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“Piccola città”

41pCXuVz7iL._SY264_BO1,204,203,200_QL40_ML2_di Gabriele Ottaviani

Chi non ha fatto televisione all’inizio?

Piccola città, Silena Santoni, Giunti. Un incidente gli compromette l’uso di una gamba e gli rovina vita e carriera: a Folco, divo amato e desiderato, non resta che rifugiarsi in provincia, fra le assi polverose di piccoli palcoscenici dove insegna recitazione ad aspiranti interpreti più o meno dotati. Un giorno, però, dietro un sipario che rassomiglia alle dirty curtains di cretonne dell’Eveline joyciana che vedeva la vita passare perché non aveva il coraggio di varcare la soglia ed esistere sul serio, compare Ileana. Il suo riscatto, come pigmalione. La sorte, però, pare continuare ad accanirsi, e per lui è dunque il momento della scelta… Ottimo.

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“Gli interessi in comune”

615TZfF0hIL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ottobre. Sono le otto e mezza. Suona la sveglia in camera di Federico Melani. Prima ancora che la mente si renda ben conto, un braccio esce da sotto le coperte e la spegne. Sono le undici. Il sole debole d’autunno che filtra dalla finestra sveglia di nuovo il Mella, che rimane sotto le coperte calde fino a mezzogiorno e quaranta. “Se mi muovo, ce la faccio a prendere il treno dell’una e ventotto,” pensa. Il Mella riesce ad alzarsi solo a mezzogiorno e cinquantotto, sicché gli tocca vestirsi di corsa con quel che trova, saltare la colazione, prendere lo zaino e avviarsi in bici verso la stazione. Un cannino in bagno, però, il tempo di farselo lo trova. Con quella botta brutta che ti cala addosso come una coltre tigliosa quando fumi al mattino senza aver preso il caffè, traversa Figline in macchina quasi senza aprire gli occhi, trova il parcheggio pieno zeppo, bestemmia tra sé, parcheggia in una strada lontana, si trascina a piedi verso la stazione, prende un treno al volo e sprofonda in un sedile. Per fortuna non c’è nessuno che conosco… Figlinesi bastardi, pensa. La mezz’ora passa veloce. Il Mella scende al binario sedici di Santa Maria Novella, si accende una sigaretta per placare la fame che gli sta montando addosso, poi ci ripensa, la butta e si infila al McDonald’s. Esce sazio e si pente di essere entrato perché se c’è una cosa che gli fa schifo è quel puzzo indefinibile e dolciastro che rimane sulle mani dopo che hai mangiato le pepite di pollo. Ripresosi dallo stono con un caffè, il Mella si fuma un’altra MS, fa un rutto di pollo unto e sale sull’autobus 17, direzione Anfiteatro…

Gli interessi in comune, Vanni Santoni, Laterza. Vorrebbero andarsene, ma non fanno altro che tornare, vorrebbero essere consapevoli, ma non fanno altro che stordirsi, vorrebbero la felicità ma non credono nemmeno al mero benessere, che in effetti non è altro che un’effimera patina fatta di nulla mescolato con niente, materia vacua, vuota, inconsistente, solo e soltanto apparenza, completamente priva di sentimento e di senso. Sono giovani, giovanissimi, è il millenovecentonovantacinque, sono ragazzi, fragili, belli, indomiti, pieni di vita e timorosi della morte, che evitano ma sfidano, sono un gruppo d’amici, ma quel fazzoletto di Toscana per loro è angusto, ma è la cosa che più somiglia al loro posto nel mondo, al trampolino di lancio per una vita futura che anelerebbero non fosse troppo agra, anche se non sperano granché che possa capitare qualcosa di realmente esaltante. Forse. A meno che… Vanni Santoni, con maestria estrema e credibilità rara, dipinge il ritratto rubizzo della giovinezza. Da leggere, rileggere e far leggere.

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“I fratelli Michelangelo”

816gat7zFvL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il tepore mi salì nella spina dandomi un brivido addirittura erotico; mi torsi e mi stirai e mugolai come un neonato inebriato dal primo contatto col mondo, e lì rimasi.

