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“Cuore di foglia, radici di pietra”

81qdgaI1IAL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era troppo pallido, con le belle labbra tirate e una patina cupa a oscurare quegli occhi magnifici. Qualcosa non andava ed era più di qualche scaramuccia di corte. Alice e Mojheardean avanzarono lentamente e la differenza di stile tra loro era evidente come un pugno in un occhio. La ragazza aveva un paio di jeans infilati negli anfibi di pelle nera e una camicetta color ruggine, che tirava un po’ sul seno prosperoso, mentre Mo sfoggiava una giacca blu scurissimo intessuta d’argento, con bottoni levigati che raccoglievano la già piccola scintilla di luce dalle lanterne. Stretta in quel tessuto pregiato la linea snella e slanciata del suo corpo non avrebbe potuto risaltare di più. I suoi capelli erano stati acconciati in una semplice treccia che lasciava scoperto il volto severo. Nair sentì il suo sguardo fisso e bruciante: il suo adorato principe non era soddisfatto di lui, avvertì il bisogno di rimediare al più presto. Voleva cancellargli quella ruga di preoccupazione tra le sopracciglia, guardare mentre tendeva la bocca in quel suo sorriso trattenuto. Dovette però impedirsi di andargli incontro. In ogni caso avrebbe evitato volentieri di vedersi rifilare una delle sue occhiate di superiorità, per quel giorno aveva vissuto emozioni a sufficienza. Di certo Rainering era appostato in qualche angolo per coprire loro le spalle quindi, per il momento, poteva limitarsi a godersi lo spettacolo. Il succhiavita osservava la scena appoggiato a una colonna, le braccia incrociate sul petto e un’espressione perfettamente neutra sulla faccia da duro. Dal momento in cui Alice era comparsa, i suoi occhi erano stati su di lei, con brevi guizzi sul piccolo gruppo formato da Mab e il suo seguito. Anche l’accoglienza nei confronti della regina dei Luminosi era rientrata negli standard del vampiro. Appena un cenno del capo e un’occhiata truce al suo secondo. Raeden si era limitato a non incrociare mai lo sguardo di St. Clare, quindi, per il momento, la possibilità di una rissa tra i due era determinata dalla velocità con cui il capitano delle guardie avrebbe tolto gli occhi dalla Fanciulla della Foglia.

Cuore di foglia, radici di pietra, Giuditta Ross, Triskell. Dal sangue versato è nata una nuova speranza, l’albero è risorto a nuova vita, sul Trono di Pietra finalmente siede qualcuno che può forse riportare all’antico splendore le sorti del suo popolo e delle stirpi fatate: ma la pace, si sa, come l’amore, è qualcosa che va coltivato giorno dopo giorno, con cura e attenzione, perché altrimenti quel bene deperirà in fretta, e il passato e la vendetta si divertono, muovendosi come la risacca, a erodere le certezze e a farsi beffe dei destini degli uomini… Fantasy brillante e avvincente pienamente nel canone del genere, si legge con piacere.

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“Il ragazzo di Auschwitz”

51lGD7TfqJL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Una parte di me era cambiata, e lo sapevo. Lo sentivo. Avevo smesso di piangere. Non che non provassi più nulla. Anzi. Ancora mi mancavano i miei genitori, e la mia famiglia era al centro di quasi ogni pensiero: sognavo a occhi aperti il momento in cui li avrei finalmente ritrovati, immaginando come sarebbe stato balzare tra le loro braccia, nell’attesa di poter tornare tutti a sorridere, abbracciarci e piangere di gioia. Ma avevo smesso di versare lacrime per il fatto che non stavo più con loro. Mi sollevai sui gomiti, strizzando gli occhi per il sole che sorgeva da dietro gli alberi. La primavera si era insinuata nel bosco e aveva spinto lontano a nord i venti gelidi. Adesso l’aria era tiepida e asciutta. Le foglie verdi luccicavano sullo sfondo del cielo azzurro, e l’unico suono era il respiro degli altri ragazzi vicino a me. Il mio cappotto di lana grigia, che mi era stato donato all’inizio dell’inverno, era umido di rugiada. Asciugarlo con le mani non serviva a niente. Mi alzai e lo scrollai, schizzando gocce in ogni direzione.

Il ragazzo di Auschwitz, Steve Ross, Newton Compton. Traduzione di Nello Giugliano. È una storia vera. Che si deve conoscere. Che non si può dimenticare. Che non si deve rimuovere. Che è obbligatorio ricordare. Perché la testimonianza è l’unico antidoto alla barbarie. È l’unica speranza che l’orrore non si ripeta. Peggiorato, se possibile. Perché l’odio è nella natura umana. È innato. Non muore. Mai. Va combattuto. Sradicato. Non bisogna abbassare la guardia. E tacere è colpevole complicità. Il protagonista ora è un uomo più che adulto, ma è stato, come tutti, un bambino. E i bambini di otto anni devono essere felici. Non internati in un campo di concentramento. Lui c’è stato. Ci ha vissuto, ammesso che quella fosse vita. Ha visto l’indicibile. E lo dice. Lo racconta. Indispensabile, oggi più che mai.

