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“Primo venne Caino”

51pUqt-aJ3L._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Alla Pappa Solidale trovò Biagio Orlandi alle prese con la lavastoviglie. «Niente, non va… Mi sa che devo cambiarla, porca zozza». «Sarebbe pure ora! Quella specie di catorcio… come la Lambretta che m’hai smollato». «Sì, vabbè. Hai fatto un affare, mica no». Si conoscevano da quando erano adolescenti. Biagio era arrivato al secondo anno di liceo che all’epoca, al Classico, ancora si chiamava quinta ginnasiale. Alto, snello, con gli occhi grigi e l’aria furba di chi ha molto sopportato e capito prima degli altri; non era cambiato molto dai tempi della scuola. Sull’imponente naso aveva ora una gobba per una scazzottata e s’intravvedeva appena qualche filo bianco tra la barba lunga e i capelli tagliati alla moda, tutto lì. Prima che si consolidasse sul piano dell’amicizia senza ombre di altra natura, non troppe almeno, il rapporto tra Biagio Orlandi e Malinverno aveva dovuto superare lo scoglio dell’attrazione fisica. Da parte di Biagio, che era omosessuale e non l’aveva mai nascosto. I maschi gli piacevano molto e non si negava nessun tentativo di conquistarli, a dispetto degli sfottò anche volgari, e con il rischio di provocare reazioni sgradevoli. Come il pugno di quel ragazzo che gli aveva rotto il setto nasale a Formentera per un tentativo di abbordaggio troppo esplicito, finito davanti alla polizia locale. In quinta ginnasiale invece, alla festa di compleanno di una compagna, il nuovo arrivato aveva prontamente approfittato del gioco della lampadina fulminata…

Primo venne Caino, Mariano Sabatini, Salani. Leo e Biagio hanno un rapporto schietto e senza tabù: gli inizi non sono stati facili, l’adolescenza è già di per sé un sentiero irto di rovi, ma poi, quando il suo amico, un giorno, viene preso di mira da cinque bulli tutti insieme, Leo non ci pensa su un secondo a diventare il suo eroe. E Biagio è solo uno dei molti e perfettamente caratterizzati personaggi che popolano il nuovo, ottimo romanzo di Sabatini, la cui voce è sempre più matura, così come sempre più raffinata è la capacità di immergersi e far immergere nei meandri dell’animo umano attraverso una prosa solida e potente, ben strutturata, ricca di sfumature, dettagli, livelli e temi, senza retorica: perché l’apparenza di più assoluta normalità spesso e malvolentieri cela un abisso di perversione. È estate, l’afa attanaglia ogni cosa, e Leo, l’affascinante e ruvido Malinverno, giornalista ancora una volta protagonista di un’inchiesta, parallela, come d’abitudine, a quella delle forze dell’ordine, che lo porterà laddove mai con ogni probabilità avrebbe inizialmente pensato di trovarsi, è in vacanza con Eimì (sì, come il verbo essere per chi ha studiato il greco: e infatti lei, che ha vent’anni meno di lui, proprio dall’Ellade viene) ma torna a Roma, nella sua città che sembra decisamente meno sorniona, pigra e neghittosa di quanto non appaia di norma quando la canicola la affoga. L’amico e vicequestore Jacopo Guerci gli telefona: c’è una nuova vittima. Anche stavolta le hanno asportato un lembo di pelle. Tatuata. C’è in giro un serial killer? E qual è il suo obiettivo? Un vero regalo per tutti gli appassionati, e non solo.

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“Sirene”

9788893810296_sirene.jpgdi Gabriele Ottaviani

A me era sembrato molto convincente Ares, soprattutto quando le aveva detto che voleva riprendere la sua vita di prima, riprendere il loro futuro insieme, che avevano fatto tutt’e due un’esperienza sulla terra che li aveva cambiati e che ora potevano essere migliori. Era stato davvero un bel discorso, perfino mia madre lo aveva dovuto ammettere; era stata la risposta di Yara ad avermi un po’ spiazzato. «Bene, Ares. Sono contenta che sei tornato per riprendere il tuo ruolo e la tua natura di tritone, ma adesso sono io ad avere bisogno di tempo e a essere confusa. Ora sei tu che dovrai aspettare me e senza fare storie. Chiaro?» Tutte ci eravamo guardate un po’ perplesse. Non c’era dubbio, e io lo pensavo seriamente, Yara adesso stava esagerando. Va bene fargliela pagare, ma la stava facendo davvero troppo lunga.

