesce a scampare, senza dubbio si aprono prospettive di rinnovamento e salvezza, è centrale in questo romanzo per il quale ogni iperbole e tutti i possibili superlativi paiono oggettivamente finanche riduttivi. Scott Spencer – classe millenovecentoquarantacinque, nativo di Washington, all’attivo numerosi romanzi, tra cui pure degli horror sotto pseudonimo, e la sceneggiatura di Father Hood, con Patrick Swayze e Halle Berry, giornalista, docente universitario, apprezzato anche dalla maestra della letteratura contemporanea, Joyce Carol Oates, colei che con Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra) ed Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse)  compone il gotha dell’arte dello scrivere ai giorni d’oggi, ispiratore del celebre, nominato agli Oscar e ai Golden Globe per la canzone omonima di Richie, ma anche ai Razzie in numerose categorie, film, in effetti non particolarmente riuscito, proprio perché non riesce a tradurre pienamente la potenza trascinante e furiosa dell’ossessione erotica dell’amore giovanile (a differenza di quanto invece hanno saputo fare splendidamente Ivory e Guadagnino con Aciman), nonostante abbia ispirato finanche un rifacimento con Alex Pettyfer, di Franco Zeffirelli Amore senza fine, con Brooke Shields, Martin Hewitt, Shirley Knight, Don Murray, Richard Kiley, Tom Cruise, Ian Ziering e tanti altri – racconta in queste pagine sfolgoranti e piene di senso, caratterizzate fin nel dettaglio con arguzia e credibile profondità, il divampare di una passione che, in un’America divisa sotto ogni punto di vista, negli anni del processo a O. J. Simpson così ben ritratti anche non troppo tempo fa sul piccolo schermo da Ryan Murphy, che ha compiuto una brillante esegesi del razzismo così come dell’omofobia e delle perversioni di un omicida seriale ha fatto prendendo più avanti le mosse dall’assassinio di Gianni Versace, che gli è servito per narrare l’edonismo vacuo degli anni Novanta, così precocemente e malamente invecchiati, mette in discussione e in pericolo ogni cosa. Impeccabile e imperdibile.

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“Il futuro è storia”

31wAPOMsGRL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

In un’autobiografia che scrisse molto tempo dopo, Nemcov spiegò le origini di questa strana abitudine di banchettare. Quando fu nominato governatore la prima volta, il suo vice, un politico più anziano ed esperto, gli disse che per farsi prendere sul serio avrebbe dovuto farsi una bevuta con ogni boss locale della regione, compresi i direttori di circa cinquecento fabbriche e i responsabili di 750 fattorie collettive. Nemcov scremò la lista, riducendola a quattrocento persone, e si prefisse l’obiettivo di condividere una bottiglia di vodka con ciascuna di loro. Nel giro di un anno, si rese conto che la sua salute era compromessa, che il suo corpo era sempre gonfio e che presentava tutti i sintomi dell’alcolismo caratteristici della gran parte dei russi. Notò inoltre che aveva assimilato un’attitudine tipica dell’establishment politico sovietico, ossia la diffidenza nei confronti di chiunque non bevesse.

Il futuro è storia, Masha Gessen, Sellerio, traduzione di Andrea Grechi. Masha Gessen, vincitrice con questo libro del National Book Award, nell’edizione dell’anno del Signore duemiladiciassette, e finalista ai National Book Critics Circle Award, è senza dubbio una delle voci più potenti, autorevoli, interessanti, capaci, abili, intense, convincenti e coinvolgenti del pur fitto e variegato panorama internazionale: con questo saggio che ha una verve romanzesca di altissimo livello realizza un apologo e un’esegesi assai accurata e senza dubbio degna di attenzione del concetto di transizione, presentando al lettore storie di personaggi che, quando l’Unione Sovietica è ormai già marcescente, si affacciano alla vita in una realtà che non lesina promesse, senza però preoccuparsi, come se fosse la matrigna natura leopardiana, indifferente alle sue creature, cui dà solo la vita, e non ritiene le si debba chiedere altro, di mantenerle, condannando una generazione al precariato e all’insoddisfazione, generando gli stessi conflitti del passato. Da non perdere.