I fratelli Michelangelo, Vanni Santoni, Mondadori. Monumentale: è aggettivo che si riferisce, stando a quanto il vocabolario tramanda a tutti coloro i quali abbiano desiderio di prestarvi attenzione, a ciò che, a voler essere il più possibile concisi senza però d’altro canto porsi come troppo scarni in merito ai dettagli, non meri orpelli, ma pure essenziali, è spesso caratterizzato da mole poderosa, e si connota in quanto emblema, punto di riferimento, simbolo, pietra di paragone e parametro di confronto, allegoria, metafora, analisi e soprattutto sintesi di un sentimento, individuale o collettivo, del quale ci si pone l’obiettivo di mantenere viva, perché ritenuta monito fondamentale, la memoria, esigenza ancor più necessaria nella nostra società che scrive le cose più importanti sull’acqua che inquina. Monumentale, dunque, pare essere efficace attributo per il romanzo, vibrante, epico, potente, emozionante, commovente fino alle lacrime, dolorosamente veridico nella sua indagine della famiglia, istituzione che molti vorrebbero univoca ma che in realtà può avere più colori del costume d’Arlecchino, trampolino di lancio per ognuno di noi, che spesso ci ritroviamo costretti a patire le pene dell’inferno per restare a malapena a galla nel mare di frustrazioni, inadeguatezze, sensi di colpa e bisogni d’affetto le cui onde, come se si trattasse di divinità pagane, sono sollevate spesso proprio da chi la vita ci ha dato ma, come la natura con cui dialoga il povero islandese, di noi non ha cura perché ritiene con la generazione esaurito il suo compito, e dell’animo umano, così pieno di riconoscibili contraddizioni da atterrire per lo spavento, di Vanni Santoni, che ama a tal punto le parole da averne fatto, variamente declinandole, la sua vita, e che sa sceglierle con l’accortezza dell’artista che, tra mille pietre in apparenza tutte decisamente simili fra di loro, dopo aver tanto studiato sa, senza esitazione, impreziosire il castone che sta modellando con la più adatta e splendente di tutte. I fratelli Michelangelo sono Enrico, che è a Tel Aviv sulle tracce di quello che ha sempre pensato essere suo padre, Louis, che tra Bali e zone limitrofe fa l’equilibrista fra lecito e illecito, Cristiana, che vuole diventare qualcuno nel mondo dell’arte contemporanea ma sembra più che altro una trottola impazzita in giro per l’Europa, e Rudra, biologo sportivo gay che ha sposato un bel ragazzo svedese che ama riamato e lavora sereno in una scuola materna a mille miglia di distanza dal nucleo disfunzionale – precocemente abbandonato per salvarsi – che, con la stessa neghittosa ambizione che l’ha fatto acclamare come genio sia in quanto artista che in quanto imprenditore, il padre, eccelso in pubblico, disastroso nel privato, ha accresciuto di volta in volta con una donna differente: c’è un quinto figlio poi, difatti, in realtà, ma lui non risponde alla convocazione del patriarca, ormai ritiratosi in un romito borgo. L’invito è stato solenne, e per la prima volta sono tutti sotto lo stesso tetto: cosa accadrà? E si badi bene, non capiterà pressoché nulla di quel che ci si potrebbe attendere…

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“Dal mare l’amore”

copertina-dal-mare-l-amoredi Gabriele Ottaviani

Corpo bronzeo e ben formato, simile a una statua modellata da uno scultore greco, lui ristette sulla spiaggia dando le spalle alla luna, che gli illuminò la nuca, mentre fuori dai flutti si tesero verso di lui morbide braccia e poi vaghe forme uscirono dall’acqua per rendergli omaggio. Conquistarsi un’anima era la sua impresa, ora. Davanti si stendeva la sua ombra e dietro c’era la luna color di miele. Passarono così alcuni giorni. La Sirena era là, in mezzo al mare: lo salutava e aspettava. Un giorno, si fece vicina alla riva e gli disse: «Io ti aspetto, mio bel giovane, e ti aspetterò anche tutta la vita, se sarà necessario. Ma, se vuoi amarmi e venire a vivere con me, dovrai lasciare che l’anima inizi a visitarti, per prendere familiarità con il tuo corpo».