Sirene – Un’avventura terrestre, Monica Rametta, Salani. Un’avventura terrestre, recita il sottotitolo, nonché una storia d’amore con le pinne, e in effetti è proprio così. Del resto, l’amore è amore, che abbia le branchie o meno, che la sua coda sia quella di un pesce o una di cavallo, perché magari si è scelto, una mattina, di corsa, di acconciarsi così i propri lunghi capelli, anziché lasciarli ricadere sulle spalle. E d’amore parla, d’amore e non solo Monica Rametta. Che scrive benissimo. E sceneggia splendidamente. Per esempio è a lei, insieme a Ivan Cotroneo e a Stefano Bises, che si devono alcuni dei migliori prodotti televisivi italiani degli ultimi anni, da, solo per citare qualche titolo, quel Tutti pazzi per amore la cui freschezza non è ancora stata eguagliata – e i cui migliori momenti sono stati anche raccolti in volume – a Una grande famiglia, la saga del clan dei mobilieri Rengoni di Inverigo, capitanati da una strepitosa Stefania Sandrelli nel ruolo di Nora (non Walker, benché gli appassionati, inchiodati di norma sul divano sin dalle prime note della sigla di testa, in attesa che il cancello della dimora si aprisse  nella bruma, non abbiano potuto non trovarvi qualcosa nello spirito della Sally Field di Brothers & sisters, family drama dovuto principalmente a Baitz e Berlanti – non gliene saremo mai abbastanza grati – che, specialmente per quel che concerne le prime due stagioni, ha toccato vette formidabili a livello internazionale). Perché la solidità della scrittura è fondamentale, quali che siano gli intenti che ci si pone come riferimento e obiettivo: è da lì che si prendono le mosse, altrimenti è come costruire senza fondamenta. E sulla rete ammiraglia della tv pubblica italiana è ora il turno – la fattura è pregevole e il cast è stellare – di Sirene, dove i temi cari alla Rametta, l’attenzione alla diversità, all’altro, all’integrazione e al dialogo, attraverso anche incursioni nella fantasia, in quell’immaginazione che al di là delle differenze è terreno comune a tutti gli esseri umani, perché ognuno sogna, ognuno ha degli aneliti, ognuno ha un’anima, tornano più brillanti che mai. Una storia in cui tuffarsi: da non lasciarsi scappare per nessuna ragione.

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Intervista, Libri

Emilio Ortiz: “Scrivo perché ne ho bisogno”

51HnN4oYorL._SX330_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

È alto e robusto, e dà subito l’impressione di essere una persona buona, seria, simpatica e affidabile: arriva accompagnato dalla bellissima moglie, dalla sua interprete e da Spock, il suo cane guida, un golden retriever di nove anni che non è quello ritratto – un disegno di Kendra Goering, belga – sulla copertina del suo bellissimo e commovente libro, Attraverso i miei piccoli occhi (Salani). Nella splendida cornice dell’albergo Santa Chiara di Roma ci parla di letteratura, politica e non solo: è un enorme piacere intervistare Emilio Ortiz.

Leggendo il suo romanzo mi ha colpito molto il fatto che i titoli dei capitoli derivino da canzoni, citazioni, libri, film: come mai?