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Intervista, Libri

Simona Baldelli: “Dove possiamo mai andare da soli?”

31rhzb75uvl._ac_us218_di Gabriele Ottaviani

Simona Baldelli è l’autrice di Vicolo dell’Immaginario: Convenzionali ha il grandissimo piacere di intervistarla.

Che romanzo è Vicolo dell’Immaginario?

Non saprei dare una definizione. Fin dal primo, Evelina e le fate, i miei romanzi sono accompagnati dalla definizione di “realismo magico”. Mi va bene, benissimo, e me la tengo cara. Mi piace mescolare concretezza a immaginazione. Dopotutto, la nostra vita è composta di azioni e pensieri, emozioni, sentimenti, solitamente privi di corpo, tridimensionalità. Io ho trovato questa maniera per raccontarli: do loro materia e mi permetto così di farli agire, offro loro spazio e capacità di interazione con i personaggi e la storia, senza correre il rischio di appesantire le pagine con interminabili, e spesso noiosi, contorcimenti dell’animo. Mi aiutano a definire la psicologia dei protagonisti evitando sequele di aggettivi, spesso soggettivi, se mi passi il piccolo gioco di parole. Ecco così che sono nate le fate di Evelina, i fantasmi di Mr. Giovedì, la nuvola d’oro di Caterina, i personaggi che escono dai quadri per Rossini e, nel caso di questo Vicolo, la piccola ombra che accompagna Amalia.

Vicolo dell’Immaginario è una storia che affronta il rimorso e il rimpianto, politico e privato: io ho voluto affrontarli raccontando il viaggio di una macchia nera, la piccola ombra, appunto.

Che anni sono stati i Settanta?

Ero bambina, allora, e ricordo un gran fermento, un dibattito vivace, fazioni opposte, un’aria di rivoluzione che investiva tutto e tutti. Le donne che correvano in massa a prendere la patente, si liberavano di orpelli che ne impedivano i movimenti, l’autoritarismo che si poteva mettere in discussione. E colori, tanti colori.

Certo, ci sono stati anche episodi terribili di lotta armata e stragi di cui, ancora oggi, aspettiamo una risposta. Uno dei capitoli di Vicolo dell’Immaginario, riporta l’episodio della strage di Piazza Fontana e i suoi morti ancor oggi senza giustizia, e racconto gli echi della lotta armata e delle rivendicazioni sindacali. Non aver fatto, in seguito, una seria riflessione su questo pezzo di storia, aver evitato un confronto collettivo, ha fatto sì che, tutt’oggi, noi si continui a sentirci su barricate opposte, dove anche le più piccole conquiste individuali sono vissute come privilegi (che ci sono, intendiamoci, ma hanno forma e sostanza diversa da come ci vengono raccontati; e il più delle volte sono invisibili). E, soprattutto, non siamo più capaci di ragionare in termini di comunità, ma solo individualistici. E, da soli, dove mai possiamo andare?

Ma queste sono riflessioni che mi hanno accompagnata nell’età adulta. In quegli anni mi colpì molto l’austerity e le domeniche con le strade zeppe di pedoni, biciclette, pattini. Ma ricordo che l’improvviso ritorno di una povertà collettiva, non spaventava, o almeno così mi pareva fosse vissuto. C’era comunque uno sguardo fiducioso sul futuro. E un forte senso di collettività, che oggi si è perso.

Chi sono Clelia e Amalia?

Sono due donne simili per molti versi, forse persino sovrapponibili. Certamente entrambe intrappolate nei rimorsi e nei rimpianti di cui parlavo poc’anzi. A cui occorre un atto di ribellione, anche da un punto di vista intimistico, emotivo, famigliare. La società è composta di individui e, io credo, non è possibile ottenere una collettività sana se i singoli sono malati, sofferenti. Clelia decide di lasciarsi alle spalle le zavorre, Amalia raccoglie il testimone insegnandole che, se vuole aprirsi al domani, deve perdonare il passato e occuparsi del presente.

