Intervista, Libri

Scardanelli e il senso del destino: “L’accordo”

di Gabriele Ottaviani

Paolo Scardanelli è l’autore dell’ottimo L’accordo: Convenzionali lo intervista con gioia per voi.

Da quale esigenza nasce questo libro?

Dalla necessità di raccontare un mondo, quello della fine degli anni ‘70, con i suoi personaggi compressi i tra ansia di futuro e prepotenza del passato, dei loro destini e di quel sentire comune per il quale non è possibile prolungare quegli attimi che ci appaiono come vere e proprie epifanie di felicità, brevi e intensi a un tempo: l’accordo, appunto, tra sé e il mondo. Sostanzialmente dalla necessità di raccontare il senso del destino, cui ci opponiamo, quantomeno ci proviamo, con tutte le nostre forze ma che ci trascina inesorabile nel suo incessante scorrere, quella che Rilke chiamava “responsabilità cognitiva”.

Che anno è stato il millenovecentosettantanove?

Un anno crepuscolare: l’inizio della fine delle ideologie, il disincanto sullo sfondo, la fine di una utopia, di un’ipotesi di società collettiva che mostra i limiti insiti nella sua stessa progettualità. L’uomo  nuovo bussa alla porta del presente ma non riesce a trovare la sua strada nel mondo, dal momento che esso è solo l’ennesima utopia. Dietro di lui sta acquattato “l’eterno scontento”, che Andrea, personaggio principale, sorta di uomo destinato ad una volontaria sconfitta, incarna perfettamente. Nel frattempo il mondo e la società cominciano quel mutamento che condurrà sino all’uomo odierno, fondato sull’individualità. Ecco, il 1979 fotografa questo passaggio in una sorta di crepuscolo di tale “uomo sociale”.

Quali tipi umani rappresentano i suoi protagonisti?

Svariati, come si deve a un romanzo polifonico e corale. Su tutti spiccano Andrea, figlio di un ricco imprenditore dell’isola, compresso fra dovere e necessità di libertà, introverso e chiuso nel suo stesso duro sentire, che svicola dalle responsabilità in merito al futuro personale e collettivo accettando l’inaccettabile ad un prezzo però altissimo quello del Gesto estremo; e Paolo, l’ amico fraterno e io narrante, che con Andrea condivide un sentire comune, ma si muove su un’altra strada: quella dell’idealità e del compimento d’essa. Paolo accetta la vita o meglio il destino come una sfida ineliminabile cui è necessario dare senso e motivo, andando per il mondo gravati dalla necessità di costruirne uno. E Anna, donna compiuta e moderna che della propria libertà fa il cardine del suo agire per il mondo. 

Qual è il valore dell’amicizia e quello della politica nel suo romanzo, in letteratura e nella quotidianità?

L’amicizia è fondante, come pensava Seneca, superiore all’amore stesso per purezza e valore. Andrea e Paolo ne incarnano il valore più alto, quello dello scambio assoluto, intessuto di nostalgia del passato e di struggimento per il futuro; condividono i momenti del quotidiano, del personale e del politico. Li divide il destino e il tono di fondo col quale si proiettano nel mondo, come fossero due versanti diversi della stessa montagna. In letteratura l’amicizia fonda mondi, costellazioni quasi; si pensi al rapporto tra Hans Castorp e il cugino nella Montagna Incantata di Thomas Mann, e a come il destino segua in qualche misura questo nesso si pensi ad Achille e Patroclo nell’Iliade, o a Sal e Dean in Sulla strada di Kerouac. L’amicizia aiuta a crescere e a guardarsi l’un l’altro sin nei recessi più profondi, divenendo così in qualche misura levatrice del proprio e dell’altrui io. L’amicizia è anche politica, si sarebbe detto appunto nel 1979; è il campo dove i nostri due protagonisti accettano il cimento e in esso e per esso – con convinzione vieppiù decrescente – lottano e combattono. La politica per loro era quotidiana fiamma viva cui attingere ispirazione e da lì  provare ad attraversare il mondo, per noi oggi – per me quantomeno – è pallido riflesso sulle pareti della Caverna.

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Libri

“L’accordo”

di Gabriele Ottaviani

La distanza che ci separa da noi stessi è talmente minima da essere incolmabile…

L’accordo – Era l’estate del 1979, Paolo Scardanelli, Carbonio. La perfezione non è di questo mondo, e spesso e volentieri abbiamo piena contezza di quel che possediamo soltanto nel momento in cui lo perdiamo, o siamo sul punto di smarrirlo: è nella natura umana impigrirsi, adagiarsi sugli allori, dare molto, forse troppo, per scontato. Del resto, come, meravigliosamente, ha scritto Sergio Claudio Perroni, la gente se ne va, smette di colpo, lascia in asso cuori, persone appena cominciate, bambini da finire, tutte cose che non potranno più esserlo, che fingeranno di esserlo, che lo saranno solo per mancanza e mai per presenza, perché lasciare altri a metà è quello che riesce meglio a tutti, finiscono per farlo tutti, lasciare qualcuno solo, lasciarlo ancora più solo, finché non toccherà anche a lui andarsene, lasciare un altro solo, lasciare un altro vuoto, d’altronde siamo qui per questo, siamo fatti per questo, per andarcene sul più bello di qualcun altro, promesse d’assenza sempre mantenute, cose che non smettono mai di essere state. Paolo Scardanelli, con delicatezza sublime, indaga questa percezione d’assenza con il tocco lieve dell’incanto della memoria, dando vita a un vero e proprio Bildungsroman sentimentale senza sentimentalismo alcuno che, splendido sin dalla copertina, narra l’amicizia e le prove che la vita impone di affrontare in una stagione di impegno politico e disillusione. Da leggere.

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