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“Transito”

di Gabriele Ottaviani

Georg Binnet si presentò una sera da me senza preavviso. Era la sola persona a Marsiglia che conoscesse il mio indirizzo, ma non era mai venuto a trovarmi prima. La nostra amicizia non era ancora giunta a quel punto. Il ragazzo si era ammalato d’improvviso, una specie di asma della quale a volte soffriva, ma mai con attacchi così forti. Aveva urgente bisogno di un medico. Il dottore di zona era un sudicione sempre attaccato alla bottiglia che, espulso dieci anni prima dalla Marina, era finito chissà come nel quartiere corso. Claudine aveva sentito dire che tra i profughi tedeschi ci fossero buoni medici. Magari sarei riuscito a scovarne uno fra i miei conoscenti. Fin dal primo giorno mi ero affezionato al ragazzo. Per comprargli le cose che gli mancavano passavo ore a bazzicare i più improbabili comitati per racimolare i soldi per la mia presunta imminente partenza. Quando parlavo con Binnet guardavo fisso verso la finestra dove il ragazzo sedeva a studiare. Senza rendermene conto sceglievo solo le parole che avrebbe potuto capire. A volte facevamo giri in barca o escursioni in collina. All’inizio era stato molto taciturno. Credevo che il suo modo brusco di rovesciare la testa all’indietro o l’accendersi improvviso dei suoi occhi non fossero altro che il gioco di un giovane puledro. E, anche come semplice gioco, mi sembrava cosa buona…

Transito, Anna Seghers, L’orma, traduzione di Eusebio Trabucchi. Al secolo Netty Reiling, nata a Magonza il diciannove di novembre di centoventi anni fa, morta a Berlino Est nel millenovecentoottantatré, iscrittasi nel millenovecentoventotto, tre anni dopo aver sposato lo scrittore ungherese László Radványi, al partito comunista tedesco, perseguitata dal nazismo, esule in Francia, espatriata finanche in Messico, dove compone il trittico di opere – di questa, splendida sin dalla copertina, è quella centrale, data alle stampe per la prima volta nel millenovecentoquarantaquattro – che le garantisce fama imperitura, benché alle nostre latitudini sia troppo poco conosciuta, o perlomeno meno di quanto meriterebbe, vista la densità, la profondità, l’eleganza della sua prosa, politica nell’accezione più ampia e omnicomprensiva del termine, premio Lenin per la pace nel millenovecentocinquantuno, presidentessa dell’unione degli scrittori della DDR, accusatrice pubblica del dissidente Biermann, Anna Seghers, figura complessa, discussa e discutibile, spesso pubblicata anche in Italia, racconta, nella fascinosa e policroma Marsiglia del millenovecentoquaranta la storia di un uomo in fuga, un operaio tedesco a cui la politica non interessa granché, nonostante sia sicuro che aborre le croci uncinate, e che finisce per essere coinvolto anche in un triangolo amoroso… Da non farsi sfuggire: per conoscere e riflettere.

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