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“Scusate il disturbo”

61lhD1y7hLL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Tre mesi fa ero a New York e certe questioni caotiche della mia vita, come quella legata alla casa, iniziavano a risolversi. Non lo vedevo da anni. Ci sentivamo via email, per messaggio eccetera, ma non tornavo mai a Milwaukee, nemmeno per le vacanze, ho smesso di festeggiare il Ringraziamento appena compiuti i vent’anni e il Natale l’ho depennato poco più tardi. Mi ci sono voluti cinque anni per trovare una parvenza di stabilità a New York. Quando ti ci trasferisci tutti dicono che ce ne vogliono due, ma a me ce ne sono voluti cinque. Erano circa sei mesi che avevo ottenuto il mio lavoro attuale. Ed era una merda. Una mattina il mio supervisore ha soffiato nel fischietto e ha riunito noi sorveglianti di ragazzi problematici nella stanza più rivoltante della struttura, piena di mosche e zanzare, tazze punteggiate di muffa e con una sola, lurida finestra. Insieme formavamo un ovale, uno squadrone in pantaloni cachi e polo. Io stavo sbirciando il cellulare senza farmi vedere quando ho sentito il supervisore accennare all’intenzione di formare un team per condurre un’indagine interna, e mentre alzavo lo sguardo interessata la mia collega Michele mi ha detto di andare a fare il caffè. Sin dal primo giorno di formazione la mia collega Michele mi ha mancato di rispetto, mi trattava come il membro meno importante del gruppo, l’unica che non c’entrava, quella che quando puliva i cessi lo faceva male perché i cessi non si puliscono così; ero una piaga per l’umanità, e deducendo chissà da cosa che al college, non avendo niente di meglio da fare, quella piaga per l’umanità aveva lavorato dietro il bancone di uno schifo di bar per una paga da fame e qualche spicciolo di mancia, ha scelto me, fra venti persone, per andare a fare il caffè…

Scusate il disturbo, Patty Yumi Cottrell, 66thand2nd. Traduzione di Sara Reggiani. Per molti è in assoluto la frase pronunciata più di frequente nell’arco della vita: perché non è facile essere amati, e spesso più ci si merita affetto meno se ne riceve in cambio. L’amore è un gioco a perdere, e sovente ci si sente di troppo, un peso, un fastidio. Per il prossimo, e per sé medesimi. Ma si chiede scusa per il disturbo anche perché si prova sinceramente rispetto per il tempo degli altri: non è questione di forma, bensì di cura, di attenzione. Merci rarissime nella nostra società, tesori non solo nascosti, ma del tutto ignorati e finanche disprezzati, perché diametralmente opposti all’idea di potere, vittoria e successo con cui il mondo intero è stato indottrinato e mefiticamente infestato fin nelle sue intime fibre. Helen, artista emergente a Milwaukee che ha però da tempo appeso al chiodo e rinserrato in un cassetto di cui ha gettato il più lontano possibile, con quanta forza ha potuto, la chiave le proprie velleità artistiche per occuparsi degli altri, soprattutto se sono giovani, smarriti e in difficoltà, prendendo sempre ogni cosa sul personale, perché è buona, e dunque ovviamente il resto del globo, che non si fa scrupolo a chiederle favori a ogni piè sospinto, in realtà non la sopporta affatto, perché vi vede riflessa la propria grettezza, deve ora fare i conti col suicidio di un fratello adottivo, e con l’abisso di dolore che questo evento ha determinato. E… Monumentale.

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