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“Il paese dei ciliegi”

9788869187599_il_paese_dei_ciliegi.jpgdi Gabriele Ottaviani

Persone che si lasciavano chiamare per nome dai loro figli non avevano mai la vita semplice.

Hildegard fugge. È primavera. È il millenovecentoquarantacinque. La Prussia orientale, laddove è nato Kant, da gennaio viene progressivamente occupata, giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, sempre un po’ di più, dai sovietici. E quindi lei prende armi e bagagli e se ne va, gambe in spalla verso occidente. Con lei c’è Vera. È una bambina. È sua figlia. Chiedono asilo a una donna. In una fattoria. Ma a Hildegard quel luogo sta stretto. E così per Vera è il tempo di un nuovo abbandono. Però resterà in quella casa, dove, dopo molto tempo, la storia sembrerà ripetersi, diversa eppure uguale… L’autrice di questo romanzo, che con pieno merito è diventato un caso letterario in Germania e che ora sbarca in Italia, è stata paragonata a Elena Ferrante: e in effetti si possono ravvisare talune somiglianze. La sua voce, in ogni modo, è potente e originale, e si dipana attraverso una costruzione narrativa semplice ma niente affatto banale, punteggiata e sostenuta dalla caratterizzazione vivida e riuscitissima dei contesti e dei personaggi, in particolare delle protagoniste, autentiche, credibili, affascinanti. Brillante, senza un attimo di noia, dalla prosa elegante: ogni parola è al posto giusto al momento giusto. Il paese dei ciliegi, Dörte Hansen, Salani, traduzione di Umberto Gandini. Da non perdere: splendido sin dalla copertina.

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“Al di là del deserto”

9788869188961_al_di_la_del_deserto.jpgdi Gabriele Ottaviani

Pietro era il soprannome del discepolo Simone, e significava «la pietra». Le pietre affondano, nell’acqua. E purtroppo Simone la Pietra, in seguito, sarebbe diventato il capo dei seguaci del Ragazzo.

Al di là del deserto, Igor Sibaldi, Salani. Stando all’enciclopedia la metafisica è quella parte della filosofia che, andando oltre gli elementi contingenti dell’esperienza sensibile, si occupa degli aspetti ritenuti più autentici e fondamentali della realtà, secondo la prospettiva più ampia e universale possibile. Essa mira allo studio degli enti in quanto tali nella loro interezza, a differenza delle scienze particolari che, generalmente, si occupano delle loro singole determinazioni empiriche, secondo punti di vista e metodologie specifiche. Nel tentativo di superare gli elementi instabili, mutevoli, e accidentali dei fenomeni, la metafisica concentra la propria attenzione su ciò che considera eterno, stabile, necessario, assoluto, per cercare di cogliere le strutture fondamentali dell’essere. Sembra difficilissimo, ma in realtà è qualcosa che facciamo tutti. E che può essere di pratica utilità, come evidenzia il sottotitolo del volume: Che cos’è la metafisica e come adoperarla per cambiare vita. Perché migliorare è naturalmente possibile, ogni cosa è perfettibile, ed è un’aspirazione comune. Per raggiungerla però bisogna continuare a interrogarsi. A chiedersi il perché delle cose. Soprattutto quando sfuggono. Andare oltre il limite, il deserto, la realtà concreta, tangibile, immediata, immanente, ma non per fare utopia o pura immaginazione: semplicemente perché la trascendenza fa parte di noi, ogni essere umano ha il suo personale modo di vedere le cose, la propria filosofia, il proprio anelito all’infinito. È una storia che va al di là dell’immanente per definizione quella da cui prende le mosse Sibaldi, l’esodo di Mosè verso la terra promessa, per avvicinarsi a una pienezza esistenziale più profonda. Interessante.

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“Una rivoluzione sentimentale”

cop.jpegdi Gabriele Ottaviani

Lo vuoi vedere il dolore? Lo puoi sopportare il peso del dolore?

