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“Quaderni per una morale”

71h7335vfvL._AC_UL320_SEARCH213888_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Solo l’imperativo viene impresso sulle cose. Per esempio, come Kant ha ben visto, è l’universale (nel caso in cui il dovere sia l’universale) che sarà impresso nel mondo. Delusione delle persone a cui viene detto: “Hai fatto solo il tuo dovere”, in quanto volevano riconoscersi nel risultato dell’operazione (generosità) e invece si mostra loro che c’è stata semplice realizzazione del dovere. Chi agisce per dovere non si riconosce nella propria opera. Agendo da sé, inventando i mezzi, egli vuole ritrovarvi la sua libera attività, ma siccome questa si è alienata a un’altra scelta, ritrova sempre un altro da sé. È per questo che, contrariamente a quanto si suppone di solito, il dovere non è spiacevole solo né soprattutto perché istituisce in noi il dualismo dei desideri e della libertà: se anche tutti i desideri fossero conformi all’obbligo e servissero di conseguenza la Volontà pura, resterebbe un dualismo più profondo che è l’origine e il fondamento di tutti gli altri: il dualismo in seno alla mia libertà o, se si vuole, il rifiuto a priori del Dovere di essere il mio fine, per essere la scelta pura e libera della libertà in quanto tale, e quella menzogna per cui la libertà di un altro si dà come struttura a priori della libertà. Questo si riflette ulteriormente nell’ambiguità del mio progetto, poiché mi si ruba il mio essere: nel momento stesso in cui scelgo il fine del dovere, io scelgo di essere scelto come colui che sceglie questo fine, ossia io scelgo che la libertà dell’altro scelga e costituisca la mia libertà. Perciò io scelgo la mia libertà come tramite tra la libertà atemporale dell’altro e il suo fine, nello stesso momento e attraverso la stessa scelta che la costituisce come libertà pura; nel momento in cui io la scelgo come assoluta, io la scelgo di fatto come fenomenica, poiché considero la temporalità in cui essa si sviluppa e si temporalizza come apparenza e minor essere rispetto all’atemporalità; nel momento in cui ne faccio lo scopo assoluto e il fine incondizionato, io la costituisco come tramite che deve essere eliminato al momento del risultato. Inoltre, c’è in questa ambiguità un cosismo della libertà che proviene dal fatto che un po’ la libertà mi è data come struttura a priori del mio progetto, e un po’ io mi sento dato per la libertà in quanto essa è libertà costituente di un altro.

Quaderni per una morale, Jean-Paul Sartre, Mimesis. A cura di Fabrizio Scanzio. Introduzione di Florinda Cambria. La storia è una grande maestra ma le mancano gli allievi. La storia va conosciuta, perché è il fondamento. Altrimenti sarebbe come pensare che un albero abbia solo la chioma, e sia senza tronco e soprattutto radici. La storia procede e se ignorata si ripete. La storia è di norma narrata dai vincitori. La storia è fatta di guerre. E le guerre sono l’apoteosi della violenza. La violenza, dunque, è una caratteristica strutturale del destino umano. Sartre, uno dei più straordinari pensatori che l’umanità abbia mai conosciuto, si interroga su come questo sua possibile e non solo. Monumentale.

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“La speranza oggi”

71PdAbdm1fL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

J.-P. S.: Lo penso. Ma bisognerà definire bene che cosa voglia dire qui società. Non è la democrazia o la pseudo-democrazia della Quinta Repubblica. Si tratta di un rapporto completamente diverso degli uomini tra di loro. Non è neanche il rapporto socioeconomico che Marx ha contemplato.

L.: Nel tuo estenuante dibattito col marxismo, non hai cercato di fondo ciò che oggi si definisce come desiderio di società, al fine di uscire dalla dialettica della malafede de L’essere e il nulla?

J.-P. S.: Senza alcun dubbio.

L.: Tu hai pensato di aprire una prospettiva morale alla fine de L’essere e il nulla, e poi non abbiamo avuto un libro sulla morale ma questo dibattito col marxismo. Si vede che probabilmente queste due cose sono intimamente connesse.

J.-P. S.: Intimamente.

L.: Tu hai creduto che si sarebbe potuta aggirare la situazione di stallo dove era sfociato L’essere e il nulla mediante il senso della storia per come è stato definito da Hegel e dal   marxismo.

