Intervista, Libri

“Le amiche imperfette”: intervista all’autrice

mariapia086-135©picdi Gabriele Ottaviani

Maria Pia Romano è l’autrice dell’ottimo Le amiche imperfette: Convenzionali, con grande gioia, la intervista per voi.

Da dove nasce questo romanzo?

Le amiche imperfette nascono dal desiderio di parlare di libri, di successi inseguiti a ogni costo, di scrittura e mondanità. Di silenzi che graffiano. Troppo spesso si è disposti a pagare pur di vedere il proprio nome su una copertina: con ironia e disincanto, racconto una storia dei nostri giorni, in cui il talento si può costruire a tavolino e l’amore è un gioco fugace che si morde e si nutre di chat.

Chi sono Angelica ed Elisa?

Potrebbero essere due stereotipi da libro da ombrellone, se non fossero di carne, una con i suoi vuoti bianchi, l’altra con la sua sofferenza colorata di pagine.

Che valore ha la scrittura?

La scrittura per me è un approdo di armonia momentaneo. Si racconta una storia, vivendo altre vite, un modo di guardare il mondo e diventare altro da se stessi. Per me la scrittura è necessità. La lettura delle scritture degli altri, poi, è conforto costante di cui vado in cerca affamata.

Che ruolo ricopre l’amicizia nella nostra società? E in questo periodo storico in particolare?

L’amicizia dovrebbe essere un valore. Troppo spesso è un patto di alleanza, ma sulla convenienza reciproca si costruiscono i castelli di sabbia, belli e destinati a sgretolarsi. Oggi è tutto veloce, non esiste la cura dell’attesa. Si proclama in fretta la scoperta dell’amicizia, altrettanto si passa oltre.

Quanto la precarietà economica è diventata precarietà di sentimenti?

Credo che questa, molte volte, sia una scusa per essere dinamicamente proiettati verso i propri universi. Ma anche per farsi i cazzi propri ci vuole eleganza, la disponibilità di denaro è altra storia.

Come sta vivendo questo periodo di pandemia?

Pandemia? Qui a Gallipoli vedo spiagge affollate e discoteche aperte, vita normale. Chi ha dimenticato non ha capito nulla dei morti degli altri. In libreria ho fatto firmacopie con le mascherine e ingressi contingentati, i festival prevedono distanze ed accorgimenti. Giusto che sia così. E che si legga, oggi più che mai. Durante il lockdown ho viaggiato molto, con i libri.

Il libro e il film del cuore, e perché.

L’ora di tutti di Maria Corti (1962). L’ho scoperto a tredici anni e lo rileggo periodicamente: c’è la bella Idrusa, la mia Otranto, il profumo di una terra, il Salento, che mi ha adottata. Nuovo cinema Paradiso, di Giuseppe Tornatore (1988). Perché ogni volta piango, per quei baci mai proiettati, per quella vita che è scivolata via dalle mani.

Prossimi progetti?

Terminare nel migliore dei modi il mio dottorato di ricerca in Nanotecnologie, che mi porterà anche per qualche mese all’estero, Covid permettendo. E dico grazie alla Vita, sempre. E canto.

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Libri

“Le amiche imperfette”

COVER_Le amiche imperfettedi Gabriele Ottaviani

Per sempre a Elisa sarebbe rimasto in bocca il sapore delle estati torride…

Le amiche imperfette, Maria Pia Romano, Besa. Scritto in stato di grazia, intenso, avvincente, intrigante, capace di indurre all’immedesimazione, alla riflessione, all’empatia, di coinvolgere e conquistare, tenendo desta l’attenzione, grazie alla riuscita connotazione di ambienti, personaggi e situazioni, il romanzo di Maria Pia Romano, con prosa articolata e suadente, introduce il lettore in un vorticoso ma mai forsennato, anzi, sempre misurato e raffinato, tumulto di emozioni, che si dipana attraverso un intreccio di vite accomunate, al netto delle differenze, da punti di contatto insospettabili e decisivi. Angelica ed Elisa non potrebbero apparire, almeno di primo acchito, più dissimili, eppure c’è un segreto che ne tiene avviluppati i destini, e… Da non perdere.