Dal mare l’amore, Lucilio Santoni, Ianieri, liberamente ispirato a Il pescatore e la sua anima di Oscar Wilde. Tutte le sere il giovane Pescatore usciva in mare, e gettava in acqua le sue reti. Una sera nella rete trovò una piccola Sirena addormentata. Era bellissima, e il giovane Pescatore la tirò a sé e la tenne stretta fra le braccia.Ella emise un grido «Ti prego, lasciami andare, perché sono l’unica figlia di un Re, e mio padre è anziano e solo». «Devi promettermi che verrai a cantare per me, perché i pesci amano ascoltare il canto del Popolo del Mare, e così le mie reti saranno piene» rispose il Pescatore. E lei promise. Ogni sera lei spuntava dall’acqua e cantava per lui. E quando la sua barca era ben carica, la Sirena scivolava di nuovo dentro il mare, sorridendogli. Però non gli veniva mai abbastanza vicino perché egli potesse toccarla. Tanto dolce era la sua voce, che col tempo lui dimenticò le sue reti, e trascurava il suo lavoro. E una sera le disse: «Piccola Sirena, io ti amo. Prendimi come tuo sposo». Ma la Sirena scosse il capo «Tu hai un’anima umana, – rispose – se allontanassi la tua anima, allora potrei amarti». E il giovane Pescatore si disse: «A che cosa mi serve la mia anima? Non posso vederla. Non posso toccarla. Non la conosco. Certo che l’allontanerò». Ma non sapeva come. Allora andò alla casa del Prete. E il prete si picchiò il petto, e rispose: «Ahimè, tu sei pazzo. Non c’è cosa più preziosa di un’anima umana, e nulla sulla terra può esserle paragonata. Vale tutto l’oro del mondo». Gli occhi del giovane Pescatore si riempirono di lacrime alle parole del Prete. «Nella mia rete ho catturato la figlia di un Re. Per il suo corpo darei la mia anima, e per il suo amore rinuncerei al cielo. Dimmi quello che ti chiedo, e lasciami andare». «Vattene!» gridò il prete. E il giovane Pescatore andò nella piazza del mercato, ma i mercanti lo schernirono, e dissero: «A che ci serve l’anima di un uomo? Non vale un pezzetto d’argento». «Che cosa strana è questa! Il Prete mi dice che l’Anima vale tutto l’oro del mondo, e i mercanti dicono che non vale un pezzetto d’argento» pensava il Pescatore. Decise di andare dalla Strega dai capelli rossi. «Che cosa ti manca? – gridò lei – Dimmi il tuo desiderio, e te lo darò, e tu mi pagherai un prezzo, bel ragazzo». «Qualunque sia il tuo prezzo, lo pagherò: voglio allontanare da me la mia anima» disse il giovane Pescatore. La Strega impallidì: «Bel ragazzo – mormorò – questa è una cosa terribile a farsi».«Non m’importa niente della mia anima» rispose il giovane Pescatore. «Se ti dirò come fare» chiese la Strega «in cambio devi danzare con me. Questa notte tu devi venire sulla cima del monte. – sussurrò – È un Giorno Santo, e Lui sarà là». «Chi?» chiese il Pescatore. «Non importa. – rispose lei – Quando la luna sarà piena danzeremo insieme sull’erba».«E mi dirai ciò che voglio?» domandò lui. «Te lo giuro» rispose. A mezzanotte danzarono vorticando finché al Pescatore cominciò a girare la testa. Vide che all’ombra di una roccia c’era una figura che prima non c’era. Senza sapere perché, il Pescatore si fece il segno della croce, e invocò il santo nome. Le streghe stridettero come falchi e volarono via, ma lui riuscì ad afferrare la Strega dai capelli rossi. «Devi dirmi il segreto e mantenere la promessa!». «Sia» ella mormorò. E si tolse dalla cinta un coltellino dall’impugnatura di verde pelle di vipera, e glielo diede. «Quello che gli uomini chiamano ombra del corpo non è l’ombra del corpo, bensì il corpo dell’anima. Fermati sulla riva del mare con le spalle alla luna, e taglia via dai piedi la tua ombra, che è il corpo della tua anima, e di’ alla tua anima di lasciarti, e lei lo farà. …Vorrei non avertelo detto» e si aggrappò alle sue ginocchia piangendo. Lui la spinse lontano da sé e la lasciò nell’erba rigogliosa. Con il coltello nella cintola scese dal monte. Si fermò sulla sabbia con la luna alle spalle. E la sua Anima lo supplicò di non farlo, ma inutilmente, e alla fine gli disse «Se davvero devi allontanarmi da te, non mandarmi via senza un cuore. Il mondo è crudele, dammi il tuo cuore da portare con me». «Con cosa potrei amare il mio amore se dessi il mio cuore a te?» esclamò. «Non potrei amare anch’io?» chiese la sua Anima. «Vattene, perché non ho bisogno di te» gridò il giovane Pescatore, e prese il coltellino e tagliò via l’ombra dai piedi, e l’ombra si levò in piedi davanti a lui, e lo guardò, ed era esattamente uguale a lui. Il giovane Pescatore indietreggiò con passo incerto, si cacciò il coltello nella cintola, e un senso di sgomento lo invase.