Nel tuo romanzo c’è chi resta laddove è nato e chi invece cambia orizzonte: che valore hanno le radici, il viaggio, la memoria e i sentimenti per te e per i tuoi personaggi?

Se dovessimo morire dove siamo nati, io credo, nasceremmo con le radici, come gli alberi. Detto questo, partire deve essere una scelta.

In termini personali (io stessa ho lasciato a diciannove anni la città in cui sono nata e ho cominciato una vita nomade), ho cominciato ad amare le mie radici, i luoghi, il dialetto, solo dopo essermene allontanata. Come se avessi avuto bisogno di vedere le cose da una giusta distanza. Nel mio caso, e quello delle protagoniste di Vicolo dell’Immaginario, Clelia e Amalia, partire è stato necessario per sfuggire all’asfissia. Ma ho imparato, per esperienza diretta, che si possono recidere i rami secchi anche rimanendo “a casa”. È sufficiente un’azione, un cambio di visuale, imparare a dire no, per esempio. Un piccolo atto di “psicomagia” lo chiamerebbe Alejandro Jodorowsky. Accompagnare il viaggio di una piccola ombra, nel mio caso.

Che cos’è che ci rende quello che siamo?

Tutto. A partire da ciò che mangiamo e beviamo, poiché è di quelle sostanze che siamo composti, a ciò che abbiamo visto, ascoltato, creduto. Ciò per cui abbiamo pianto o riso. Gli abbracci dati, gli schiaffi ricevuti e restituiti. Qualsiasi cosa venga in mente. ciò che ci smembra, invece, e ci fa perdere per strada pezzi di noi stessi, sono appunto i rimorsi e i rimpianti. Questi due sentimenti lavorano per sottrazione, ci portano via la terra da sotto i piedi, restringono l’orizzonte e al loro posto, lasciano le paure.

Come sono cambiate la politica, la società, l’Italia e l’Europa negli ultimi quarant’anni?

La mancanza di risposte, i depistaggi di cui parlavamo poc’anzi, hanno in qualche modo contribuito a farci perdere fiducia, speranze. Questo ha contribuito a togliere umanità, secondo me, a politica, paesi e continenti. Ad accorciare le visioni, politiche e personali.

Come Clelia e Amalia, attendo che le premesse, le promesse, prendano concretezza. Perché di strada in merito di diritti e opportunità per tutti, di diffusione di benessere, di lotta al privilegio, ne abbiamo fatta pochina, a mio parere. Mi addolora e sconcerta la regressione della scala sociale, per esempio, il rimpicciolirsi delle prospettive. E mi spaventa questo reflusso di nazionalismo e individualismo. Ma non mi arrendo e, per quel che posso, cerco di contribuire ad allargare gli orizzonti.

Cosa rappresentano per te la fantasia e l’immaginazione?

Non riesco a risponderti, perché non riesco a scinderle da altre attività apparentemente più concrete: camminare, mangiare, scrivere. Prova, anche tu, o chi ci legge in questo momento: bevi un sorso d’acqua, addenta un pezzo di cibo qualsiasi. O, semplicemente, leggendo queste parole. Tutto suggerisce una suggestione; qualcuno si chiederà, per esempio, com’è la mia faccia o come risuona la mia voce. Il sapore in bocca evocherà ricordi. È già un esercizio di immaginazione e fantasia. Senza di loro, le azioni non hanno senso, forse nemmeno esisterebbero. Tutto sta ad esercitarle, senza autocensurarci.

Che cosa ti aspetti dal futuro?

Tante belle storie, e l’opportunità di raccontarle. Credo questo mondo, la nostra realtà, abbiano bisogno di una trasformazione, un cambio di rotta. Il mio compito è immaginarli. Perché se lo puoi pensare, lo puoi fare.