Una rivoluzione sentimentale, Viola Ardone, Salani. Zelda ha il nome di una principessa, anche se dei videogiochi, ma principessa non è, né nella realtà virtuale né tantomeno in quella autentica in cui il motorino spesso e volentieri non le parte perché le chiavi che ne sbloccano l’antifurto ce l’ha il cinico amico a cui sovente lo presta, che cambia ragazza ogni cinque minuti e deve mettere a tacere il dolore che ha nel cuore. È una insegnante che ha sempre voluto fare la carriera universitaria, che è sempre stata convinta che non si potesse insegnare niente, al massimo imparare, sempre, di continuo, da chiunque, studiando senza smettere mai. Ma poi dieci anni di precariato le fanno accettare con un balzo gioioso del cuore e pure delle membra il contratto a tempo indeterminato di docente di ruolo, anche se la scuola è una di quelle che vengono dette con ipocrita eufemismo difficili, nel Napoletano come dappertutto, anche perché nessuno si impegna a renderle più facili e nemmeno più sicure, ché i controsoffitti stanno sempre su per grazia ricevuta, portando la cultura in quelle aule, ascoltando i ragazzi, i loro disagi, le problematiche che si portano dietro e che ne caratterizzano l’esistenza e la sofferenza, come padri e amici dalla fedina penale diversamente immacolata e discariche in procinto di impregnare il loro ambiente di sostanze venefiche. Il suo destriero è, per l’appunto, come già si diceva, uno scooter che ha visto tempi migliori di cui il principale utilizzatore è quell’amico di cui sopra, che parla per citazioni e frasi fatte per non guardarsi né farsi guardare dentro e non riesce a piangere il fratello morto e una madre che ha contribuito a seppellirlo disconoscendolo perché omosessuale e tossicodipendente. Ma ci sono gli studenti, col loro italiano alla Io speriamo che me la cavo, con i loro temi fuori traccia perché ne seguono una del cuore, con i loro ideali frustrati dal mondo, col loro desiderio di vita che può anche farli morire. Non è solo un libro ben scritto e coinvolgente quello di Viola Ardone, è un libro importante.

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“Woody Allen, l’ultimo genio”

Woody Allen_Esec.indddi Gabriele Ottaviani

Se da adolescente e in gioventù andava continuamente al cinema, arrivando a vedere anche dodici o quattordici film alla settimana, ora è raro che frequenti le sale. Non è un problema di privacy, adesso che è famoso, ma è semplicemente sempre più difficile trovare un buon film al cinema. I tre anelli tradizionali della catena – produzione, distribuzione e proiezione – sono ormai così concentrati che le grandi majors monopolizzano gli schermi con i blockbusters, film d’azione per lo più rivolti a un pubblico adolescente a quanto pare considerato poco intelligente. Per questo motivo, Allen approfitta della sua sala privata di proiezione per vedere film soprattutto europei. A volte sono gli ultimi lavori di nuovi registi, ma gli piace anche rivedere i classici di altri maestri della sua generazione. «L’altro giorno stavamo vedendo Cría cuervos, di Carlos Saura; un grande film di uno dei grandi». Gli piace anche Martin Scorsese, in particolare Quei bravi ragazzi. Allen è convinto che il cinema di Scorsese, Coppola o Spielberg, per non citare Stanley Kubrick e qualcun altro, abbia influenzato il lavoro di decine di registi di tutto il mondo, mentre lui non ha creato nessuna scuola. La pensa così, benché siano in molti a dissentire da questa visione negativa e a non nutrire alcun dubbio sul fatto che il lavoro di Allen abbia orientato, e non poco, l’opera di numerosi artisti, probabilmente più in Europa e in Sudamerica che nel suo paese. Di certo ha avuto un peso importante nella carriera di umoristi e scrittori che aspirano a dedicarsi a quel genere di umorismo a cavallo tra l’assurdo, il surreale e la filosofia esistenzialista, diretto e affilato, ma carico di riferimenti intellettuali e culturali. Woody dice sempre di non essere un intellettuale, ma di venire considerato tale perché indossa occhiali dalla montatura spessa e fa film per cinefili che ottengono discreti incassi al botteghino. Eppure Allen è senza dubbio una delle poche persone che conosco con cui si possa parlare del teatro di Genet o del puntinismo di Seurat.