«Una volta all’anno verrò in questo luogo, e ti chiamerò» disse l’Anima. Il giovane Pescatore si tuffò nell’acqua, e la piccola Sirena venne su a incontrarlo, gli mise le braccia attorno al collo e lo baciò. E dopo un anno l’Anima scese alla riva del mare e chiamò il giovane Pescatore. «Vieni più vicino, così che possa parlarti, perché ho visto cose meravigliose. Quando ti ho lasciato mi sono diretta a Oriente e ho viaggiato. Dall’Oriente viene tutto quello che è saggio. Là ho trovato lo Specchio della Saggezza. Lasciami entrare di nuovo dentro di te, e la Saggezza sarà tua. Lascia che io entri in te, e nessuno sarà saggio al pari di te». Ma il giovane Pescatore rise. «L’Amore è meglio della Saggezza» esclamò «e la piccola Sirena mi ama». «Non c’è niente di meglio della Saggezza» disse l’Anima. «L’Amore è meglio» rispose il giovane Pescatore, e si tuffò nel profondo, e l’Anima se ne andò piangendo. Alla fine del secondo anno l’Anima scese alla riva dei mare «Vieni più vicino, così che possa parlarti, perché ho visto cose meravigliose. Quando ti ho lasciato, mi sono diretta a Sud e ho viaggiato. Dal Sud viene tutto ciò che è prezioso. Là ho trovato l’Anello delle Ricchezze. Colui che ha questo Anello è più ricco di tutti i re del mondo. Vieni a prenderlo, e le ricchezze del mondo saranno tue». Ma il giovane Pescatore rise «L’Amore è meglio delle Ricchezze» esclamò «e la piccola Sirena mi ama». «Non c’è niente di meglio delle Ricchezze» disse l’Anima. «L’Amore è meglio» rispose il giovane Pescatore, e si tuffò nel profondo, e l’Anima si allontanò piangendo. Alla fine del terzo anno l’Anima scese alla sponda del mare «Vieni più vicino, così che possa parlarti, perché ho visto cose meravigliose». E l’Anima gli disse: «In una città che conosco c’è una fanciulla dal volto velato che ha danzato davanti a noi. I suoi piedi erano nudi. Non ho mai visto niente di tanto meraviglioso, e la città è a un giorno di viaggio da qui». Il giovane Pescatore ricordò che la piccola Sirena non aveva piedi e non poteva danzare. E lo prese un grande desiderio.E la sua Anima gridò di gioia, e gli corse incontro, ed entrò dentro di lui, e il giovane Pescatore vide distesa davanti a lui sulla sabbia quell’ombra del corpo che è il corpo dell’Anima. E la sua Anima gli disse «Non indugiamo, andiamo via di qui, presto, perché gli Dei del Mare sono gelosi, e hanno mostri che obbediscono ai loro ordini». Viaggiarono a lungo, e durante il cammino l’Anima spinse il Pescatore a compiere molte azioni malvagie, perfino ad uccidere un uomo per derubarlo. «Detesto tutto quello che mi hai fatto fare» gridò il giovane Pescatore «E odio anche te. Perché hai agito con me in questo modo?». E la sua Anima gli rispose «Quando mi hai mandato nel mondo non mi hai dato cuore, così ho imparato a fare tutte queste cose e ad amarle». «No!» gridò «Non voglio avere niente a che fare con te, perciò ti caccerò via, subito». E voltò le spalle alla luna, e col coltellino dal manico di pelle verde di vipera lottò per tagliare via dai suoi piedi quell’ombra del corpo che è il corpo dell’Anima. Ma la sua Anima gli disse «Colui al quale viene restituita l’Anima, deve tenerla con sé per sempre, e questa è la sua punizione e il suo premio». Ma il giovane Pescatore non rispose alla sua Anima, e tornò al luogo da cui era venuto, fino alla piccola baia dove lei, il suo amore, era solita cantare. In una spaccatura della roccia si costruì una casa. E ogni mattina chiamava la Sirena, e ogni mezzogiorno la chiamava ancora, e ogni notte pronunciava il suo nome. Ma mai ella sorse dal mare a incontrarlo, né in alcun luogo del mare egli riuscì a trovarla. L’Anima lo supplicava di entrare nel suo cuore. «Ahimè!» gridò la sua Anima «non trovo entrata, così circondato dall’amore è questo tuo cuore». E mentre parlava si levò un gran grido di dolore dal mare, il grido che gli uomini sentono quando muore qualcuno del Popolo del Mare. E il giovane Pescatore saltò su, e lasciò la sua