Mi fa piacere che se ne sia accorto. Abbiamo un’agenda molto fitta di interviste, e non è la prima volta che questa domanda mi viene fatta. Ma solo in Italia. In Spagna sono tanti i lettori, ma pochi i giornalisti che se ne sono accorti, mentre qui da voi molti di più. Evidentemente il vostro livello culturale e di conoscenza è più alto. Mi fa piacere, soprattutto perché si tratta di elementi tipici della cultura spagnola. È un gioco: molte delle canzoni fanno parte della mia infanzia, della mia adolescenza, sono pezzi che sento adesso, che piacciono a me o che piacciono per esempio a mia sorella (ma non dirò chi è il cantante che non amo, non vorrei si offendesse…), brani che hanno per me un significato particolare. Di solito scrivo un capitolo e poi, una volta finito, per dargli il titolo mi rifaccio alla prima opera che mi viene in mente e che si lega per tema all’argomento che ho trattato. Cinco horas con Mario di Miguel Delibes, un grande scrittore che ora i giovani purtroppo in genere conoscono poco, mi ha ispirato per il capitolo Diez años con Mario, che è il tempo che lui e Cross, il cane protagonista del romanzo passano insieme, ma un altro riferimento è il canto patriottico dei guerriglieri durante la guerra civile spagnola per la libertà e la repubblica (che purtroppo in Spagna non abbiamo…) Si me quieres escribir.

In realtà penso che probabilmente molti colleghi spagnoli non abbiano colto le citazioni perché per loro sono talmente connaturate al tessuto della loro quotidianità che non le percepiscono più tali, bensì come elementi del lessico comune, e poi c’è da dire che noi italiani siamo avvantaggiati perché nella nostra edizione per ogni capitolo è indicata in nota l’origine del titolo.

Beh, allora diciamo che il merito è condiviso, ma comunque c’è!

Uno dei capitoli trae il titolo da un passaggio del Don Chisciotte, che per noi è il simbolo di chi combatte contro l’impossibile: quali sono le cose impossibili per cui vale la pena di lottare?

Don Chisciotte per me è un simbolo, è un romanzo che io amo molto come tutto Cervantes, che ammiro immensamente e fa parte di me, e molti critici mi hanno detto che nel mio libro si vede sia un po’ di lui che anche un po’ del Piccolo principe, altra opera per me fondamentale: non l’ho fatto apposta, mi è venuto spontaneo, dal cuore. Il capitolo in questione è quello in cui Mario incontra Cross, gli parla e gli dice che sarà il suo scudiero, il suo Sancho Panza, come per Don Chisciotte. E Cross per tutta risposta si chiede chi sia questo Don Chisciotte e quando lo incontrerà… Io penso che in tutti gli spagnoli ci sia un po’ di Don Chisciotte e un po’ di Sancho Panza, quello che cambia magari sono le percentuali, e nel mio romanzo vuole esserci il richiamo alla figura del cavaliere. Le epoche non sono affatto paragonabili, ma se ci fosse oggi un Don Chisciotte solleverebbe la nostra sete di giustizia, sentimento che abbiamo un po’ messo da parte. L’uomo ha da sempre messo in piedi sistemi politici, religiosi, sociali destinati al fallimento, pensiamo al comunismo, al socialismo, alla socialdemocrazia, al capitalismo, al liberismo: la base però devono essere sempre i diritti, il rispetto. Il rispetto per i diritti sociali, umani, il rispetto per i diritti di ogni specie che abita la terra.

Lei ha citato Il piccolo principe: lì si dice che i riti e le abitudini sono importanti, perché creano i legami. Quanto c’è di verità in questo? E qual è il legame fra Mario e Cross e lei e Spock, al di là delle necessità contingenti?

È verissimo, i legami si basano sui riti e sulle abitudini, che li rafforzano. Ma è vero per qualunque relazione sociale, tra uomo e uomo, tra uomo e cane, ancor di più tra uomo e cane guida. Certo, il rapporto tra il piccolo principe e il visitatore è molto più effimero, io ho la fortuna di essere un visitatore che starà molto più a lungo accanto a Spock nel corso della sua vita. Non si tratta di semplice fraternità, gli esperti parlano di unità funzionale, ma non ci si può riferire solo all’aspetto del “lavoro”. Spock sta con me quando mi accompagna a scuola a prendere mia figlia, quando vado in farmacia, a comprare il pane, ventiquattro ore su ventiquattro, sa come sto e io so come sta lui. So che ora è nervoso, ma è anche contento. Sa quando sto con gli amici, sa quando sono al telefono, e ne approfitta per fare qualche marachella (se sto apparecchiando, di sicuro mi ruberà un pezzo di pane dal tavolo)…

Il suo libro parla a vario titolo di amore, fiducia e fedeltà: cosa sono queste cose per lei?

