Libri

“La memoria rende liberi”

71vZI4CgNnL._AC_UL320_ML3_di Gabriele Ottaviani

L’abbrutimento chiama abbrutimento…

La memoria rende liberi – La vita interrotta di una bambina nella Shoah, Liliana Segre, Rizzoli. Nuova edizione con testi inediti. I proventi dei diritti d’autore verranno devoluti alla Onlus Opera San Francesco per i poveri. È il cinque settembre del millenovecentotrentotto quando la vita di Liliana cambia per sempre: ha otto anni, vive in casa dei nonni col giovane e bellissimo padre, che lì è tornato ad abitare con la sua unica amatissima figlioletta dopo che la splendida moglie è morta a ventisei anni di tumore all’intestino, e da un annuncio alla radio scopre di fatto che non potrà più andare là dove le piace tanto stare, ossia a scuola, dove ha tante amiche e dove è esonerata dalla religione, e quindi può con quattro o cinque compagne durante quell’ora una volta a settimana correre liberamente nei corridoi e lanciarsi in ardite scivolate sui pavimenti incerati dai bidelli, perché è ebrea. Non ha mai pensato che questo potesse essere un problema. Finché non la catturano. Non la deportano. Non le ammazzano il padre. Non ha la salute rovinata dal lager. Non ritorna dopo una marcia infernale. Non va a vivere dagli zii, dove studia il programma di cinque anni in uno solo per potersi iscrivere al liceo classico. Ma lì è triste. La fanno sentire in colpa persino per il fatto di essere sovrappeso. Perché lei ha tanta fame. D’amore. Lo incontra. Conosce suo marito, anche lui reduce dalla prigionia. Stanno insieme per sessant’anni. Hanno tre figli. Lui è sempre stato dolce con lei. L’ha sempre amata. Non l’ha mai compatita. Lei per decenni non ha parlato. Poi è diventata nonna. E ha capito che non poteva più tacere. Che testimoniare era suo dovere. Liliana Segre è una di quelle persone a cui va detta solo una parola: grazie. La sua storia deve rimanere come un monito e un monumento per tutti noi. E sarebbe meraviglioso che l’auspicio di Enrico Mentana nella prefazione si realizzasse: dovremmo tutti considerarla come se fosse la nostra mamma. Da leggere, rileggere, far leggere.

Standard
Libri

“Scolpitelo nel vostro cuore”

51IV92642mL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ci vollero anni, poi, per ritrovare uomini capaci di pietà.

Scolpitelo nel vostro cuore, Piemme. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, prendendo la parola per la prima volta in quest’Aula non possa fare a meno di rivolgere innanzitutto un ringraziamento al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale ha deciso di ricordare l’ottantesimo anniversario dell’emanazione delle leggi razziali, razziste, del 1938 facendo una scelta sorprendente: nominando quale senatrice a vita una vecchia signora, una persona tra le pochissime ancora viventi in Italia che porta sul braccio il numero di Auschwitz. Porta sul braccio il numero di Auschwitz e ha il compito non solo di ricordare, ma anche di dare, in qualche modo, la parola a coloro che ottant’anni orsono non la ebbero; a quelle migliaia di italiani, 40.000 circa, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che subirono l’umiliazione di essere espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società, quella persecuzione che preparò la Shoah italiana del 1943-1945, che purtroppo fu un crimine anche italiano, del fascismo italiano. Soprattutto, si dovrebbe dare idealmente la parola a quei tanti che, a differenza di me, non sono tornati dai campi di sterminio, che sono stati uccisi per la sola colpa di essere nati, che non hanno tomba, che sono cenere nel vento. Salvarli dall’oblio non significa soltanto onorare un debito storico verso quei nostri concittadini di allora, ma anche aiutare gli italiani di oggi a respingere la tentazione dell’indifferenza verso le ingiustizie e le sofferenze che ci circondano.  A non anestetizzare le coscienze, a essere più vigili, più avvertiti della responsabilità che ciascuno ha verso gli altri. In quei campi di sterminio altre minoranze, oltre agli ebrei, vennero annientate. Tra queste voglio ricordare oggi gli appartenenti alle popolazioni rom e sinti, che inizialmente suscitarono la nostra invidia di prigioniere perché nelle loro baracche le famiglie erano lasciate unite; ma presto all’invidia seguì l’orrore, perché una notte furono portati tutti al gas e il giorno dopo in quelle baracche vuote regnava un silenzio spettrale. Per questo accolgo con grande convinzione l’appello che mi ha rivolto oggi su «la Repubblica» il professor Melloni. Mi rifiuto di pensare che oggi la nostra civiltà democratica possa essere sporcata da progetti di leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere, mi opporrò con tutte le energie che mi restano. Mi accingo a svolgere il mandato di senatrice ben conscia della mia totale inesperienza politica e confidando molto nella pazienza che tutti loro vorranno usare nei confronti di un’anziana nonna, come sono io. Tenterò di dare un modesto contributo all’attività parlamentare traendo ispirazione da ciò che ho imparato. Ho conosciuto la condizione di clandestina e di richiedente asilo; ho conosciuto il carcere; ho conosciuto il lavoro operaio, essendo stata manodopera schiava minorile in una fabbrica satellite del campo di sterminio. Non avendo mai avuto appartenenze di partito, svolgerò la mia attività di senatrice senza legami di schieramento politico e rispondendo solo alla mia coscienza. Una sola obbedienza mi guiderà: la fedeltà ai vitali principi ed ai programmi avanzatissimi – ancora in larga parte inattuati – dettati dalla Costituzione repubblicana. Con questo spirito, ritengo che la scelta più coerente con le motivazioni della mia nomina a senatrice a vita sia quella di optare oggi per un voto di astensione sulla fiducia al Governo. Valuterò volta per volta le proposte e le scelte del Governo, senza alcun pregiudizio, e mi schiererò pensando all’interesse del popolo italiano e tenendo fede ai valori che mi hanno guidata in tutta la vita. Così Liliana Segre il giorno della fiducia al governo Conte: Scolpitelo nel vostro cuore, con un corredo di immagini intense e belle, una prosa semplice e chiara, un contenuto di rara forza, che costituisce una vera e propria esigenza morale, è la testimonianza, sempre più necessaria ora che sempre di meno sono coloro che sono rimasti vivi e possono raccontare con la loro voce quanto hanno subito, in un mondo sempre più protervo e perverso, di una donna che è stata bambina che si è affidata a dei contrabbandieri di uomini, gli antenati dei moderni scafisti, per cercare di avere salva la propria esistenza e che ha conosciuto l’abiezione e l’orrore. Indispensabile.

Standard