L’opera e il percorso di Woody Allen non si possono assolutamente comprendere se non si tiene ben presente l’influenza decisiva che la cultura e il cinema europei hanno esercitato sulla sua carriera. I suoi film sono infarciti di riferimenti ad autori e artisti del vecchio continente. Il modo più semplice per averne conferma è chiedere all’autore stesso di stilare un elenco dei suoi film preferiti di tutti i tempi, i titoli che ritiene imprescindibili nella storia del cinema. È una richiesta che negli anni gli è stata fatta più volte e l’elenco, a parte qualche minima variante, è sempre stato praticamente uguale. Non c’è mai una classifica di priorità perché, come ha spesso affermato il regista, e abbiamo sottolineato in precedenza, il cinema non è una gara né un concorso in cui qualcuno batte gli altri; le cose non funzionano così. Si tratta semplicemente di citare buoni film, quelli che considera migliori, o almeno i suoi preferiti, o addirittura, per dirla in modo più efficace, quelli che gli sarebbe piaciuto girare. Questo elenco ha due caratteristiche decisamente sorprendenti. La prima è che, con un’unica eccezione (Quarto potere di Orson Welles), non c’è nessun film americano. È comunque curioso che il cinema che ha conquistato il mercato grazie a quella mastodontica macchina di marketing e relazioni pubbliche in cui si sono trasformati Hollywood e i grandi studi di produzione cinematografica, non trovi praticamente posto nella lista delle priorità cinematografiche di un americano come Allen. Un’ulteriore prova dell’ascendente a tutto tondo che il cinema europeo esercita sul nostro autore. Il secondo elemento sorprendente che emerge dall’analisi di questo elenco è che sono praticamente tutti film realizzati a metà del xx secolo e una buona percentuale addirittura nella prima metà del secolo. Molte pellicole, inoltre, sono in bianco e nero, vestigia di un mondo quasi in estinzione, l’epoca d’oro della cinematografia in cui la fotografia rivestiva un peso enorme per il risultato dell’opera artistica. Anche per quanto riguarda l’origine degli autori di questa manciata di film imprescindibili, i nomi di spicco sono europei, in particolare provenienti da Italia, Francia, Spagna o Svezia, ma anche da Germania e Giappone, grazie all’opera del maestro Kurosawa. Ci troviamo quindi davanti a un ritratto ampio e universale della storia della settima arte, una fotografia corale che ritrae le basi del miglior cinema che si sia realizzato a partire da allora, perché in qualche modo tutti i grandi registi di oggi attingono alle stesse fonti. In questo elenco di film figurano Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, 8½ e Amarcord di Federico Fellini, Il fascino discreto della borghesia di Luis Buñuel, La grande illusione di Jean Renoir, Rashomon e Quarto potere dei già citati Akira Kurosawa e Orson Welles, I 400 colpi di François Truffaut, Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick e, naturalmente, Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, anche se nel caso del regista svedese se ne potrebbero inserire altri, come Persona o Il posto delle fragole. Non dobbiamo neanche dimenticare l’influenza del l’espres – sionismo tedesco, di Murnau o di Fritz Lang, autori presenti in ogni fotogramma di Ombre e nebbia, film con cui Woody Allen dimostra, ancora una volta, la sua voglia di sperimentare, di reinventarsi continuamente, affrontando nuove sfide come autore.

Natalio Grueso, Woody Allen – L’ultimo genio, traduzione di Gabriella Manna ed Elena Rolla, Salani. Un maestro. Un uomo controverso. Un genio. Un cervello straordinario, fuori dal normale. D’altro canto è il suo secondo organo preferito, lo dice sempre. Perché la qualità dei suoi dialoghi, delle sue battute (Dio è morto, Marx è morto e anch’io non mi sento tanto bene, da Io e Annie, o Ricordati che, se tieni bene la tua matita emostatica e la asciughi dopo l’uso, durerà più di tante relazioni che hai, da Anything else, solo per pescarne due a caso nell’oceano), la sua inventiva, che ultimamente forse sta venendo spremuta in maniera esagerata (To Rome with love e Irrational man appaiono incomprensibili: speriamo bene, e pare proprio di sì, per Café society, di prossima uscita in sala), è comunque pressoché sempre una spanna sopra la banalità, la sciatteria, la mera coazione a ripetere di qualcosa che funziona bene e che quindi fa venire voglia di andare sul sicuro, di adagiarsi sugli allori, di rischiare di meno. Qualche passaggio a vuoto negli ultimi tempi nella sua produzione filmica c’è stato, è innegabile, ma basterebbe solo, per dire, Crimini e misfatti, così meravigliosamente, orgogliosamente, spudoratamente cattivo per giustificare una carriera intera. Che Natalio Grueso (Il contrabbandiere di parole, La soledad), nativo di Moreda e direttore del Centro Niemeyer, ripercorre con invidiabile souplesse. Si legge d’un fiato, si gode come un film. Uno di quelli belli. Che spesso sono suoi.

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“Scritto sulla mia pelle”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Io non sto scappando. Sono solo immerso in un mare di tristezza e non so cos’altro.