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Libri

“La formica sghemba”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Mi prometteva che Giancarlo mi avrebbe chiamato: aveva detto che ero, con G., l’unica persona che avrebbe avuto piacere sentire e, casomai, vedere. In effetti, due o tre volte ci parlammo al telefono, poi – mi era stato preannunciato da G. – mi avrebbe voluto vedere al Policlinico Umberto I dove era ricoverato da qualche settimana. L’invito arrivò e io lo dovetti preparare interiormente, perché con pigiama e ciabatte ad attendere la morte non ce lo avevo mai visto. Ci andai un venerdì pomeriggio, prima di partire per Gradara – la città natale della fidanzata attuale di Achille – in prima serata. Era inverno, era freddo, era buio. Cercai in lungo e largo quel reparto, quell’edificio, che in realtà era una palazzina dalla faccia d’amianto, del tutto nascosta agli altri padiglioni. Pensai che era un modo per allontanare gli unti, gli appestati che ci erano ricoverati, quelli con un destino segnato grosso come un amen sopra la zucca. Poi lo trovai. Mi ero preparato a riconoscerlo a condizione di superare qualunque trasfigurazione avesse operato la malattia sul suo volto e ci misi pochissimo a mettere in pratica i propositi. La visita si sostanziò in due ore lunghissime, bellissime ma molto complicate. Questo ricordo di quel pomeriggio, l’ultimo in cui vidi Giancarlo: la rabbia, che era poi uno dei suoi tratti distintivi. Era arrabbiato, era una furia, era oltre ogni più ragionevole incazzatura; e così mi si sfatò il mito che la morte, quando è prossima, ti rende più dolce, più ragionevole, fa subentrare la rassegnazione e un’aura quasi agiografica. No. Era infuriato con tutto: col destino, con la vita, col padre – che nel frattempo stava morendo di cancro in un ospedale poco lontano –, con la solitudine, ma soprattutto era una furia con la sua famiglia, quella che aveva faticato contro i suoi demoni a metter su. Si immaginava la moglie che avrebbe scopato con altri, si immaginava i suoi risparmi spesi per fare una vacanza senza di lui, si immaginava chi – e credeva sarebbero stati molti, perché lui non era stato un buon marito – sarebbe passato per casa sua e avrebbe potuto vedere le sue figlie crescere, lui che invece non avrebbe potuto esserci al prossimo compleanno.

La formica sghemba, Paolo Romano, Scatole Parlanti. Essere padri non è facile. Essere padri separati lo è ancor meno. Ognuno spera che l’amore sia per sempre. Ognuno spera che nel momento in cui decide di costruire una famiglia questa sappia resistere a tutti i venti. Ognuno sa che non è facile. Ognuno sa che spesso non è così. Ognuno sa che ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo, mentre quelle felici, per definizione, si somigliano un po’ tutte. Ognuno sa che quando qualcosa finisce è inevitabile soffrire, e c’è sempre qualcuno che patisce più degli altri, di norma chi ha meno colpa. Il lettino della psicologa è il calderone in cui, come mosto che fermenta, ribollono, col ritmo di una malinconica ballata, storie di vite fragili e complicate, intense, profonde, commoventi, irresistibili, policrome tessere di mosaico, frammenti di un caleidoscopio evocativo. Romano, giornalista che ha studiato legge ed è esperto di musica, connota i suoi personaggi con acribia magistrale. Da non perdere.

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“L’epidemia sovranista”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Gli argomenti di Orbán sono evidentemente indirizzati soprattutto alla finanza internazionale e alla commissione di Bruxelles. Ma non sono nuovi e ricordano un periodo, agli inizi del Novecento, quando la più vivace intellighenzia europea lanciava i suoi strali contro un parlamentarismo mediocre e corrotto, mercante di voti, frequentemente esposto a scandali clamorosi e pronto a qualsiasi compromesso pur di conquistare e spartire il potere. Molti giovani che partirono entusiasticamente per il fronte nel 1914 o nel 1915 speravano che la guerra, come gridava il manifesto del Futurismo, sarebbe stata «l’igiene del mondo». Molti sindacalisti credevano, come Georges Sorel, che la violenza proletaria avrebbe purificato il mondo e conquistato il potere. Molti brillanti studenti delle migliori università europee, come i «cinque di Cambridge», credettero in Lenin e nel bolscevismo. L’idea di uno Stato etico e corporativo (vale a dire illiberale) piacque a Giovanni Gentile e a quelli fra i suoi studenti che sarebbero divenuti comunisti…

