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“Sei stato felice, Giovanni”

51HseTXKQHL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ciao Giovanna che non porti rossetto, che raccogli marinai, che non hai voluto salire fino a questo letto, che scrivi biglietti postali celesti alla sorella di Sassari, che mi hai rammendato la camicia, che mi sei debitrice di duecento lire, che mi hai regalato due, no, tre “nazionali”, ciao, cara amore va’ all’inferno puttana prima che mi innamori.

Sei stato felice, Giovanni, Giovanni Arpino, Minimum fax. Postfazione di Gianni Mura. Giovanni Arpino, che si è laureato in lettere con una tesi su Esenin e ha fatto conoscere in Italia Osvaldo Soriano, e non si può non essergliene grati, è uno dei più importanti nomi della letteratura italiana e non solo (è stato anche un grandissimo giornalista, finanche sportivo: per lui il racconto efficace di una partita di calcio era il più arduo possibile…). Non sono in molti ad aver vinto, tra l’altro, sia lo Strega che il Campiello. Lui ci è riuscito. A lui si deve nei fatti anche l’Oscar ad Al Pacino, che, come Julianne Moore e tanti altri attori formidabili, ha avuto il riconoscimento di una vita per il film peggiore che ha fatto, ossia l’abbastanza inguardabile rifacimento di Profumo di donna, che nasce però proprio da un’opera di Arpino, senza la quale, con ogni probabilità, l’ambita statuetta sarebbe rimasta un miraggio. Sei stato felice, Giovanni è l’esordio di questo narratore impeccabile che qui, giovanissimo, in venti giorni, andando avanti con un paio di uova fritte mandate giù in due bocconi in latteria, in una pensione genovese certo non delle più lussuose, dà vita a un mondo marginale ma impregnato di autenticità, narrato senza infingimenti, ricco di citazioni e suggestioni, in primo luogo della grande letteratura americana, ma al tempo spesso originale. Da leggere e rileggere.

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