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“Chi è partito e chi è rimasto”

download.pngdi Gabriele Ottaviani

Leggermente rassicurata, sussurrò: «Per favore Dio, non farmi avere un bambino, anche se me lo merito, non farlo arrivare». Ricordò sua madre nella bara con il piccolo bambino cereo steso a fianco a lei – e Norah aveva pianto e lo aveva chiamato povero piccolino, ma lo aveva odiato perché aveva ucciso sua madre. Forse sarebbe morta anche lei se avesse avuto un bambino; «Ma sono giovane e non voglio morire ancora. Oh, perché è così difficile essere bravi quando si è giovani?» chiese a se stessa. Lasciò il letto e si sedette sul davanzale; e attraverso gli abeti poté vedere le luci del paese e si ricordò di quante volte le avesse osservate da quella finestra, solo per cogliere la vista della punta del berretto di Joe, mentre passava alla guida del carro del fieno. A volte la domenica lo vedeva spingere la moglie sofferente in una sedia a rotelle di vimini presa in prestito. Capiva che si vergognava a spingere la sedia, perché usava solo una mano e continuava a ridere e scherzare con la moglie in modo imbarazzato. Ma era gentile a portare la moglie in giro in quel modo – lui era un uomo gentile – ma la sua gentilezza poteva aiutarla ben poco adesso. Emma aveva portato i bambini al fiume, dove avevano pescato con le larve di un nido di vespe che aveva dato loro Ives. Mentre gettavano gli ami mangiavano delle ciliegie raccolte in un cesto, e sputavano i noccioli nell’acqua per guardarli sparire dalla loro vista. «Forse anche le ciliegie sono contaminate» pensò Emma «ma non le avrebbero gradite se le avessi fatte bollire». Da quando aveva saputo dei due bambini nel paese colpiti dalla pazzia, Emma era fuori di sé dalla paura che colpisse Hattie e Dennis. In particolare Dennis, che amava così profondamente e che dipendeva così tanto da lei. Malgrado Hattie fosse più piccola, era una bambina molto vivace e indipendente, ed Emma non provava dei forti sentimenti per lei; era la favorita del padre, che Emma quasi odiava, ed era disgustata e terrorizzata da sua nonna.

Chi è partito e chi è rimasto, Barbara Comyns, Safarà, traduzione di Cristina Pascotto. Neghittosamente e mollemente adagiato sulle sponde di un fiume che non pare avere altro interesse nel corso della sua sempiterna esistenza, che vede scorrere lungo le sue rive quelle ben più brevi, comuni, normali e mortali degli esseri umani che gravitano intorno alle sue acque, che starsene tranquillo nel suo letto, un villaggio inglese d’improvviso è bersagliato da una serie di calamità tali che le piaghe d’Egitto di biblica memoria al confronto sono inutili bagattelle: e… Allegorica e brillantissima fiaba nera talmente attuale che pare venire dal futuro, nonostante invece porti sulle sue spalle il peso di diversi decenni, è assolutamente da non perdere.

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“Mrs. Brooks, New Jersey”

mrs brooks new jersey coverdi Gabriele Ottaviani

«Non è vero» dice Marissa. «Tuo padre ti vuole molto bene». Tre ragazze, due in reggiseni sportivi, sono sedute a gambe incrociate sul letto a castello di Marissa Gordon. A Rebecca Gordon, la sorellina di Marissa, è stato permesso di partecipare all’imminente seduta spiritica, anche senza un supporto extra, per le seguenti ragioni: – Servono tre persone per una seduta che si rispetti. – A Laney piace avere Rebecca intorno. – È anche la stanza di Rebecca, non si discute. Anche con questa concessione, Marissa Gordon, la vicina del piano di sotto di Laney, regna suprema. È la sorella maggiore e quindi non solo ha diritto al letto di sopra e a un album di fotografie migliore − primi passi diligentemente documentati, le prime parole, il primo taglio di capelli collezionati dalla loro compulsiva ma gentile madre, Lucy − ma Marissa Gordon, capelli castani, occhi verdi, apparecchio sui denti superiori e inferiori, è anche l’autoproclamata leader spirituale del trio. Bisogna specificare, qui e ora, che Marissa è ed è sempre stata incline a credere: alla fatina dei denti, alle scarpette rosse coi glitter, alla Bella Addormentata. Quindi l’idea che una tredicenne conduca un sofisticato richiamo al mondo spirituale non è tanto una sorpresa quando una naturale progressione. È anche importante notare che le ragazze Gordon erano tornate di recente, nello specifico la sera prima, da oltreoceano.