La società è sempre più rabbiosa, invidiosa, proterva, cattiva, xenofoba, omofoba, razzista, dimentica dell’illuminismo e del raziocinio, preoccupata solo del proprio particulare, per dirla con Guicciardini, non considerando che in questo modo mette a repentaglio, per non dire che letteralmente distrugge, ogni cosa: a Dresda si lancia l’allarme contro rigurgiti nazisti, in Italia si nega a degli studenti di visitare Auschwitz e si mette sotto scorta una signora quasi novantenne reduce dai lager. Come siamo arrivati a questo punto? Come si può ancora pensare nel duemiladiciannove ultraglobalizzato che abbia senso il rinserrarsi, anacronistico per antonomasia, nei propri risetretti, soprattutto dal punto di vista mentale, confini? Evidentemente si può: Sergio Romano, eccellente come sempre, lo spiega. In un volume fondamentale e lapidario. Per conoscere, riflettere, capire. Da non perdere. L’epidemia sovranista, Longanesi.

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“Bruxelles”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

È a Bruxelles che nacque l’art nouveau…

Bruxelles – Terra di frontiera tra mondo latino e tedesco, Beda Romano, Il Mulino. È la capitale di uno stato piccolo ma ricco, non solo economicamente, dove ci sono fiamminghi, la cui parlata è nordica, e valloni, che hanno un idioma madrelingua neolatino, è sorprendente terra di confine, conflitto, contatto, città bella e raffinata e più interessante di quel che si potrebbe supporre di primo acchito, a uno sguardo iniziale e superficiale viziato da pregiudizi e stereotipi, riveste un ruolo importante a livello comunitario, e del resto pare anche geograficamente, storicamente, finanche climaticamente un luogo di incontro e mediazione ideale, simbolo e quintessenza di un progetto cosmopolita capace di costruire solide basi per un futuro migliore e di pace, anche se l’Europa, come istituzione, pare aver perso smalto e appeal: Beda Romano, giornalista e scrittore, corrispondente per Il Sole 24 Ore proprio dalla capitale belga, microcosmo di stili, arti e tendenze che conosce con ogni evidenza a menadito e sa ben raccontare, ne fa un vivido, accattivante, istruttivo e riuscito ritratto.

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“Due racconti”

5100-isyxEL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ci siamo sempre intese quasi senza parole.

Un caso di coscienza e Ho sognato l’Ospedale, le cui prime stampe sono rispettivamente datate millenovecentonovantadue e millenovecentonovantacinque, sono i titoli dei Due racconti, la cui edizione Lindau è introdotta da Giovanni Tesio e curata da Antonio Ria, di Lalla Romano (Le metamorfosi, Maria, tetto murato, L’uomo che parlava solo, La penombra che abbiamo attraversato, Le parole tra noi leggere, titolo che cita Montale e con cui si aggiudicò nel millenovecentosessantanove il premio Strega, prevalendo su Bonaviri, Brunamontini, Chiara, Chiesura, Cordero, Della Corte, Garboli, Guerra, Mazzaglia, Savonuzzi, Tomizza e Troisi, ossia i candidati di quell’anno, L’ospite, Lo stregone, Inseparabile, Nei mari estremi, In vacanza col buon samaritano, Diario ultimo, La villeggiante, Una giovinezza inventata, Fiore, L’autunno), poetessa, scrittrice, traduttrice, anche di Flaubert, aforista, giornalista, autrice maiuscola e troppo poco letta, una delle voci italiane più significative del cosiddetto secolo breve, che ha attraversato pressoché nella sua interezza, essendo nata nel millenovecentosei e venuta a mancare nel duemilauno: in questo agile volume mediante immagini vivide e parole lievi la scrittrice aggiunge nuove pennellate di colore alla tavolozza della sensibilità con cui indaga il mistero e il potere della memoria. Da leggere.