J.-P. S.: Sì, ma solo a grandi linee. E dopo ho pensato che bisognava andare assolutamente altrove. Ed è ciò che sto facendo ora. Ti dirò che questa ricerca dei  veri fini sociali della morale si associa all’idea di ritrovare un principio per la sinistra per come è oggi. Questa sinistra che ha lasciato andare tutto, e che è attualmente schiacciata, che lascia trionfare una destra disgraziata.

L.: E puttana.

J.-P. S.: Dal momento che dico “la destra”, per me ciò vuol dire figli di puttana. Questa sinistra muore, ma allora è l’uomo che muore in questo momento; altrimenti, bisogna che si ritrovino dei principi. Io vorrei che la nostra discussione qui fosse la bozza di una morale e allo stesso tempo il ritrovamento dei veri principi della sinistra.

L.: La prima approssimazione alla quale perveniamo oggi è che il principio della sinistra ha un qualche rapporto, in qualche modo, con il desiderio di società.

J.-P. S.: Assolutamente, e con la speranza. Vedi: le mie opere sono uno scacco. Non ho detto tutto ciò che volevo dire né nel modo in cui avrei voluto dirlo. Certe volte, nella mia vita, questo mi ha ferito profondamente e, altre volte, ho ignorato i miei errori e pensato che avevo fatto ciò che avevo voluto. Ma adesso, non penso più né l’una né l’altra cosa. Io penso che ho fatto più o meno ciò che ho potuto, che valeva quel che valeva, il futuro smentirà molte delle mie affermazioni; io spero che alcune saranno conservate, ma comunque c’è un movimento lento nella storia verso una presa di coscienza dell’uomo sull’uomo. In quel momento, tutto ciò che sarà stato fatto in passato prenderà il suo posto, il suo valore.      Per esempio ciò che io ho scritto. È questo che donerà a tutto ciò che abbiamo fatto e faremo una sorta d’immortalità. In altre parole, bisogna credere nel progresso. E potrebbe essere una delle mie ultime ingenuità.

Jean-Paul Sartre, Benny Lévy, La speranza oggi – Le interviste del 1980, Mimesis. A cura di Maria Russo. Non è la Titina, eppure c’è chi la cerca e non la trova. È la sinistra. Ed è per certi versi decisamente sconfortante il fatto che la situazione fosse questa già quasi quarant’anni fa, quando certe ideologie comunque, bene o male, erano ancora in piedi, i sindacati avevano ancora una rappresentanza e si ponevano con alterità rispetto ai padroni, quando pensatori di straordinario prestigio erano ancora vivi, quando la politica era vissuta vibrando di speranza, quando ci si vergognava, e non ci si inorgogliva, dei pensieri meschini e delle cose che non si sapevano, e ci si poneva come obiettivo di migliorare, quando non ci si nascondeva dietro a un monitor per dare sfogo alla propria pochezza: Sartre e Lévy conversano, e le loro parole sono più attuali e significative che mai.

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“Santo Genet”

51f-s4auC4L._SX338_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Genet si rende irreale, recita la parte di un falso Genet che si lasciasse ingannare dai propri fantasmi. Sa che sono niente, finge di credere che essi abbiano dell’essere. In pari tempo spera, o finge di sperare, che, in questo luogo strano in cui il traditore si cambia in Santa, in cui il niente diviene essere, in cui tutte le contraddizioni giungono a unità, questo nuovo conflitto tra credenza e consapevolezza riceverà una soluzione. Laggiù, altrove, la credenza si muta in consapevolezza, le immagini diventano vere, Genet si trova a essere il vero eroe di un’avventura regale: «Talvolta… ho creduto che bastasse un niente, uno spostamento leggero, impercettibile del piano sul quale vivo, perché quel mondo mi circondasse, fosse reale e realmente mio, che sarebbe bastato un lieve sforzo del mio pensiero per farmi scoprire le formule magiche che spalancano le chiuse» scrive in Notre-Dame des Fleurs. E nel Miracle de la Rose: «L’immaginazione mi circondò di una folla di avventure seducenti, destinate forse ad addolcire il mio incontro con il fondo di quel precipizio – perché io credevo che ci fosse un fondo, ma la disperazione non ne ha – e, via via che cadevo, la velocità di caduta accelerava la mia attività cerebrale, la mia instancabile immaginazione tesseva. Tesseva altre avventure e delle altre ancora, e sempre più rapidamente. Alla fine, trascinata, esaltata, dalla violenza, mi parve a più riprese che essa non fosse più l’immaginazione, ma un’altra, più elevata facoltà, una facoltà salvatrice. Tutte le avventure inventate e splendide, sempre più assumevano una sorta di consistenza nel mondo fisico. Appartenevano al mondo della materia, non qui tuttavia, ma presentivo che, in qualche luogo, esistessero. Non ero io che le vivevo: esse vivevano altrove e senza di me. Esaltata, in qualche modo, codesta nuova facoltà, sorta dall’immaginazione, ma più alta di essa, me le mostrava, me le preparava, le organizzava, tutte pronte a ricevermi. Bastava poco perché io abbandonassi l’avventura disastrosa che il mio corpo viveva, che abbandonassi il mio corpo (ho dunque avuto ragione di dire che la disperazione fa uscire da se stessi) e mi proiettassi in quelle altre avventure consolanti che si svolgevano parallelamente alla povera mia avventura. Sono io stato, grazie a una paura immensa, sulla via miracolosa dei segreti dell’India?».

