Teatro

“Racconti d’aria”

foto racconti d'aria (formato leggero)Pubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa.

La compagnia Materiaviva presenta

Racconti d’Aria

“…ogni uomo, in ogni istante, racconta una storia…”

 

Racconti d’Aria è uno spettacolo in più capitoli, nato da un progetto di ricerca e creazione finalizzato all’esplorazione di alcune fra le più spettacolari tecniche circensi, come mezzo espressivo forte, sganciato dall’immaginario del virtuosismo tecnico.

L’acrobatica aerea è uno strumento, è un linguaggio. È l’aria stessa che diviene uno spazio privilegiato, un luogo extraquotidiano dal quale parlare di grandi e piccole cose, un luogo dal quale osservare il racconto degli altri, un luogo protetto dove poter protestare, gioire, sognare, amare, piangere, danzare, al riparo da tutto, un “non luogo” ideale dove ogni azione è fragile e necessaria.

ideazione e regia Roberta Castelluzzo

progetto fotografico: Emanuele Peschi

dal 28 al 31 maggio 2015

Teatro Furio Camillo

via Camilla, 44 – Roma

tutte le sere ore 21,00 –  domenica ore 18,00

biglietto intero € 12,00 – ridotto € 10,00

info@teatrofuriocamillo.it

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Teatro

“Anselmo e Greta”

Pubblicazione a cura della Redazione del comunicato stampa.

ANSELMO E GRETA

Liberamente ispirato alla fiaba dei fratelli Grimm

Una produzione DYNAMIS e TSI La Fabbrica dellAttore

9 11 12 giugno 2015

Fringe Festival Roma

Parco Adriano, Giardini di Castel Sant’Angelo

Martedì 9 giugno ore 23.30

Giovedì 11 giugno ore 22.00

Venerdì 12 giugno ore 20.30

Dopo l’esordio al Teatro Vascello, che insieme al collettivo teatrale Dynamis ne cura anche la produzione, ANSELMO E GRETA, spettacolo per adulti e bambini dai 6 anni in su, approda al Fringe Festival 2015. Lo spettacolo sarà in scena al Parco Adriano, Giardini di Castel Sant’Angelo – palco A, martedì 9 giugno alle ore 23.30, giovedì 11 giugno alle ore 22 e venerdì 12 giugno alle ore 20.30.

La compagnia conferma la ricerca sui nuovi linguaggi, e porta in scena uno spettacolo liberamente ispirato ad una delle fiabe più celebri dei fratelli Grimm. Hansel e Gretel è un pretesto per raccontare un’ipotesi altra, un mondo capovolto: in scena gli attori si dichiarano come tali, ancora non personaggi, pronti ad interpretare la storia e a rovesciarla.

NOTE DI REGIA

Anselmo e Greta” si struttura come fiaba dell’inconscio, dove non ci sono i cattivi tradizionali così come i buoni, dove tutto è rovesciato, contaminato. Il racconto è attraversato da parossistiche condizioni familiari, i protagonisti indossano i vestiti della festa intrappolati nelle dinamiche quotidiane sistematiche e ripetitive. Intravediamo i loro condizionamenti, le rabbie, le timidezze, le paure laddove gli adulti sono sempre più marginali, piano piano assenti.

Poi la perdita nel bosco, un bosco ideale, di paure, di isolamento, di ricongiungimenti e di abbandoni, nel buio suoni di un’eco lontana, spicchi di luce da una discarica. È qui che si intravede, per Anselmo e sua sorella Greta, una nuova possibilità, la loro emancipazione, attraverso un incontro sorprendente.

Lo spettacolo è già andato in scena a gennaio 2015 al Teatro Vascello.