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“Il segretario di Montaigne”

51qLMVyoCWL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Fu un’esperienza memorabile per Montaigne, ma anche per me.

Il segretario di Montaigne, Luca Romano, Neri Pozza. Veste solo di bianco e di nero, ha uno sguardo che scintilla d’intelligenza, acume, curiosità, vivacità, un pizzetto curatissimo e un giorno accoglie nel suo castello un ex capitano di cavalleria leggera esasperato dalla vita condotta fino a quel momento, nella Francia secentesca letteralmente dilaniata dai conflitti di religione, e che gli chiede asilo, offrendogli i suoi servigi come contadino o guardiano: ma quell’uomo, Montaigne, dall’intelletto sublime e dall’animo nobile, non ha bisogno né dell’uno né dell’altro, bensì di un fido segretario. È così che inizia una straordinaria avventura, raccontata in modo avvincente ed elegante.

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“Elementi di teoria per la storia economica”

51yv+FPIZ7L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quando le partite correnti sono in passivo il paese è un importatore netto di capitali; nel caso contrario è invece un esportatore attivo.

Elementi di teoria per la storia economica – Una rilettura dell’Italia dal 1950 a oggi, Giorgio Romano, Il Mulino. L’Italia esce dalla dittatura e dalla seconda guerra mondiale, diventa repubblica, viene abbondantemente finanziata dagli americani, si ricostruisce, vive i fermenti del boom, gli anni di piombo, la corruzione, la fine della prima repubblica, la svalutazione e il prelievo fiscale nottetempo, il passaggio all’euro, la crisi planetaria: tutto questo mentre con lei cambiano la società, la politica, il mondo. Il manuale di Giorgio Romano è semplice, chiaro, interessante, preciso, puntuale, divulgativo, esaustivo. Per tutti gli studenti e per coloro che vogliono imparare, conoscere, capire.

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“D’amore e baccalà”

5117lkrCWhL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Per raggiungere LX-Factory nel quartiere di Alcântara, che con i suoi moli sul Tejo è il volto marsigliese di Lisbona, devo procedere in direzione di Belém e fermarmi proprio sotto i pilastri del Ponte 25 de Abril. Sono costretto a prendere un altro elétrico. Non il temuto Tram 28, responsabile della mia caduta e probabilmente della mia visionaria follia, ma il più tranquillo 15, altrettanto storico ma con un percorso meno periglioso. Il lato positivo è che sto andando in direzione del migliore e originale pastel de nata di Lisbona, non la copia (che comunque non disdegno affatto) della catena The World Needs Nata con cui faccio spesso colazione. Se davvero ritrovassi Beatriz potrei proporle una gita al magnifico Monastero dos Jerónimos, il grande capolavoro dell’arte manuelina, del periodo cioè in cui regnò Manuel I detto l’Avventuroso, responsabile di tutte le principali scoperte geografiche del Portogallo.