Tutto. Sono i pilastri. Le forme d’amore sono diverse: c’è chi ama la natura, chi i propri cari, chi Dio. La fonte dell’amore però è una sola, e bisognerebbe ricordarsi che è questa che dovrebbe muovere il mondo, non l’ego o l’invidia. Non uccidono le pallottole, ma l’invidia: mi piace moltissimo questo detto messicano, lo trovo molto vero. La vita va vissuta con amore. E con umorismo.

L’assistenza in Spagna per le persone con disabilità funziona? Spesso in Italia ci si trova di fronte a enormi difficoltà.

Certamente stiamo meglio di trent’anni fa, ci sono molte leggi, la tecnologia è andata molto avanti (certo sarebbe meglio se fosse ancora più sviluppata): io stesso ho uno smartphone che mi consente di ascoltare, scrivere, leggere. Certo, quando manca uno dei sensi o non si hanno gli arti ci sono dei problemi oggettivi, se non altro di mobilità, ma oggi non dovrebbero essere più così invalidanti. Io non vedo, ma ci sono tante persone che pur avendo tutti i sensi hanno paura di vivere. Per questo dico che i nostri in fondo sono piccoli problemi, ma vengono centuplicati nel momento in cui la società non capisce che noi viviamo nel mondo come tutti gli altri, né più né meno. Emarginare le persone con disabilità, così come proteggerle troppo, farle sentire inutili, pagare loro una pensione di invalidità che poi magari spendono in alcol o in sostanze stupefacenti perché depresse, significa uccidere in vita questi individui, e non arrivare all’integrazione vera e completa. La società deve prendere coscienza di questo, deve aiutare le persone in difficoltà ma al tempo stesso esigere che ognuna di loro faccia la sua parte, perché ognuna di loro ha qualcosa da dare.

È la paura che abbiamo tutti noi che amiamo gli animali: la loro vita è più corta della nostra. Come ci si prepara?

Magari fossero eterni! Io ci penso ogni giorno a quando Spock non ci sarà più. Ma è la natura, vuol dire che è giusto così. Lo sappiamo fin dall’inizio. L’unica cosa che possiamo fare è rendere la loro vita la migliore possibile per tutto il tempo che ci è concesso di stare insieme, dando loro tutto ciò di cui hanno bisogno, un biscottino ogni tanto, non troppo spesso perché altrimenti la loro salute ne risentirebbe, e soprattutto tutto l’amore.

Perché scrive? Cos’è per lei la letteratura?

Scrivo perché ne ho bisogno, è un antidepressivo economico, una terapia psichiatrica gratis. La letteratura è tutto, è come aprire una porta su una strada in cui ci si tuffa, è uscire nel mondo, è dire verità assolute attraverso una menzogna, è realtà e immaginazione. C’è scritto nel Pendolo di Foucault di Eco: se tutti noi autori fossimo anonimi potremmo correre il rischio di sentirci Dio. E in effetti è vero, perché quando passi davanti a una libreria e c’è qualcuno con in mano il tuo libro sai che quella è la tua creatura. Espido Freire dice che quando la tua musa appare devi scrivere ma quando non appare devi scrivere lo stesso, come qualunque altra persona che compie il suo mestiere: è proprio così. È una necessità.