Alcuni stralci di rassegna stampa:

Della favola originaria rimangono alcune tracce: la madre morta che in questa versione ha il compito di narratore un padre risposato, un figlio abbandonato nel bosco. Diversamente da quella però, Anselmo e Greta sono i figli della seconda moglie, manipolatrice lei, viziati loro. I personaggi diventano simboli di un disagio attuale, intrappolati in un linguaggio che parla per emoticon, che conosce laffetto dei genitori piùattraverso gli effetti di post produzione di una foto che per leffettiva presenza in scena ridotta a meccanica reiterata. Lenergia ben canalizzata dei sei attori non solo a servizio dellimmagine e del dispendio fisico permette allo spettacolo di relazionarsi criticamente non tanto con la favola, quanto soprattutto con una condizione che pervade gran parte della fascia giovanile per la quale spesso la compagnia ha condotto laboratori di formazione. Figli del consumismo e del palinsesto televisivo, sommersi da innumerevoli attività pomeridiane che hanno il sapore di una pubblicità imparata a memoria, eccoli i figli di una generazione 2.0.Viviana Raciti, Teatro e Critica

Il giudizio sullultimo lavoro dei Dynamis non può che essere positivo e incoraggiante. La comunicazione digitale e social, ampiamente usata dal gruppo nei laboratori e per lanciare sfide e call sulla rete, non regge la scena, rivelando la sua natura intrinseca sostanzialmente acritica e neutra. Invece il lavoro nel suo complesso non è neutro, non lascia indifferenti: Anselmo e Greta è una piccola favola urticante che fa riflettere e specchiare i suoi giovani e giovanissimi destinatari. – Nicola Villa, Gli Asini

Tra grappoli di palline colorate che piovono addosso, praline di cereali sparse ovunque, carrelli della spesa che sfrecciano sul palco e la musica irresistibile di Cacao meravigliao, Anselmo e Greta, liberamente ispirato a Hansel e Gretel, la celeberrima fiaba dei fratelli Grimm, è uno spettacolo straordinario. Perché è scritto con penna felice, è pieno di trovate interessanti, e soprattutto è recitato benissimo da Ilaria Bevere, Concetto Calafiore, Filippo Lilli, Dalila Rosa, Francesco Turbanti e Marta Vitalini.- Gabriele Ottaviani, Convenzionali

Anselmo e Greta rovescia la storia di Grimm, fa sfumare i confini canonici tra buoni e cattivi, esplora le dinamiche della nostra società in modo sintetico, ironico e accattivante, facendone uno spettacolo piacevole per i bambini, ma soprattutto una brillante riflessione per i grandi.Sarah Curati, Paperstreet

Ci sono spettacoli pensati per ragazzi talmente ben fatti da lasciare spiazzati persino gli adulti. Anche quando il punto di partenza rappresenta programmaticamente unopera per i più giovani, come le fiabe dei fratelli Grimm tramandate di padre in figlio da generazioni ormai, la loro trasposizione in chiave contemporanea non permette al tempo di farle allontanare come una galassia da noi. Così, la fiaba di Hansel e Gretel, per loccasione “Anselmo e Greta, portata sul palcoscenico del Teatro Vascello di Roma lo scorso week end dalla giovane compagnia Dynamis, ha vivificato lassunto secondo il quale i miti che ci trasciniamo dal passato hanno sempre qualcosa di nuovo da insegnarci.Renata Savo, Scene Contemporanee

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Teatro

“Mozart e Salieri”

mozart salieridi Giulia Cantarini

La leggenda dell’assassinio di Mozart, già insinuato all’indomani della sua morte da un quotidiano viennese e presumibilmente confermato in punto di morte da un Salieri ormai confuso dalla demenza senile, ha goduto di duraturo successo nella cultura degli ultimi due secoli. Puskin, ispirato dalla ‘confessione’ del compositore italiano, cominciò appena un anno dopo la sua morte (1825) a scrivere il suo Mozart e Salieri, microdramma che avrebbe ispirato, in ordine, l’opera omonima di Rimskij-Korsakov (1897) e la pièce Amadeus di Peter Shaffer (1979), a sua volta riadattata nel celebre film di Milos Forman (1984).

Il fulcro della tragedia di Puskin, fonte principale di questa nuova versione, era l’interesse, tutto Romantico, per la figura dell’artista naturalmente dotato di genio, e della funesta invidia che tal genio suscita nel disciplinato e scrupoloso mestierante Salieri. Inevitabilmente, questi temi si intersecavano con quelli, altrettanto cari allo spirito del tempo, dello scontro tra l’innocenza e l’esperienza, e della ricerca dell’artista della libertà dalle costrizioni mondane e materialistiche – dall’asservimento a qualsiasi causa che non sia la ricerca della bellezza.