casa di canne, e corse giù alla spiaggia. E le onde nere venivano veloci alla sponda, sostenendo un fardello più bianco dell’argento. Il giovane Pescatore vide il corpo della piccola Sirena: era disteso morto ai suoi piedi. Piangendo come chi è colpito dal dolore egli si gettò a terra accanto ad esso, e baciò il freddo rosso della bocca. Si gettò accanto ad esso sulla sabbia, piangendo se lo teneva stretto al petto. E alla cosa morta egli fece una confessione. Nelle conchiglie delle sue orecchie versò il vino aspro della sua storia. Amara era la sua gioia, e pieno di una strana felicità era il suo dolore. «Fuggi» disse la sua Anima «poiché il mare si avvicina e se indugi ti ucciderà. Fuggi, poiché io ho paura, vedendo che il tuo cuore mi è inaccessibile a causa della grandezza del tuo amore. Fuggi fino a un luogo sicuro. Non vorrai certo mandarmi senza cuore in un altro mondo?» Ma il giovane Pescatore non ascoltò la sua Anima, ma chiamò la piccola Sirena e disse «L’Amore è migliore della saggezza, e più prezioso della ricchezza, e più bello dei piedi delle figlie degli uomini. I fuochi non possono distruggerlo, né le acque dissetarlo. Ti ho chiamata, e tu non hai risposto al mio richiamo. Perché crudelmente ti avevo lasciata, e con mio danno sono andato lontano. Però mai il tuo amore si è affievolito dentro di me, è sempre stato forte, e niente ha potuto prevalere contro di lui, benché io abbia conosciuto il male e abbia conosciuto il bene. E ora che tu sei morta, anch’io certamente morirò con te». E la sua Anima lo pregò di partire, ma lui non volle, tanto grande era il suo amore. E il mare si fece più vicino, e cercò di coprirlo con le sue onde, e quando egli si rese conto che la fine era vicina baciò con folli labbra le fredde labbra della Sirena, e il cuore che era dentro di lui si spezzò. E nel momento in cui il suo cuore si schiantò attraverso la pienezza del suo amore, l’Anima trovò un ingresso e vi entrò, e fu tutt’uno con lui come prima. E il mare coprì il giovane Pescatore con le sue onde. E al mattino il Prete uscì a benedire il mare, perché era stato agitato. E quando il Prete raggiunse la costa vide il giovane Pescatore giacere annegato nella spuma, e stretto fra le sue braccia c’era il corpo della piccola Sirena. Ed egli si ritrasse e gridò: «Non benedirò il mare né nulla che si trovi in esso. Maledetto sia il Popolo del Mare, e maledetti siano tutti coloro che hanno traffici con esso. Prendete il suo corpo e il corpo della sua amante, e seppelliteli all’angolo del Campo dei Follatori, e non ponete alcun segno su di essi. Poiché maledetti sono stati in vita, e maledetti saranno anche da morti».E la gente fece come aveva ordinato. Alla fine del terzo anno, durante un giorno sacro, il Prete salì alla cappella, per mostrare alla gente le ferite del Signore, e parlare loro della collera di Dio. Ma sull’altare c’erano strani fiori mai visti prima: la loro bellezza lo turbò, e il loro profumo era dolce per le sue narici, e si sentì felice, e non capiva perché lo fosse. «Che fiori sono quelli che stanno sull’altare, e da dove provengono?» «Che fiori siano non lo sappiamo, – gli risposero – ma vengono dall’angolo del Campo dei Follatori». E il Prete tremò, e tornò alla sua casa e pregò. E all’alba andò sulla riva del mare, e benedì il mare, e tutte le cose selvagge che vi si trovano. Egli benedì tutte le cose del mondo di Dio, e la gente fu piena di gioia e di meraviglia. Però mai più nell’angolo del Campo dei Follatori crebbero fiori di alcun tipo, ma il campo rimase sterile come prima. Né il Popolo del Mare venne più nella baia, poiché andò in un’altra parte del mare. Così scriveva, nello stesso anno in cui immortalava per sempre la figura di Dorian Gray e viaggiava anche in Italia, a Roma e Napoli, capovolgendo la storia anderseniana della Sirenetta ed esaltandone la chiara dimensione allegorica e finemente esegetica del tema dell’ineluttabilità del proprio destino, dell’inconciliabilità della propria sensibile natura con un mondo protervo e ipocrita e non solo, l’autore del De profundis: da lui, con sopraffina eleganza e gran talento, prende le mosse Lucilio Santoni per raccontare una favola d’amore profondissima, rivolta a tutti, grondante di significati e contro ogni barriera. Incantevole.