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“Attraverso i miei piccoli occhi”

51HnN4oYorL._SX330_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quando sentii la voce di Toni, mi svegliai del tutto e mi affacciai sul tavolo. La tovaglia mi coprì la parte superiore della testa e lasciò in vista soltanto gli occhi e il muso. Scoppiarono tutti a ridere e scostarono in fretta dal tavolo un dolce con un aspetto splendido. Ma che tipi sospettosi! Io non avevo nessuna intenzione di addentarlo!

Mario e Cross sono due anime gemelle. Da quando il secondo entra nella vita del primo entrambe le esistenze sono finalmente complete. L’uno partecipa delle gioie e dei dolori dell’altro, si scambiano affetto, comprensione, amicizia, lealtà, fedeltà. In realtà non è solo Cross ad aiutare Mario, ma certo è che Mario senza Cross avrebbe molte più difficoltà nella vita di tutti i giorni. Mario è un ragazzo che infatti non può vedere, e affronta la quotidianità grazie agli occhi del suo cane guida. Che è la voce narrante di questo romanzo lieve, intenso, semplice, appassionato e appassionante, sincero, fluido, potente, pieno di vita, realistico e concreto, emozionante, autentico, credibile, in cui ognuno che ama gli animali certamente si riconoscerà, e riconoscerà qualcosa del suo più sincero, disinteressato e generoso amico: un caso letterario in Spagna e con ogni probabilità un successo anche da noi. Attraverso i miei piccoli occhi, Emilio Ortiz, Salani. Traduzione di Sara Cavarero.

 

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“L’assassinio di Socrate”

1188117_L assassinio di socrate_Esec@01.indddi Gabriele Ottaviani

Alcibiade, seduto sul ponte di comando della sua trireme, stava pensando agli ateniesi che aveva visto morire quella mattina. Avevano effettuato un’incursione di saccheggio nei pressi di Siracusa e alcuni soldati di fanteria leggera si erano allontanati dal grosso dell’esercito. D’un tratto uno squadrone della cavalleria siracusana si era avventato su di loro. Non abbiamo potuto farci niente, solo vederli massacrare. L’aristocratico si morse con rabbia il bordo di un’unghia e lo sputò in coperta. Doveva parlare con il generale Lamaco e affrontare il problema della carenza di cavalieri. In teoria al comando era Nicia, ma i disaccordi si risolvevano con un voto di maggioranza fra i tre generali e fin dal principio era stato chiaro che Lamaco avrebbe votato come Alcibiade. Le prime difficoltà erano sorte quando ancora non erano arrivati in Sicilia. Gli abitanti di Reggio non avevano permesso loro di entrare in città: alla vista di un esercito così possente, temevano che non fossero venuti solo ad aiutare i loro alleati – come affermavano – bensì a invadere la Magna Grecia, ovvero la Sicilia e le colonie greche della penisola italiana. Già Atene aveva conquistato l’Egeo, tutti temevano che ora volesse espandersi a occidente. Questo sarà solo il primo passo. Sul volto aggraziato di Alcibiade apparve un sorriso da lupo. Con Lamaco dalla mia parte, dispongo di un esercito enorme per portare a compimento i miei piani.