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“Sotto il kilt… niente”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Amalia roteò gli occhi poi sbuffò: Eric McAvoy grondava fascino a secchiate e, se solo lei fosse stata appena più sensibile, si sarebbe ritrovata in una pozza ai suoi piedi. Ma poteva vantare anni di pratica nel destreggiarsi tra uomini belli e affascinanti, la convivenza con Campbell l’aveva temprata a dovere. Il suo cuore non accelerò di un battito, neppure quando lo sguardo dell’uomo si fece intenso e penetrante. Sapeva cosa stava passando per la testa di McAvoy, le stava prendendo le misure.  Letteralmente. Amalia immaginava di essere abbastanza graziosa da attirare l’attenzione di qualche uomo interessato alle forme voluttuose e al fascino distratto da intellettuale. Era anche abbastanza consapevole che il suo stile trasandato e gli spessi occhiali da maestrina trovavano facilmente posto nelle fantasie erotiche di molti. In qualche occasione si era divertita a giocare, il tanto che bastava per vedere fino a che punto si sarebbe potuta spingere. Ma la verità era che lei non era portata per le relazioni con l’altro sesso, neppure quelle di una notte e via.  Tutte le volte che aveva provato a darsi una possibilità, aveva fallito miseramente. La delusione, di fatto, era diventata un boccone troppo amaro da mandare giù e aveva rovinato qualunque rapporto fisico o emotivo che aveva provato a costruire. Amalia si era rassegnata a trovare soddisfazione in qualcosa che non fosse il sesso o, peggio ancora, l’amore. Provava attrazione per gli uomini, ma la cosa finiva lì. Si era infatuata di qualcuno in passato e si era buttata in quei rapporti con la speranza che uno di loro possedesse la chiave per far emergere quella parte di lei che non ne voleva sapere di uscire. Non era successo, mai.  Nonostante i suoi amanti si fossero dimostrati abbastanza sensibili, disponibili o feriti nel loro orgoglio, Amalia non aveva mai assaporato fino in fondo le gioie dell’amore.

Sotto il kilt… niente, Giuditta Ross, Triskell. Amalia Rossetti nel nome ricorda, al netto del cambio di qualche suono, una delle più importanti poetesse italiane del ventesimo secolo, dalla vita breve, tragica e sfortunata, inestricabilmente legata al nome, fra gli altri, di Rocco Scotellaro, ma in verità è una restauratrice. È brava, capace, appassionata. Quando il suo più caro amico ed ex coinquilino dei tempi dell’accademia le chiede di raggiungerlo a Edimburgo e di entrare a far parte del team del Museo Nazionale di Scozia non può né vuole dire di no. Certo, non è che l’ambiente nel quale di fatto all’improvviso si trova catapultata sia proprio il più accogliente possibile, ma Amalia non se ne cura. C’è però un però, come sempre nella vita. Iain MacLeod. Il capo della sicurezza del museo. Un marcantonio maniaco del controllo. Che ha fatto i conti senza l’oste. E nella fattispecie, l’oste è Amalia. Erotico, sensuale, trascinante, classico ma niente affatto banale, scritto con cura: da leggere.

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“Memorie di un giudice di campagna”

51FMp2PC7AL._SX327_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Possa il diavolo spezzarvi le gambe!

Memorie di un giudice di campagna, Somerville e Ross, Elliot, traduzione di Sabato Angieri. Sinclair Yates è un maggiore. O meglio, lo è stato. Ora accetta di abbandonare la divisa dell’esercito di sua maestà britannica e di diventare una sorta di governatore di una località rurale d’Irlanda. Con lui c’è la moglie: è infatti convolato da poco a giuste nozze, e sono una bella e giovane coppia, che pensa di essere sulla soglia di una vita tranquilla. E certo non si può dire che si espongano al pericolo propriamente detto, ma senza dubbio a un gran numero di bizzarrie: il paesucolo sembra animato da contese guareschiane, i personaggi si crogiolano nella rassicurante ripetitività delle loro abitudini salvo poi adire alle vie legali per questioni futilissime con la stessa verve di certi personaggi aristofanei. Colorati come cespugli di rose selvatiche, i ritratti di ambienti e luoghi qui dipinti sono umorismo allo stato puro, espressioni elevatissime di satira, ironia, intelligenza. Un’antologia di racconti imperdibile.

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