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“Una ragazza affidabile”

51HJ5zCNiKL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Torna a torturarmi il sospetto…

Una ragazza affidabile, Silena Santoni, Giunti. Da Firenze Agnese è andata via da molti anni ormai alla volta delle Marche, dove conduce, in Ancona, come dicono gli abitanti della regione adriatica, una vita tranquilla. E non avrebbe mai avuto né desiderio né piacere di tornare all’ombra della cupola autoportante brunelleschiana di Santa Maria del Fiore se non fosse stato per la costrizione cui la obbliga un’inaspettata eredità. Ad attenderla c’è Micaela. La sorella. Sono due donne diverse. Hanno avuto due esistenze diverse. E Agnese è di nuovo preda dei ricordi. Ma un nuovo turbamento, una nuova angoscia le si approssimano… Intenso, brillante, credibile, scritto bene. Si legge con gusto e trepidazione.

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“L’impero del sogno”

61ot26+ekTL._SY346_di Gabriele Ottaviani

Potresti averlo ammazzato…

L’impero del sogno, Vanni Santoni, Mondadori. Federico ha vent’anni. Vive in provincia. È irrequieto, a voler usare un pallido eufemismo. La realtà in cui è immerso gli piace assai poco. Meglio sognare. Per evadere. Per sentirsi meglio. Per guarire dalle pene che lo tormentano, dal male, o meglio dalla noia, di vivere. D’un tratto, però, Federico non inizia a farlo come capita più o meno a tutti, ma si ritrova avviluppato in una specie di serie. Non tv, ma onirica. In cui è uno dei protagonisti. Altro che la realtà, in cui è appena l’ombra di una comparsa… Così, pian piano, il sonno gli piace sempre più della veglia, tanto che non vede l’ora di addormentarsi. Anzi, arriva finanche a indursi l’assopimento. Verso l’infinito e oltre, nel bel mezzo di una caleidoscopica avventura… Ricchissimo di chiavi di lettura e perfettamente bilanciato, il romanzo di Santoni appassiona, emoziona, diverte e fa riflettere. Da leggere.

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“La stanza profonda”

download (1).jpegdi Gabriele Ottaviani

È così, sotto il segno di un segreto condiviso, che comincia l’epoca d’oro della stanza profonda.

La stanza profonda, Vanni Santoni, Laterza. Sono un gruppo. Sono ragazzi. Almeno lo sono quando tutto comincia. Perché la storia naturalmente va avanti. Attraversa il tempo. Prosegue. Per anni. Decenni. Mentre tutto cambia. E loro invece no. Resistono al mutamento. Perché non vi si riconoscono. Perché lo temono. Perché forse in fondo non si tratta di un vero e proprio cambiamento, o perlomeno non si tratta di una vera e propria evoluzione. Anzi. La provincia, l’emblema della rete sociale, è sempre più povera. Non solo dal punto di vista economico, beninteso. Anzi. Il garage in cui i protagonisti si riuniscono per giocare di ruolo ogni martedì è la saracinesca che abbassano per impedire al mondo di inaridire anche loro: tra memoir e affresco comunitario Vanni Santoni, con asciuttezza, sobrietà, puntualità, raffinatezza, credibilità antiretorica e grande equilibrio nell’amalgamare vari livelli e differenti chiavi di lettura, dal generale al particolare, costruisce una narrazione convincente, solida, potente.

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