Mozart appare quindi in scena come un giovane tanto posseduto dalla musica quanto svanito, in dissonanza (si passi il gioco di parole) con le esigenze pratiche della vita quotidiana come con l’articolata razionalità di Salieri. Alla sterile freddezza del compositore più anziano contrappone, semplicemente, l’immediatezza della sua musica sublime. Così le note della sua nuova opera (Il flauto magico) diventano l’espressione del viaggio di un uomo verso la libertà e l’amore (Mozart come Tamino o Papageno) e della paralisi di un altro nella rabbia e nella vendetta (Salieri come Regina della Notte). Per quante domande, critiche e richieste di chiarimenti Salieri possa opporre al limpido messaggio del più talentuoso musicista, la migliore controargomentazione offerta Mozart non si articola in parole, bensì nell’espressione, tanto auditiva quanto visiva (grazie alle scene di Francesca Barattini, che ‘visualizzano’ i pentagrammi nella mente del salisburghese) della sua arte.

Mino Manni (Salieri) e Davide Lorenzo Palla (Mozart) fanno un ottimo lavoro nel portare in scena l’innocente irruenza del genio, e la dissimulata rabbia del mediocre che trova la sua unica possibilità di riscatto nel trasformare la propria invidia in un glorioso e superomistico omicidio. Forse non è pienamente indovinata la scelta di far virare la morte di Mozart sui toni del patetico (sulla falsariga della pellicola di Forman), piuttosto che rimanere fedeli a Puskin e all’uscita (letterale) di scena del compositore su un ultimo, ironico interrogativo posto a Salieri: se il genio non sia, effettivamente, incompatibile con l’omicidio.

Ad ogni modo, la costante presenza, in variazioni più o meno inquietanti e infauste, di brani tratti dal Flauto Magico e dal Requiem di Mozart è più che efficace nel riaffermare il sentimento che sottende l’intera tragedia: la discrepanza (quella sì dissonante) tra la tormentata fama acquisita per riflesso (o per eclissi, come suggerisce una bella metafora nel testo) e l’autenticità del vero genio.

In scena fino al trentuno di maggio nella splendida cornice del Teatro Belli di Roma, Mozart e Salieri è da non perdere.

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Teatro

“…con amore Marc e Bella Chagall”

bellezza-con-amore-marc-e-bella-chagalldi Gabriele Ottaviani

Un uomo. Una donna. Una grande storia d’amore. La separazione. Il ricongiungimento. La nascita di una figlia amatissima. Gli ideali di libertà. Il rapporto con Dio. Il desiderio di essere felici, di farsi valere, di dimostrare i propri meriti e di rendere orgogliose le persone per cui si prova amore e da cui lo si riceve. L’arte, croce e delizia, sangue che scorre nelle vene, passione, missione e vocazione. Il sogno e la speranza. La politica. L’illusione e la disillusione. I viaggi in giro per l’Europa. Le radici, cercate e strappate. Un allestimento scenico minimale ma suggestivo, versatile, che fa sì che una, cento, mille immagini di un’unica storia, mille scintille di una medesima fiamma prendano vita nella splendida cornice del Teatro Due di Roma, coinvolgendo anche il pubblico, invitato a disegnare le proprie fantasie. Uno spettacolo bello e intenso, che riproduce l’arte di un grande maestro della pittura mondiale, di cui Roma, nel Chiostro del Bramante, ospita in questi mesi, fino al ventisei di luglio, una mostra: Marc Chagall. Il pittore con le ali, che fa volare gli uomini tra le stelle, poeta per mezzo dei colori come il suo amico Apollinaire lo era tramite le parole. Di e con Valentina D’Andrea e Simone Càstano, belli e bravi, …con amore Marc e Bella Chagall. Straordinario.