L’assassinio di Socrate, Marcos Chicot, Salani, traduzione di Andrea Carlo Cappi. E considerate perché vi dico questo: sto per spiegarvi da dove è nata la calunnia contro di me. Io infatti, udito il responso dell’oracolo, feci questa riflessione: “Che cosa vuol dire il dio? Che cosa nasconde il suo parlare enigmatico? Sono consapevole di non essere affatto sapiente: che cosa intende, allora, dichiarando che sono il più sapiente? Egli certo non mente, perché non può.” Rimasi per molto tempo in dubbio su quanto detto dal dio. Poi, con riluttanza, mi volsi a una ricerca di questo genere: mi recai da qualcuno di quelli ritenuti sapienti, per confutare l’oracolo e dimostrargli proprio lì “Questo è più sapiente di me, mentre tu dicevi che il più sapiente ero io.” Esaminandolo con cura e discutendo con lui – non occorre far nomi, ma colui dal quale ebbi questa impressione, cittadini ateniesi, era un uomo politico – mi sembrò che quest’uomo apparisse sapiente a molti altri e soprattutto a se stesso, ma non lo fosse. Perciò cercai di dimostrargli che si riteneva sapiente, ma non lo era. E così diventai odioso a lui e a molti dei presenti. Ma, andandomene, pensai fra me e me: “Sono più sapiente di questa persona: forse nessuno dei due sa nulla di buono, ma lui pensa di sapere qualcosa senza sapere nulla, mentre io non credo di sapere anche se non so. Almeno per questo piccolo particolare, comunque sia, sembro più sapiente di lui: non credo di sapere quello che non so.” Mi recai poi da un altro di quelli che passavano per sapienti e ne ebbi la stessa impressione, e divenni odioso a lui e a molti altri. Così Platone, in merito alla più celebre delle apologie, quella del suo maestro, il filosofo della maieutica, che nulla lasciò di scritto eppure ancora oggi è il più celebre fra i filosofi, Socrate, ucciso dal potere, accusato di empietà e corruzione giovanile. La Grecia del quinto secolo prima di Cristo, quella della guerra fratricida detta del Peloponneso, raccontata da Tucidide, il più grande storico d’ogni tempo, insieme a Tacito, è un crogiolo di conflitti. Un oracolo, imperscrutabile come si conviene, predice la morte di Socrate. E lui è l’unico a non temerla. Ma come si lega questa profezia con un’altra condanna a morte, quella di un bimbo spartano? E con altre vicende, umane, troppo umane? Chicot maneggia il thriller e l’approfondimento psicologico, tra realtà e invenzione, con notevole sapienza, tratteggiando magistralmente personaggi e situazioni di estremo coinvolgimento: per gli appassionati del genere un appuntamento irrinunciabile.

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“La fine della solitudine”

514J5tD-J0L._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

All’inizio stesi un rapporto per la mia casa discografica, ma controvoglia. Alla fine misi da parte il documento e scrissi in libertà. Per quanto assurda mi fosse parsa l’idea di starmene lì, accanto a un autore da me un tempo venerato, ora ne traevo forte motivazione. La mia fantasia era come una miniera abbandonata e ora, scendendo col vagone nei suoi cunicoli, mi stupivo di quanto potessi estrarre da laggiù. Avevo già diverse idee e abbozzi, che evidentemente erano rimasti in sonno dentro di me per anni. Romanov mi osservava.

La fine della solitudine, Benedict Wells, Salani. Traduzione di Margherita Belardetti. Jules, Liz e Marty sono tre fratelli. Quando sono bambini rimangono orfani. Un incidente, e mamma e papà non ci sono più. Un attimo e sono morti. E loro improvvisamente si ritrovano a dover crescere soli. Separati l’uno dall’altro. Senza famiglia. Le loro vite si dividono come i rivoli del delta della foce di un fiume, l’origine è comune ma l’esito distinto. Marty si butta nello studio, Liz rifiuta ogni genere di limite, Jules sceglie di fatto di non vivere, accontentandosi di aggiungere un giorno dopo l’altro al rosario di momenti della sua esistenza claustrale, avvitata sul dolore e sull’introversione. Un giorno Jules però incontra Alva: un legame invincibile, come la paura, come tutte le cose belle che ha scelto di evitare per non rischiare di soffrire… Molto più di una classica storia d’amore, il romanzo è una magnifica espressione di talento e passione: da non perdere.

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“L’uroboro di corallo”

9788869188107_luroboro_di_corallo.jpgdi Gabriele Ottaviani

Anastasia si stupisce per l’elasticità del colonnello: non più invettive e contrapposizione, ma impegno per trovare l’accordo. Da quando frequenta la presidentessa del circolo Ama Il Prossimo Tuo, i progressi sono stati notevoli. Forse per il prossimo Santo Stefano riuscirà persino a chiamare i numeri della tombola astenendosi da commenti da caserma (ma in caserma giocano a tombola?). Adesso di certo gli omaggi floreali li manda alla presidentessa. Grazie a Dio. Grazie a Dio? Anastasia deve ammettere che essere corteggiata la lusingava. E che oggi, quando lui è arrivato con un mazzolino di narcisi infiocchettati di giallo, è stata contenta. Però si trattava di un invito a pranzo… Normale cortesia, nulla di più.