Pietro Vaghi, Scritto sulla mia pelle, Salani. Dove sono i riferimenti? Dove trovare i punti fermi, quando tutto il mondo intorno sembra improvvisamente aver cominciato a girare in un modo tutto suo, niente affatto normale? E che diamine vuol dire, sul serio, normale? È proprio il concetto di normalità quello che dà più fastidio a Stefano. La normalità del dolore. La normalità della separazione. Dell’abbandono. La normalità con cui si accetta che quel che c’era ieri l’indomani non ci sia più. Possa dissolversi come un nodo mal fatto. E quando cominci a guardarti allo specchio ti viene in mente che non sei tu. Non ti riconosci. Non riconosci il tuo ambiente, quello che ti ha formato, quello che ti ha cresciuto. Il tuo mondo, il tuo contesto. E ti devi far carico di qualcosa che per le tue spalle di adolescente è una soma troppo gravosa. La malattia. L’assenza. La pena. Ma c’è qualcuno che sa leggerti dentro. Il romanzo di Vaghi è forte e delicato insieme, e parla al cuore di tutti.

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“Il testamento del conte Inverardi”

9788869183478_il_testamento_del_conte_inverardi.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Allora tua mamma è morta che tu eri ancora piccolissimo» balbettò Ingrid senza riuscire a smettere di piangere. «Sì. Ho anche scoperto che si chiamava Prunella e ho visto una sua fotografia al cimitero». «E il papà?» chiese Calogero con tono affettuoso dal quale non traspariva più alcuna traccia della rabbia di prima. «Per ora su di lui ci sono solo delle ipotesi, ma nulla di certo. Probabilmente non riuscirò mai a sapere chi è». «Anche lui è di quelle parti?» «Direi proprio di sì, ma non me ne importa molto perché, chiunque sia, evidentemente non si è mai interessato a me. Dunque è segno che non mi ha mai voluto bene. E neanche a mia madre…» «Povero bambino mio, come devi avere sofferto» sussurrò Ingrid. «E tutto da solo. Ora capisco, sai, la tua reazione di prima. E ti do ragione, non dovevamo ingannarti. Dovevamo dirti subito la verità anche se fra Guglielmo ci aveva fatto giurare… Credendo di fare il tuo bene siamo riusciti a darti solo dolore». «Non dire così, mamma. In questa casa ho passato momenti bellissimi, grazie a voi non mi sono mai sentito solo. Se guardo indietro, so che ho avuto un’immensa fortuna a trovarvi sulla mia strada. Cosa sarebbe successo di me se non ci foste stati voi?» «E di me se non ci fossi stato tu?» ribatté Ingrid. «La mia vita senza di te sarebbe stata vuota, senza senso…» «Ora basta» li interruppe Calogero, «è tornata la quiete dopo la tempesta ed è tutto è chiaro. C’è però ancora un problema che vorrei affrontare oggi visto che siamo in vena di confidenze reciproche. Cosa pensi di fare in futuro, Berto? Di tornare a Petralia Sottana o di passare il resto della tua vita in continente?»

Luigi Valloncini Landi, Il testamento del conte Inverardi, Salani. Ricchezza e povertà sono due mondi in contrasto e a contatto fra di loro, due facce della medesima medaglia, l’una, senza l’altra, non può esistere: i contrari sono indissolubilmente e per definizione uniti, come insegna la primissima filosofia occidentale. Ma capita anche di vivere a cavallo fra questi due mondi, di non appartenere per nascita all’aristocrazia eppure di condividere con parte di essa molte esperienze di vita e di formazione. E crescendo, poi, divenendo medico, succede persino di trovarsi ad accompagnare, quale che sia la classe sociale di appartenenza, le persone ad affrontare alcuni dei momenti più difficili della propria vita, quelli nei quali entra in gioco la rivoluzione della malattia, e pertanto di accorgersi di come la natura umana non abbia niente a che fare con il censo. Nato nel millenovecentoventinove, mentre Wall Street crollava e lo stato italiano in regime di dittatura e quello vaticano conciliavano dopo decenni le loro pendenze, esplose con la breccia di Porta Pia, da ottant’anni in mezzo agli aristocratici, l’autore si è laureato nell’arte di Ippocrate nel millenovecentocinquantaquattro e dopo mezzo secolo, una volta in pensione, si è dedicato alla scrittura, raccogliendo, emendando, ricomponendo, testimoniando ricordi, che tra i mille meandri di una splendida villa dipingono le altrettante sfumature delle anime. Da non perdere.