Jean-Paul Sartre, Santo Genet – Commediante e martire, nuova edizione con prefazione di Francesco M. Cataluccio, traduzione di Corrado Pavolini, Il saggiatore. Forse in assoluto la parola che meglio lo descrive è ladro. Ma non vuol essere una offesa, per quanto macchiarsi di un furto non sia certo la più onorevole delle azioni. Del resto è stato lui a dire che anche se non son sempre belli, gli uomini votati al male possiedono le virtù virili. Sartre però fa un’esegesi, letteraria e psicologica, della sua figura così approfondita, attenta, onesta, obiettiva, benché niente affatto priva di sincera partecipazione emotiva, che fa comprendere realmente al lettore, trascinato dalla sua scrittura strapiena di riferimenti, rimandi, suggestioni, suoni, immagini, sensazioni, cosa ci sia dietro la sua inafferrabile natura, la sua individualità così ricca e contraddittoria, come in fondo quella di molti fra tutti gli esseri umani, se non proprio di ognuno. Perché Genet diviene paradigma della condizione umana generale. Genet è un bambino. Innocente ma già condannato, candido eppure perduto. È eternamente disincantato e disilluso, un angelo che si compiace di cadere, che trova nell’abiezione la via dell’ascesi. È un poeta. È uno scrittore. È un drammaturgo. È il creatore del mito omoerotico del marinaio. È un genio. Come Sartre. Un antieroe. Come Sartre. Un uomo fuori dagli schemi. Come Sartre. Uno scassinatore. Un soldato. Un peccatore. Un truffatore. Un millantatore. Un omosessuale. Un prostituto. Un galeotto. Un guitto. Un vagabondo. Un medicante. Un assassino. Un falso. Un falsario. Dove finisce l’arte, dove inizia la vita? Non si sa. È una domanda senza risposta. Eppure questo libro riesce a squadrare, con le sue parole, un animo informe e bellissimo, destabilizzante, fatto di fiori e di melma, di paccottiglia di preziosi, di carne, spirito e sangue. Da leggere.

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“L’antisemitismo”

9788867231485Bdi Gabriele Ottaviani

Siamo ormai in grado di comprendere l’antisemita. È un uomo che ha paura. Non degli ebrei, certo: di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento, della società e del mondo; di tutto meno che degli ebrei. È un codardo che non vuol confessarsi la sua viltà; un assassino che rimuove e censura la sua tendenza all’omicidio senza poterla frenare e che pertanto non osa uccidere altro che in effige o nascosto dall’anonimo d’una folla; uno scontento che non osa rivoltarsi per paura delle conseguenze della sua rivolta.

L’antisemitismo – Riflessioni sulla questione ebraica di Jean-Paul Sartre per SE tradotto da Ignazio Weiss: un testo fondamentale. Uno dei principali intellettuali non solo del ventesimo secolo, ma della storia tutta, analizza uno dei fenomeni che ha maggiormente influito sulle vicende del mondo. Con la stessa impostazione dello scienziato che si trova di fronte a un organismo unicellulare da osservare al microscopio per studiarne i comportamenti Sartre descrive ciò che gli si palesa dinnanzi, spiega con luminosa chiarezza, e con parole che suonano universali e valide per qualunque tipo di atteggiamento intollerante e di pregiudizio, la situazione, proponendo spuntin di riflessione non risparmiando critiche anche ai sedicenti alfieri della libertà e del – si direbbe oggi – politicamente corretto, la cui inefficacia, all’atto pratico, sovente rimbomba. Come ogni grande testo di un grande autore, sembra scritto domani.

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