L’uroboro di corallo, Rosalba Perrotta, Salani. Nella letteratura magica egizia di età ellenistica, animale simbolico a forma di serpente che morde o inghiotte la propria coda, realizzando la figura di un cerchio. La sua simbologia originaria fu quella dell’eternità e del cosmo. L’immagine, che successivamente prese la forma anche di un drago, o di due serpenti, o di un drago e di un serpente che congiungono la bocca alla coda, è anche usata per rappresentare l’avvicendarsi della vita e della morte e, in alchimia, il ripetersi del ciclo che raffina le sostanze attraverso il riscaldamento, l’evaporazione, il raffreddamento e la condensazione. Questa, da vocabolario, la definizione di uroboro. Nella fattispecie, la foggia della spilla in corallo che Anastasia eredita. E che cambia la sua vita. Come può farlo un oggetto inanimato? Beh, tanto per cominciare Anastasia, che ha già un nome bello e impegnativo, dal significato importante, è convinta che l’uroboro sia magico. Del resto però Anastasia è anche convinta che il marito se ne sia andato per colpa sua, quindi non è che proprio si possa fare sempre completo affidamento sulla sua capacità di giudizio. È sempre insicura, ha paura anche della sua ombra, si sente sempre assurdamente in difetto. L’amante del nonno le lascia una piccola fortuna in paccottiglia varia e un palazzetto nel quartiere non migliore di Catania: che sia giunta finalmente l’ora di prendere in mano le redini della propria vita come se fosse un cavallo vero lanciato al galoppo e non uno di quelli smaltati delle giostre? Le pioveranno addosso il colore e il sole, incontrerà personaggi straordinari, e si accorgerà – hallelujah! – che il futuro è solo a un passo… Scritto con rara grazia, è un romanzo che trabocca gioia e fa bene al cuore.

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“Il cuore in libertà”

Dickinson - Il cuore in libertà043di Gabriele Ottaviani

E fossi tu – salvato –

E io – dannata

Dove tu non giungessi –

Già solo questo – mi sarebbe inferno –

A noi divisi tocca stare insieme –

Tu lì – io – qui –

La porta socchiudendo appena

Che oceani siano – e preghiera –

E candida consolazione –

La disperazione –

Il cuore in libertà – Poesie per giovani innamorati, Emily Dickinson, Salani, traduzione di Nicola Gardini. È una delle voci poetiche per eccellenza della storia della letteratura mondiale di ogni tempo, ha saputo cantare attraverso l’allegoria, la metafora, il delicato simbolismo, la vividezza dei suoi ritratti di personaggi e passioni il sentimento in tutte le sue forme, osservandolo dall’angolo riservato, nell’America ottocentesca e puritana, della sua solitudine niente affatto sterilmente contemplativa, ma vibrante e partecipe, consapevole delle potenzialità dell’ingegno e del cuore, capace di valicare ogni parete, finanche quelle della sua stanza, nella quale, in casa dei suoi, aveva scelto di rinchiudersi per meglio vivere e poetare. E poeta è a sua volta Nicola Gardini, che seleziona all’interno della grande e rivoluzionaria produzione poetica della Dickinson, che da quando è stata scoperta è rimasta modello inarrivabile ma luminosissimo, una summa magnifica e imperdibile.

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“Capitan Grisam e l’amore”

download (5).jpegdi Gabriele Ottaviani

  • La Sindachessa è entrata nella baracca! – rispose lei andando a posarsi vicino alla stufa. – E Rosicchio l’ha morsa.
  • OH, NO!
  • Poverino! – disse Pervinca – Ed è morto?

Prud si mise a ridere.