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“L’inganno dell’ippocastano”

Mariano Sabatini L’inganno dell’ippocastanodi Gabriele Ottaviani

Malinverno si sforzò di non far viaggiare la fantasia. Non sarebbe convenuto a nessuno. Stanco com’era, non ci pensò neanche a prepararsi il letto. Si distese vestito con una coperta addosso e il sonno lo investì con la violenza di uno spintone, sprofondandolo in un abisso scuro. Avrebbe proseguito a dormire con la stessa soddisfazione se il telefonino alle 3.32 del mattino, come certificava in modo spietato il display, non avesse preso a suonare.

[…]

«Chi ci ammazza a noi?» si pavoneggiò Jacopo Guerci, passandosi le mani sulla pancia piena. «Chi ci ammazza? Il colesterolo, ci ammazza» scherzò Malinverno. «Ora mi servirebbe solo una cosa…» «Una bella trombata? Ho quello che fa per te, ti do l’indirizzo del Welness Days». Il vicequestore aggrottò la fronte. «Che cos’e` il Wellness Days?» Glielo raccontò, senza tralasciare il particolare della minorenne cinese e del nome di Filippo Prandelli che aveva funzionato da ‘apriti, sesamo’. «Un altro ambito in cui indagare. Questo caso mi sembra il gioco del prato fiorito sul pc. Cliccando su una casella non sai mai quante e quali altre se ne apriranno». «Bella immagine, calzante». «Abbiamo anche cercato il notaio Doglio, quello che curava gli interessi di Ascanio Restelli…» «Che vi ha detto?» «Niente. Perché non è a Roma… La segretaria mi ha riferito che si trova all’estero, che lo avrebbe avvertito». Si spostarono in salotto per bere un bicchiere di whisky, prima di andarsene ognuno in camera propria. «Posso prendere un libro? Non ne ho di miei…» «Jac, in questa casa i libri non mancano di certo» dal sofà si sporse con un gesto ampio a mostrare le librerie alle sue spalle. «Prendi quelli che vuoi, ce ne sono, credo, anche nel frigo e nel forno… che mia madre, del resto, non adopera per gli usi soliti». «Linguaccia» Guerci si alzò stirando la schiena. «Allora credo che me ne andrò a letto. Sono stracco». «Vai, vai, vecchietto». A proposito di libri, gli venne voglia di capire che tipo di letture facesse Viola Ornaghi. Recuperò il volumetto rosso dall’ingresso e si sdraiò sul letto.

Mariano Sabatini, L’inganno dell’ippocastano, Salani. Mariano Sabatini è un bravo e conosciuto giornalista. Le sue critiche televisive sono letture di rara intelligenza, frizzanti e piacevolissime: sarebbe però un crimine limitarsi a questo aspetto. Il suo esordio nella narrativa avviene con un noir molto ben congegnato, intrigante, pieno di chiavi di lettura, di temi, di colpi di scena, con una trama solida e uno svolgimento ampio e ben strutturato, personaggi caratterizzati con pochi e incisivi tratti, senza lungaggini o banalità. C’è un imprenditore. Ascanio Restelli. Che si vuole candidare a sindaco di Roma. Chi glielo fa fare? Eh, infatti non arriva al giorno delle elezioni. Lo ammazzano prima. Lo rinviene cadavere una giornalista che doveva intervistarlo. Viola Ornaghi. Che comprensibilmente, con lo sgozzato davanti agli occhi, lei che ancora li ha, visto che a lui li hanno cavati, va nel panico. E telefona a un collega. Un amico. Un tipo tosto, sveglio, scaltro, ironico, scomodo, uno che fa inchieste. Malinverno. Sì, il cognome sembra uscito da una commedia di Plauto, ma non lasciatevi ingannare. Criminalità, corruzione, affari leciti e soprattutto non, politica, informazione, mezzi di comunicazione di massa, ricerca della verità e molto altro ancora. Il libro convince, e molto, sin dal titolo e dalla copertina: ricostruisce un certo mondo con efficacia insolita e accattivante. Da leggere.

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“Olga di carta”

libro-olgadi Gabriele Ottaviani

Era un uomo per bene. Un gigante che a vederlo faceva paura e invece non avrebbe fatto male a una mosca. Era vedovo e senza figli. Prima di stabilirsi a Balicò aveva viaggiato molto e prima ancora aveva lavorato per un circo, con sua moglie. Si erano conosciuti lì: lei era la donna cannone, lui l’addetto alla miccia.