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“Vicolo dell’Immaginario”

31RHZb75UVL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Amalia si fida della donna, ma tutto quel parlare e la penombra della stanza le stringono lo stomaco. Si guarda attorno come se uno spirito dovesse spuntare da un angolo oppure affiorare dall’acqua dei catini. Ma decide di tacere, osservare e ascoltare. Tia Marga chiude gli occhi. Improvvisamente nella stanza si sente una nenia, non si sa da dove provenga. È una voce profonda, di viola e di oboe. Un soffio di vento in una valle profonda, il suono di mille uccelli che volano bassi. Poi capisce: è Tia Marga a cantare, a bocca chiusa. Le sembra che l’acqua, nei tini, s’increspi. La pelle del pesce si fa iridescente, luminosa. La cuoca prende una boccetta e fa cadere una goccia di liquido in ciascuna vasca. Poi dice parole strascicate, in una lingua sconosciuta, ed è come se la voce raggrumasse l’acqua in piccoli gorghi disuguali. Dai bacili si alzano sussurri e si mescolano a quelli della Tia. Ci sono grida, pianti e alcuni singhiozzi soffocati. Lei annuisce e sembra rivolgersi a loro, a ciascuno con un tono diverso. Alcuni li consola, altri li vezzeggia, oppure rivolge un pacato rimprovero. Di tanto in tanto, lascia cadere altre gocce. Amalia si inginocchia accanto ai bacili. Minuscole creature sembrano staccarsi dalla polpa del pesce e vengono risucchiate da vortici, o forse i riflessi delle squame, la poca luce e la suggestione, le fanno vedere ciò che non c’è. Tia Marga le prende le mani e le immerge nell’acqua. «Aiutami a rimescolare, fa’ che si abituino a te».

Vicolo dell’Immaginario, Simona Baldelli, Sellerio. Lisbona è una montagna di sale, un mosaico di squame bianche attraversato dai tram e bagnato da quel fiume che ad Amalia, che ha trentasei anni, due ombre e viene da vicino Milano – o almeno così dice a chi, avendo un’idea solo sommaria dell’Italia per quello che arriva per il tramite dei mezzi di comunicazione di massa, che in quegli anni carichi di promesse parlano per lo più di terrorismo, glielo domanda, perché da quella distanza tutto sembra più insignificante, anche se in realtà tra la sua città, da cui è venuta via appena morto il marito, e quella del Duomo distano cento chilometri – per assistere un’anziana signora che cammina incipriata e impettita per la sua magione in una piazza che le ricorda la nobiltà che ha nel sangue e che le marcisce dentro come l’inesorabile decadenza del tempo che tutto fagocita ed erode, sembra impossibile che sia fatto d’acqua dolce, perché è tanto grande che le pare il mare. Clelia invece è della Bassa, presso Reggio Emilia, ha appena cambiato reparto in fabbrica – la ditta produce giostre – perché un operaio del settore delle cinghie ha perso una mano sotto alla cucitrice, ed è lì che, priva di quella malizia che ha invece Marisa, che, nonostante abbia nove anni di meno, è scaltra e furba, e compensa con la testa quel che le gambe le impediscono di fare, dopo alterne e squallide vicende ha conosciuto Dario, e quelle pietre che da tempo le opprimono il ventre hanno fatto un sobbalzo: ogni sabato sera vanno a ballare a Monticelli, con la 600 di lui… Simona Baldelli ha il dono di saper emozionare autenticamente con una scrittura travolgente e dalla cifra raffinata e inconfondibile che definire formidabile è decisamente riduttivo, e dà alle stampe un romanzo incantevole che danza con grazia fra Tabucchi, Pessoa, Borges, Márquez, Vittorini e non solo, ricchissimo di livelli d’interpretazione, riferimenti, suggestioni e chiavi di lettura, perfetto in ogni dettaglio.