Mrs. Brooks, New Jersey, Amy Koppelman, Safarà, traduzione di Alice Intelisano. Laney è la moglie perfetta. È la madre perfetta. È la donna più fragile e infelice del mondo. Nasconde sotto le apparenze un dolore immenso. Una sete insopprimibile. Una fame che non può essere sedata, placata, saziata, implacabile. È dipendente dalla droga. È dipendente dal sesso. È dipendente dall’amore. Che non ha. Che non le basta. Che cerca, anela, desidera, vuole, pretende. E in questa corsa forsennata verso l’abisso rischia di trascinare con sé anche tutti i suoi cari. Ma… Sarah Silverman e Josh Charles sono i protagonisti del film, acclamato al Sundance Film Festival e al Toronto International Film Festival, che ne è stato tratto. E non poteva essere altrimenti. Perché ha un ritmo perfetto. Da sceneggiatura impeccabile. Ed è credibile e splendido.

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“Tutti gli uccelli, cantano”

download (8).jpgdi Gabriele Ottaviani

«Non sono stato un buon padre con lui» disse Don a voce bassa. «Più che altro non sapevo cosa fare. E questo non è tanto grave se hai una madre affettuosa… il padre non è poi così necessario». Aprì gli occhi e mi guardò in faccia. «Prendi il mio». Stese un braccio che teneva dietro la testa in un ampio gesto, come se indicasse qualcosa. «Era abbastanza un disastro… andava al lavoro, e quando tornava gli stavamo alla larga». Si rimise la mano dietro la testa. «Io non arrivavo a quel punto… volevo essere qualcosa di più per Samson, ma non ero granché. Non riuscivo a parlargli come si parla ai bambini, mi imbarazzava. Margaret mi diceva sempre: “Guarda che non è un adulto piccolo di statura, è un bambino”. Ma io non ho mai capito la differenza. E dopo, quando è cresciuto, soffriva di un disturbo dell’attenzione, qualcosa del genere. Gli insegnanti non ci sapevano fare. Io non ci sapevo fare. Ma sua madre… beh, lei sì». Lasciò ricadere le mani e le posò sul tavolo, con attenzione. Erano mani vecchie, più vecchie del resto di lui. C’era una lunga cicatrice su uno degli indici, come se glielo avessero aperto in due, e le unghie erano gialle, spesse e rigate. La punta delle dita era deformata.

Tutti gli uccelli, cantano, Evie Wyld, Safarà, traduzione di Monica Pareschi. L’isola – più che altro uno scoglio, in verità – non ha nome. E non ha nemmeno pace. È sempre sferzata dal vento e dalla pioggia. Appartiene alla Gran Bretagna, ed è il luogo dove Jake, insieme a un cane e a un gregge di ovini, che di sicuro danno da fare e possono anche essere di compagnia, ma fino a un certo punto, siamo onesti, ha scelto di vivere. Certo non è il posto più ospitale che si possa immaginare, ma è anche vero che forse è proprio di questo che Jake ha bisogno. Di solitudine, di un eremo ostile, che tenga lontano le pene dei ricordi rispecchiandole nelle intemperie, come in una sorta di catarsi, di restare in compagnia delle cicatrici che porta sul suo corpo, retaggio di ferite lontane ma il cui dolore non si è affatto sopito. Ma dopo un po’ capita, sfortunatamente, che le pecore muoiano una dietro l’altra, orribilmente, notte dopo notte. E riemerge, quindi, la rimembranza di un orrore che rimanda all’implacabile sole del deserto australiano, una tragedia che Jake si illudeva di aver superato. Nel frattempo gli uccelli, tutti, sempre più fitti, cantano… Un thriller semplicemente mozzafiato, da non farsi sfuggire.