Quale bambina può inventare storie con tale astuzia e maestria?, si chiedono gli abitanti della contea quando replicando a chi sostiene che i racconti di Olga non siano veri ma inventati. C’è chi dice che dovrebbe avere molta fantasia, chi il diavolo in corpo, chi che dovrebbe essere bizzarra o più presente in chiesa. C’è chi la considera la migliore amica del mondo, chi una strega, chi una in cerca di attenzione come madre e bisnonna. Chi, invece, come la saggia Tomeo, che all’animo umano faceva barba e capelli ogni giorni, pensa che semplicemente abbia scoperto come vincere la paura dei mostri che mette nelle sue storie e che spaventano tutti. Olga ha una dote. Anche se quando il tasso nel bosco la interroga dice di non averne, o di non sapere quale sia. Sa raccontare. E col suo potere lenisce la sofferenza. Olga di carta – Il viaggio strordinario, di Elisabetta Gnone per Salani, corredato da illustrazioni meravigliose, è un romanzo bellissimo, a ogni età.

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“L’amore e le foreste”

L'amore e le foreste (L')

L’amore e le foreste (L’)

di Gabriele Ottaviani

Quella sera, tutta Parigi faceva sfoggio di sé al Théâtre des Italiens. Davano la Norma. Era la serata di addio di Maria Felicia Malibran. Il pubblico, sulle note finali della preghiera di Bellini, Casta Diva, si era alzato in un tumulto glorioso chiamando alla ribalta la cantante. Si lanciavano fiori, braccialetti, corone. Un senso di immortalità avvolgeva l’augusta artista, quasi morente, che stava morendo credendo di cantare! Al centro della platea, un uomo piuttosto giovane, la cui fisionomia esprimeva uno spirito risoluto e fiero, consumava i guanti a forza di applaudire, manifestando la sua appassionata ammirazione. Nessuno, nell’ambiente parigino, conosceva quello spettatore. Non aveva l’aria di un provinciale, ma di uno straniero. Seduto in quella poltrona della platea, con quei suoi vestiti un po’ troppo nuovi, ma non appariscenti e dal taglio impeccabile, sarebbe parso quasi singolare, ma un’istintiva e misteriosa eleganza traspariva dalla sua persona. Osservandolo bene, si sarebbero intravisti intorno a lui lo spazio, il cielo e la solitudine. Era straordinario: ma Parigi, non è forse la città dello Straordinario? Chi era? E da dove veniva?

È bella. È buona. È gentile. È intelligente. È sensibile. È colta. È piena di vita. È una madre. Lavora, e bene. Si rifugia nella lettura. E nella scrittura. Tra le pagine e le parole che le sussurrano, le dicono, le gridano talvolta i suoi amici di carta. Che le danno un po’ di requie da una vita che la vede vittima. Vittima delle violenze del marito. Un libro di rara potenza, levigato e dolorosissimo, una protagonista, Bénédicte Ombredanne, affascinante sin dal nome e difficile da dimenticare. L’amore e le foreste, Éric Reinhardt, Salani (traduzione di Riccardo Fedriga): ritratto di donna in un inferno.

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“Bees – La fortezza delle api”

9788869180675_bees_la_fortezza_delle_apidi Gabriele Ottaviani

Flora si fece avanti. – Accetto l’incarico – disse. Poi guardò le spazzine. – Farò del mio meglio per l’onore della casta. – Allora fallirai, perché l’onore della tua casta consiste nella sporcizia e nel servizio. Dare un insegnamento diverso significa solo illudere e confondere. – L’aroma della Devozione attraversò il favo con più forza e la sacerdotessa drizzò le antenne. – Madre Nostra, che sei in travaglio, sia santificato il Tuo Grembo.

Una scrittura frutto di un lavoro che davvero appare paragonabile a quello proverbialmente operoso delle api, quella di Laline Paull, che scrive Bees – La fortezza delle api, edito in Italia da Salani e tradotto da Guido Calza. Un romanzo di cui si potrebbe dire molto, intessendo una fitta rete di riferimenti, da Orwell fino a Hunger games, ma che in realtà rifugge da qualsiasi classificazione e come spesso accade utilizza un linguaggio allegorico per parlare di noi, della società, della contemporaneità, dei problemi del quotidiano e della comunità, delle difficoltà che nel mondo odierno si hanno a rintracciare uno spirito coeso, in una realtà dove il noi ha ceduto sovente il passo all’io, esasperato oltre ogni possibile misura. Ha un gran ritmo, una prosa incalzante, è ricco di suspense ed è un percorso avvincente tra segreti, bugie, potere, manipolazioni, invidie, ricatti e affermazione di sé.

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