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“Repertorio dei pazzi della città di Palermo”

9505-3.jpgdi Gabriele Ottaviani

Uno faceva l’ortopedico, ma avrebbe voluto essere psicanalista. Da un certo momento in poi interpretò gratuitamente sogni e desideri dei pazienti giudicando dalla forma dei loro piedi. Uno era un medico ormai in pensione. Per tutta la prima parte della sua vita, fino ai sessant’anni, fu un uomo severissimo, temuto dai figli e dai fidanzati delle figlie. Poi, un giorno, la moglie si ammalò e morì. Morì molto lentamente, e lui, la notte in cui lei entrò in coma, le diede un bacio, andò nello studio, aprì il cassetto e tirò fuori la Beretta con la quale si sparò un colpo alla tempia. Forse però all’ultimo momento mosse la mano, o forse non aveva mirato bene. Insomma: il proiettile entrò e uscì senza incontrare niente di vitale. Quando riprese conoscenza i medici non nascosero che sarebbe rimasto cieco. Ma non solo: ben presto i parenti si accorsero che era diventato diverso. Nei primi giorni sembrò una stranezza quasi ordinaria, ma poi passarono i mesi e…

Repertorio dei pazzi della città di Palermo, Roberto Alajmo, Sellerio. Felice chi è diverso essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune, dice il poeta: e chi, in fondo, è più diverso, altro, strano, fuori norma, singolare, anticonformista, alieno alle convenzioni, per nulla comune di un pazzo, qualcuno cui gli altri guardano con sospetto ma anche con malcelata curiosità e tenerezza, qualcuno che può giungere persino a spaventare, ma non perché sia effettivamente pericoloso, bensì perché semplicemente, nella maggior parte dei casi, ha il coraggio di essere libero davvero, di più di chi invece della libertà non sa far altro che riempirsi la bocca, ma all’atto pratico ne è invece irredimibilmente atterrito? Alajmo, la cui prosa è cangiante e bellissima come un broccato prezioso, regala al lettore una pinacoteca di ritratti e una meditazione faconda e feconda sul tempo passato e sulla malinconia che si annida come una lieve e chiara polvere negli angoli di una città amatissima nella cui terra affondano le radici della propria anima. Da leggere.

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“Fate il vostro gioco”

41J0QWwAuiL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Se uno si può permettere un autista, pensò Rocco, gli affari con i trasporti vanno benone. La notte era gelida, le strade deserte e il gusto amarognolo della grappa si era appiccicato al palato. Un uomo può cambiare. Alzò gli occhi al cielo, la luna era ancora una striscia di luce fra due nuvoloni. Riacciuffò il filo dei suoi pensieri. Si cambia perché nella vita succede qualcosa che non dipende da te, oppure perché ti convinci che è arrivata l’ora di voltare pagina. Di cose nella sua vita ne erano successe, anche troppe, ora stava a lui decidere se era arrivato il momento di un cambiamento, anche minimo. Sapeva di non averne la forza, continuava a trascinare i passi, uno dopo l’altro, tutto lì. Cambiare era un progetto impossibile da affrontare, per ora a Rocco bastava dividere il letto con qualcuno, anche per una sola notte, anche per poche ore. Quello voleva, solo quello cercava. Colpa della stronza?, si chiese attraversando la strada. Caterina Rispoli, al secolo agente di qualcuno al Viminale, l’unica che era riuscita a penetrare nelle difese del vicequestore, a lasciargli un segno. «Sto così per colpa di quella stronza?» stavolta lo chiese a Lupa, impegnata nelle sue ricerche olfattive. «Non credo proprio lupacchio’… intanto vediamo come va stasera, che ne dici?» aveva fatto un tentativo al ristorante, stupido e ingenuo. Qualche anno prima sarebbe stato un gioco da ragazzi, ma s’era arrugginito.

Fate il vostro gioco, Antonio Manzini, Sellerio. Romano Favre, ispettore di gioco, pensionato del casinò di Saint-Vincent, storico luogo di divertimento e d’azzardo di cui, nel mondo reale, la procura, è notizia proprio di questi giorni, ha richiesto il fallimento, è morto. Ammazzato da due coltellate. Con in mano una fiche. Che però appartiene a un’altra casa da gioco. Può questo caso non vellicare l’irresistibile acume del formidabile Rocco Schiavone, trapiantato oramai da tempo e suo malgrado da Roma fra le incantevoli vette valdostane e incarnato magistralmente sul piccolo schermo dal sempre bravo Marco Giallini? La domanda appare retorica, il caso è da non perdere. Per nessuna ragione al mondo: l’ennesimo delizioso regalo, splendido sin dalla copertina, per tutti gli appassionati.

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