Libri

“Una vita”

di Gabriele Ottaviani

Secondo Max Seckler, suo collega a Tubinga, Ratzinger era convinto «che la sua teologia fosse molto importante per la Chiesa». Si contraddistingueva non solo per la coerenza della sua linea teorica, ma anche per «la spiccata consapevolezza della missione» che sentiva di avere. Il suo intento era mettere di fronte allo specchio della storia una modernità che avanzava inesorabile, per combattere in tal modo l’oblio e sviluppare una concezione della Chiesa futura non illusoria, ma realistica e praticabile. Se c’è una data che segna la discesa in campo di Ratzinger, è il 14 settembre 1970, giorno in cui il calendario liturgico celebra l’Esaltazione della Croce. Il termine «esaltazione» indica che la Croce è considerata un segno di vittoria. Attraverso il suo martirio, Gesù riacquistò la vita e trasformò il simbolo del male in un simbolo di amore. Quel 14 settembre Ratzinger era stato invitato a tenere il discorso celebrativo per il 60o anniversario di sacerdozio del cardinale Josef Frings. Nel 1965 il cardinale di Colonia si era dimesso dalla presidenza della Conferenza episcopale tedesca e nel 1969 aveva lasciato anche l’episcopato per motivi di età. Il titolo scelto da Ratzinger per il suo discorso era «La situazione della Chiesa oggi». Il sottotitolo era: «Speranze e pericoli»…

Non ha fatto il gran rifiuto come Celestino V, ma poco ci è mancato: sono cambiati i tempi, è cambiato il mondo, è cambiata la Chiesa, e quindi non è più impensabile che per fare un papa non si aspetti che, come da proverbio, sia morto quello precedente. Benedetto XVI, il coltissimo teologo Joseph Ratzinger, è certamente molto diverso da quel che sembra: almeno, stando a quel che ne scrive per Garzanti, in un libro assolutamente da non lasciarsi sfuggire, Peter Seewald, che come giornalista, scrittore e confidente lo ha accompagnato per più di cinque lustri. Traduzione di Giuliana Mancuso, Monica Manzella e Paola Rumi.

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