D’amore e baccalà, Alessio Romano, EDT. Per il viaggiatore che vi giunge dal mare, Lisbona sorge come una bella visione da sogno, stagliata contro un cielo azzurro splendente che il sole allieta con il suo oro. E le cupole, i monumenti, i vecchi castelli si stagliano sopra il turbinio di case, come araldi lontani di questo luogo delizioso, di questa regione fortunata. Così Pessoa. Carolina Invernizio, invece, prolificissima e assai sottovalutata scrittrice, dice che Lisbona è una delle città più belle del mondo, specialmente per la sua giacitura. Sorge essa a guisa di anfiteatro su poggi e colli, lungo la riva destra del Tago, e questo largo fiume, dalle arene d’oro, porge alla capitale del Portogallo uno dei nobili, vasti e sicuri porti interni che sianvi, il quale può contenere tutte le armate navali dell’Europa. E come non pensare a Paul Buck (Lisbona non è una grande città. Anzi è la più piccola delle capitali occidentali. Pare adatta a un soggiorno breve, poco più di un week-end. Non è stipata di monumenti che devono essere assolutamente visti. Lo testimoniano i turisti che arrivano nei suoi alberghi e ripartono “prima di doversi cambiare la biancheria”. I turisti frettolosi che la visitano percorrendola a tutta velocità, nei loro bus, o che si aggirano per l’Alfama con l’unico scopo di trovare la via d’uscita dal suo labirinto di viuzze. No, Lisbona non è una città qualunque. È una città dal ritmo lento. La si può godere solo se ci si adatta a quel suo ritmo. È perfettamente in sintonia con il suo spirito starsene seduti al sole per un pomeriggio intero su un miradouro (belvedere), guardando il mare di tegole rosse, e appena più in là, più giù, le imbarcazioni che solcano le acque del Tago.), a Saramago (Il viaggiatore procede per i vicoli tortuosi, dove le case da un lato e dall’altro quasi si toccano, e lassù dove il cielo è una fessura tra le gronde separate a stento da un palmo o per queste piazzette inclinate dove due o tre scalini aiutano a vincere il dislivello, e vede che alle finestre non mancano i fiori, né le gabbie con i canarini.) o a Tabucchi (E si sentì spossato, sostiene Pereira. Riuscì a trascinarsi fino alla più vicina fermata del tram e prese un tram che lo portò fino al Terreiro do Paço. E intanto, dal finestrino, guardava sfilare lentamente la sua Lisbona, guardava l’Avenida da Liberdade, con un suoi bei palazzi, e poi la Praça do Rossio, di stile inglese; e al Terreiro do Paço scese e prese il tram che saliva fino al Castello. Discese all’altezza della Cattedrale, perché lui abitava lì vicino, in Rua da Saudade.)… Sono tanti gli spiriti guida in questa città sospesa tra fado e sogno, tra azulejos e azzurrità non di porcellana ma procellosa, come il mutevole cielo, come l’oceano, per Alessio, che un giorno incontra Beatriz, una cameriera bellissima, scontrosa ed evanescente. E il suo anelito è ritrovarla. Alessio Romano scrive un’ode in prosa alla bellezza tout court, e non si può non leggerla.

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“Trump e la fine dell’American dream”

41sr2Vb8VNLdi Gabriele Ottaviani

Il caso Trump ha fatto dell’America e delle sue istituzioni un nido di vipere.

Trump e la fine dell’American dream, Sergio Romano, Longanesi. Molti si chiedono ancora come sia stato possibile che sia diventato il nuovo inquilino della Casa Bianca. C’è chi ha persino citato una serie tv di successo per ironizzare sulla conversione a U avvenuta, passando da Obama a lui, preso in giro per il ciuffo che gli garrisce sulla fronte, pubblicando sue GIF con la didascalia Orange is the new black. È vero anche che in competizione con l’affarista non c’era la donna più limpida del mondo, ma di certo, per molti versi, a detta di parecchi, una rappresentante delle istituzioni decisamente più presentabile, credibile, seria, autorevole, preparata. Tanto che ha preso milioni di voti in più di lui, ma col sistema elettorale a stelle e strisce, basato sui grandi elettori, fatto perché l’America non è solo NYC, LA o San Francisco, e dunque per dare pari valenza anche a chi vive nel più remoto rione dell’Idaho (una sorta di media pesata, in definitiva), i valori assoluti non contano. Del resto Donald Trump rappresenta perfettamente un certo tipo di anima americana, probabilmente, in realtà, specie in certe aree del paese, assai maggioritaria: ma è altrettanto vero che con la sua presidenza, che non si sta distinguendo sinora per straordinari successi in nessun campo, e che anzi comincia a far vacillare la fiducia nei suoi riguardi anche in taluni esponenti di spicco della base e delle alte sfere del GOP, il partito repubblicano, molte certezze – forse semplici sogni, o banali illusioni – che si davano per assodate in realtà non paiono più esserlo… Sergio Romano, come sempre con una prosa dotta, brillante, semplice, piena, elegante fa un’approfonditissima esegesi, utile, importante, istruttiva, interessante.

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