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“La bella burocrate”

61aFra+NsAL.jpgdi Gabriele Ottaviani

Josephine si svegliò incinta. C’era un’alba opaca, segni del divano impressi sulla sua pelle come lettere di uno strano alfabeto. Due delle piante nella giungla erano decisamente morte. Lo poteva sentire dentro di sé, aggrappato a lei; quasi dolorosamente. Non sapeva come poteva non averlo saputo fino a quel momento. I misteriosi attacchi di fame, i capogiri. E quella voce irrefrenabile, che ingarbugliava sempre la sua lingua dall’interno – l’arguzia con le parole di lui aveva incontrato l’inquietudine di lei, unificate ora in un solo essere. Appoggiò le mani sopra il suo stomaco; era un sollievo dare conforto a un’altra creatura vivente. Sentì la sua solitudine diminuire retroattivamente, ora che sapeva che il suo bambino era stato con lei per tutto il tempo. «Ciao» disse a voce alta. Timidamente. Mi ao, rispose il bambino. Ma “bambino” era una parola troppo mansueta per quella vitalità. Belva, una belva in miniatura, una perfetta adorata belva era appena emersa dall’oscurità dell’universo, colma di desideri. Il suo cuore prese a battere all’impazzata, come una lattina colpita ancora e ancora con una roccia. La divina, perfetta matematica.

La bella burocrate, Helen Phillips, Safarà, traduzione di Cristina Pascotto. La città è immensa. Il quartiere è più che periferico. L’edificio è enorme. E senza finestre. Josephine è appena stata assunta. Il suo compito è occuparsi del Database. Un programma informatico. In cui inserisce numeri. Numeri. Numeri. Nient’altro che numeri. Una serie che sembra infinita, che pare riprodursi seguendo una progressione esponenziale. Più o meno come le scartoffie che si accatastano sulla sua scrivania, e alle quali deve far fronte. Giorno dopo giorno, Josephine sente sempre di più montare dentro di sé un’angoscia cupa e sorda, indistinta e opprimente. D’improvviso, poi, suo marito svanisce nel nulla. E allora… Distopico, allegorico, scritto in modo chirurgico e destabilizzante, orwelliano, è un romanzo potente, angosciante, magistrale.

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“Una ragazza lasciata a metà”