  • Le ha fatto molto male? – chiesi io, seria.
  • Purtroppo no, le ha solo strappato un pezzo del cappotto.
  • Che guaio!
  • Ben le sta! Così impara a intrufolarsi di nascosto nella nostra baracca! – disse Vì. – Ha mangiato la foglia?
  • Chi, Rosicchio?
  • No, la Pimpernel. Secondo te che l’hai vista, ha capito che abbiamo reso invisibili gli oggetti del Capitano? Che la stanza non era davvero vuota?

Capitan Grisam e l’amore, Elisabetta Gnone, Salani. Elisabetta Gnone, pleonastico a dirsi, è scrittrice di gran talento, si pensi solo a Olga di carta: ha inventiva, fantasia, grazia, eleganza, intelligenza, ironia, gioca con le parole, la lingua, la letteratura, crea mondi in cui è facile perdersi, immergersi, lasciarsi andare, sospendere la propria incredulità, abbandonare il cinismo, lasciarsi alle spalle la dimensione della realtà, che alle volte è grigia e faticosa, e sorprendersi a rincorrere colorate magie nel corso di avventure rocambolesche e strabilianti. Adatto ai bambini di ogni età, è un libro che, come del resto succede sovente anche in altri ambiti, basti solo pensare – è forse l’esempio più facile e immediato che si possa portare – al cinema d’animazione, al di là della veste garrula e allegra di una rappresentazione dedicata per lo più, nel suo livello più immediatamente comprensibile e fruibile, all’infanzia, mostra a qualsiasi lettore la variegata profondità delle possibilità della fantasia.

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“L’ottico di Lampedusa”

L ottico di lampedusa_Esec.indddi Gabriele Ottaviani

Non poteva andarsene. Si sarebbe costretto a restare. Lo doveva ai migranti. Intorno alle bare sembravano esserci due o trecento persone, eppure apparivano insignificanti in tutto quello spazio! Immaginò che gli uomini in giacca e cravatta fossero politici arrivati da Roma. Stavano lì, impalati come soldati, e mugugnavano in risposta alle preghiere, facendosi ogni tanto il segno della croce. La sindaca si copriva il volto con un fazzoletto, ma l’ottico vide che tremava tutta. Gli parve che recitasse una poesia quando il prete lesse il lungo elenco dei defunti. Nomi esotici che si infrangevano su di lui come onde, uno dopo l’altro, così che non capiva dove finisse uno o ne cominciasse un altro. Efrem, Asmeret, Gaim, Biniam, Niyat, Senait. Da qualche parte nel mondo, una madre stava spolverando la foto incorniciata di un figlio o di una figlia dispersi, aspettando ansiosa una telefonata rassicurante che la informasse del loro arrivo. Guardò la donna che aveva salvato mentre si soffiava sulle dita doloranti. Come si chiamava? In una delle casse c’era suo fratello?

L’ottico di Lampedusa, Emma-Jane Kirby, Salani. Traduzione a cura di Guido Calza. Carmine è un uomo normale. Ha una vita tranquilla. Fa l’ottico, ha una regolare quotidianità ricamata di rassicuranti e confortevoli abitudini. Vive in uno dei posti più belli del mondo. Lampedusa. Non ci è nato, ha scelto di abitarci. La sua serenità, però, un giorno si spezza. La sua esistenza si fa più consapevole. Nulla è più uguale. Come ogni cosa, anche un naufragio ti sembra lontano quando non ti tocca da vicino. Se non sei direttamente coinvolto quella cosa non esiste, non ha grande significato per te. Ma quando quella che doveva essere una normale e divertente battuta di pesca insieme a sette amici respirando iodio e ridendo beatamente tra le onde e il vento diventa, con il solo ausilio di un unico salvagente, il recupero di quarantasette persone, le sole sopravvissute, il significato non può che balzarsi nitido dinnanzi agli occhi e sconvolgerti il cuore. Il problema è serio, è una vera catastrofe umanitaria: il libro ne parla senza retorica, con un tatto, una caratterizzazione, una sensibilità e un approfondimento psicologico mirabili. Da non perdere.

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