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“Il dannato caso del signor Emme”

di Gabriele Ottaviani

La suora si arrende. Facendosi ripetutamente il segno della croce e lanciandoci un’occhiataccia ricolma di odio denso e palpabile, torna a sedersi accanto alla sua consorella. Altro che perdono cristiano, se solo potesse, ci prenderebbe a frustate con un gatto a nove code. Sono molto fiero di mio fratello e con un sorriso gli dimostro tutto il mio apprezzamento per la sua dialettica, ancora acerba ma assai efficace. Lui alza due dita in segno di vittoria e poi si volta di scatto. Un’improvvisa bussata fa uscire dal letargo le due guardie svizzere che, come congegni sincronizzati, battono a terra la base dell’alabarda, si girano di novanta gradi verso l’interno fino a trovarsi faccia a faccia, alzano le imposte di legno e, come pupazzi a molla, tornano immediatamente nella posizione iniziale, di nuovo sull’attenti, di nuovo ibernate. Le ante gracchiano sul pavimento, i cardini cigolano e il portone si apre. Dalla penombra emerge un sacerdote…

Il dannato caso del signor Emme, Massimo Roscia, Exorma. Insegnante di comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica e marketing territoriale, critico enogastronomico, romanziere, saggista, finissimo e pluripremiato esegeta, conferenziere, guida solerte e valida per il lettore nei meandri della grammatica, sovente violentata come e peggio della natura dall’ignoranza di chi non sa e dalla superbia di chi crede di sapere, autore, divulgatore e molto altro ancora, Massimo Roscia è uno, nessuno e centomila, e il suo ritorno in libreria avviene per il tramite di una storia proteiforme, che trascende la partizione tassonomica di genere e regala suggestioni irresistibili, celebrando al tempo stesso il policromo ventaglio di salvifiche possibilità che in nome della bellezza garantisce la letteratura: allegorico e surreale eppure tragicamente concreto, il romanzo racconta con accenti lirici e potenti il viaggio di Carla, ex giornalista che a bordo di un ex scuolabus di provenienza incerta e targato Zagabria attraversa un’Europa frammentata e divisa per riabilitare, per il tramite di una costellazione di irresistibili incontri, la memoria di un personaggio fondamentale del Novecento letterario, condannato all’oblio dalla protervia del potere, il signor Emme… Da non perdere.

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“Peste e corna”

COP_Roscia_Peste e corna.indddi Gabriele Ottaviani

Altri slogan, altre frasi stereotipate, altre parole di silicone. I relatori che seguono parlano, senza dire nulla, di programmazione a medio e lungo termine, di fuga dei cervelli, (peccato che, in alcuni casi, i cervelli fuggiti all’estero abbiano lasciato i corpi in Italia) e di analisi costi/benefici; ogni tanto qualcuno infila nel discorso aggettivi come «ecologico» e «sostenibile», perché un po’ di green economy oggi non si nega a nessuno. Il responsabile marketing senior (e quel «senior» purtroppo lascia presupporre che in giro, da qualche parte, ci sia anche un «junior») di un’azienda leader, da sempre attenta ai temi del turismo e della cultura, dopo aver scoperto l’acqua calda ritiene utile e opportuno condividerla con l’intera platea: «Per competere a livello internazionale, bisogna imparare l’inglese, perché se oggi non sai l’inglese, non vai da nessuna parte». E magari anche lo spagnolo: perché lo spagnolo è facile; perché, come dicono in molti, «basta mettere una s alla fine di ogni parola». In piedi sui pedali, inizia la salita più dura. Un emerito sconosciuto è chiamato alla lettura integrale di un bando pubblico – lettura che a Mario fa venire il latte alle ginocchia – le cui principali linee di intervento dovrebbero acquistare concretezza in non meglio precisate «azioni per l’attivazione, la riqualificazione e l’ampliamento di specifiche iniziative volte precipuamente alla destagionalizzazione dell’offerta turistica». Alla parola «destagionalizzazione», parte la solita manfrina.

Peste e corna, Massimo Roscia, Sperling & Kupfer. Capita a tutti di usarle. E di abusarne. Perché sono espressioni che hanno avuto e hanno fortuna. Non richiedono sforzo. Sono facili. Immediate. Riuscite. Caratteristiche. Istintive. Rappresentano molto di più di quanto semplicemente non esprimano con le parole, poiché quei lemmi sintetizzano in realtà un sentire comune, un’appartenenza, un’identità. E quindi, anche per pigrizia, spesso le si adopera. Non sono traducibili perfettamente, ancor più di quanto già di norma non lo sia la lingua nella sua infinita e molto meno banale varietà. Sono le frasi fatte. Massimo Roscia, geniale non-linguista, non-lessicografo e non-grammatico che con ogni evidenza ama spasmodicamente la lingua di Dante, Pascoli e Volo, mette alla berlina lo stereotipo attraverso la storia di Mario, un travet romano che si trova suo malgrado circondato dall’ovvietà. Divertentissimo, allegro, giocoso, serio ma non serioso, profondissimo: più che un libro un sapidissimo ritratto della nostra società e del nostro tempo, che certo ha dei debiti nei confronti di autori come Campanile o Flaiano, ma anche una spiccata originalità, e un invito appassionato a concedersi il lusso di osare l’autenticità. Insomma, non tutti gli autoscatti sono fatti per impazzire alla ricerca del filtro perfetto… Da non perdere.

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