una-ragazza-lasciata-a-metadi Gabriele Ottaviani

Rimetto giù il telefono. E vado in camera di lei. E le dico. È appena successa una brutta cosa. Guardami. Una cosa terribile mi è capitata. Mi è arrivata dentro dentro. Credo. Mi dispiace. Credo di aver sentito. Credo che mio fratello sta per morire Cristo Santo. Cristo Santo. Io. Io. Quella lunga nottata. Mi riempie gli occhi di calcina. Brucia. Calce viva. Ti faccio. Ti. Tendo la mano. Acchiappalo prima che arrivi. Svelta svelta. Ma sparisce come un sorcio. Si rintana nel buio profondo dove non arrivo. Non ho. Niente per contrastarla. Nessuna difesa. Se non. Buttarmi sul fuso come la Bella Addormentata. Essere trasformata in tenebre. Essere trasformata in pietra. Fruscìo fruscìo tutte le porte degli ospedali del mondo fanno lo stesso suono. Sto entrando uscendo dalla luce. Dio. Sotto strisce di lampade e tende e un verde puzzolente. Marcio e osservo. Ti sto cercando. Cerco di trovare i posti dove sei stato. Dove sei stato. Lei è seduta. Come so che ha sempre fatto da quando campo clic. Nella sedia della corsia con questa aria pietrificata e con la faccia che è l’unica cosa che le impedisce di squagliarsi tutta. Appena mi vede diventa entrambe le mani. Oh grazie a dio sei venuta dio ti ringrazio dio ti ringrazio. Gli stanno facendo la visita. Io e te aspettiamo qui. Mi aspetto preghiere in arrivo. E invece niente. Solo lo perderemo ora so che lo perderemo. Ma no mamma. Mamma vedrai che no. E andiamo sotto. Appena loro escono vediamo seduto sul letto. Te. Con una scodella di budino da cui mangi con la mano tremante. La metti giù alzi lo sguardo e dici te ne ho lasciato un po’. Io. E tu hai, lo so, lo stesso aspetto che avevi a cinque anni. E allora ti abbraccio e ti dico beh che altro hai combinato adesso? Ho preso e sono caduto come uno scemo. Ti sei spaccato la testa. Bravo. Scusa. Però ridi lo stesso. Proprio bravo. Soffoco. L’aria è come strangolata da questa cosa. E allora come ti senti ora? Oh non troppo male. Niente di che un po’ stanco e mi hanno fatto un po’ male in testa. Tocchi un po’ la benda e tutt’intorno t’hanno rasato i capelli. Ah questo è niente aspetta di vedere come ti riduco io per avermi fatto prendere questo spavento. Ridi. Adesso c’è calma e riesco a comportarmi così. Allora siamo in tregua per un po’? E lei dice di sì. Ci sediamo. Accanto al tuo letto. Ti guardiamo. Pensiamo. Ci chiediamo. Che sta succedendo? Con calma. Con la sua calma. Arriva un medico. Giovane. Arriva e tira le tende. Siede sul tuo letto. Accavalla le gambe poi di scatto tira fuori la penna si schiarisce la gola cambia posizione. E dai e dai. Ancora non si sa niente. Dobbiamo fargli ancora qualche analisi finché capiamo a che punto siamo. Dove? Ancora non lo sappiamo come ho detto. Sta succedendo qualcosa. Di sicuro nella scansione abbiamo visto un’ombra. Ah ma quella è vecchia c’è da quando ha avuto il tumore da piccolo. No. Non credo. Si vede anche quella. Invece questa è da un’altra parte. È diversa. Secondo me dovete prepararvi. La cosa mi ronza a lungo nelle orecchie. Non so come ascoltare una notizia del genere. Dev’essere per qualcun altro. Non per lui. Non per lei e neanche per me. Sì no non sta dicendo sul serio. Beh dai non è andata poi male appena se ne va. Guarda. Ci gira intorno. Insomma non sanno ancora niente. Vedrai starai bene dice lei. Ma non ha detto che dici tu. Ma neanche per sogno. Aspetta e vedrai che starai bene. Annuisco. Come un cagnolino che fa sì con la testa.

Una ragazza lasciata a metà, Eimear McBride, Safarà editore, traduzione di Riccardo Duranti. Opera vincitrice, e sarebbe stato veramente singolare se l’esito fosse stato diverso, perché appare davvero alquanto complicato riuscire a rinvenire in circolazione attualmente una prosa migliore e più variegata di questa, o che quantomeno possa competere, del  Women Prize for Fiction. E non solo. Tra l’altro si tratta di un esordio, di un debutto: e qui tocca ripetersi, perché davvero fossero tutti così i primi bagliori di una nuova voce narrativa… Evidentemente il nume tutelare della scrittura della ragazza di Liverpool, come del resto lei stessa dichiara, è Joyce, il suo flusso di coscienza, il suo modo di esprimere i pensieri rincorrendoli attraverso le parole, cui talvolta il fiato si mozza, e si muovono, si muovono, si muovono forsennatamente per rimanere nello stesso punto, per non perdere quel privilegio comunicativo che hanno ottenuto, per non precipitare rovinosamente all’indietro nemmeno fossero Alice nel paese delle meraviglie al cospetto dell’infingarda sovrana. Le parole di Eimear McBride non stanno ferme un attimo, ti balzano davanti agli occhi con la potenza di un’esplosione: la vicenda narrata è talmente forte da risultare quasi disturbante, persino difficile, come un’immersione in un’acqua troppo fredda. Ma poi, una volta trovato il bandolo della matassa, una volta che l’empatia inesauribile accoglie il lettore fra le sue amplissime braccia non si può che rimanere estasiati. Sono due fratelli i protagonisti, un maschio e una femmina: lui ha un cancro incurabile, lei una storia di abusi alle spalle che la condanna alla nevrosi, a una sessualità impulsiva, rabbiosa, finanche incestuosa. Formidabile.

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