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Teatro

“Antigone 1945”

antigone-teatro-memoria-milanodi Gabriele Ottaviani

Un’altra perla al DOIT Festival al Teatro Due di Roma, rassegna fortemente voluta e assai ben realizzata da Angela Telesca e Cecilia Bernabei. Creonte è il governatore comunista di una città che è appena stata liberata: la seconda guerra mondiale è finita, e lui porta sul corpo e nell’anima i segni di vent’anni di manganellate fasciste e di costole rotte. Ora che è al potere a Eteocle devono essere tributati tutti gli onori che si devono a un capo partigiano che ha lottato per la democrazia, mentre il cadavere di Polinice deve essere esposto al pubblico ludibrio. Ma Antigone, sorella di entrambi, conosce la pietà, e non può accettare tutto questo. Dunque, va incontro a un destino tragico. Da Sofocle ai repubblichini il passo pare breve grazie alla bella scrittura di Mirko Di Martino, e all’interpretazione intensa di Titti Nuzzolese e Luca Di Tommaso, che di volta in volta danno voce e corpo a tutti i personaggi dell’antico dramma, coro compreso. Perché i sentimenti sono universali, e il dilemma tra legge degli uomini e legge di Dio, o meglio del cuore, è eterno e ineluttabile. Antigone 1945, ancora oggi in scena, è da vedere.

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“Isla Neruda”

isla-neruda-foto-2di Gabriele Ottaviani

Come uno stagno è l’amore, che ci colse tra civico e civico… La potenza della passione che tutto travolge e fa sì che i corpi si allaccino in un abbraccio d’amore irresistibile ovunque si trovino, fosse anche in mezzo alla strada, bocca contro bocca, pelle su pelle. La fame di esistere che scorre nelle vene, impetuosa e irrefrenabile. La sensualità di cui ogni cosa è imbevuta. La tenerezza per un sentimento nuovo che sta sbocciando. Il desiderio che acceca e annebbia la mente. La rabbia per le ingiustizie sociali e politiche. La vita, semplicemente, se così si può dire. In tutte le sue forme, i suoi aspetti, i suoi cangianti e scintillanti petali di essere. E la poesia, che è l’essenza, il fulcro e la sintesi, e che, con il suo linguaggio fatto di immagini, suoni e commistioni di sensi, si fa chiara e comprensibile narrazione, esplicita più della prosa nel racconto della vita di un uomo come tanti e speciale come tutti, più di tutti, sensibile come sa essere solo chi affida la sua anima a un verso, unendosi alla musica dal vivo del violino di Claudio Merico, al canto, alla danza, alla dolce melodia della chitarra, al corpo e ai suoi movimenti, al suo vocabolario. Un viaggio alla ricerca della verità, del centro, del cuore di tutte le cose, tra valigie e papaveri di diverso colore, attraverso parole non semplici ma limpide, ammalianti, una raffinata costruzione niente affatto virtuosistica: un tuffo in un fiume che rinfresca e dà pace. Fuori concorso nel cartellone del DOIT Festival, rassegna dall’anima letteraria fortemente voluta e organizzata con rara passione e straordinaria bravura da Angela Telesca e Cecilia Bernabei, nella splendida cornice del Teatro Due di Roma, è ancor oggi in scena, liberamente tratto da Memoriale di Isla Negra e Confesso che ho vissuto, con Antonio Sanna e Laura Amadei, Isla Neruda. Da non perdere.

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“Due donne e…un antifurto”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Una commedia allegrotta, per certi versi un po’ alla Bridget Jones, con una scenografia colorata e fanciullesca e delle piacevoli musiche, arie d’opera ma non solo, persino sigle di cartoni animati. Serena non tiene affatto fede al suo nome: è una maniaca dell’ordine. E non è solo quello il problema. Il suo ex si sposa con un’altra, desidera con ogni forza aprire un b&b canino ma al momento deve accontentarsi di fare la dog sitter e la sua situazione economica è un disastro. La coinquilina Caterina, dal canto suo, compra a spese dell’amica giocattoli erotici, di fatto non ha un impiego ed è uscita quest’anno con trecentosessantaquattro uomini diversi. E solo perché uno ha resistito ben due giorni. Due donne, dunque. E un antifurto. Eh sì, perché nel palazzo, a quanto pare, c’è una banda di topi d’appartamento che razzia preziosi a tutto spiano. Nella bella cornice del Teatro dei Satiri a Roma Pascal La Delfa dirige le brillanti Angela De Prisco e Barbara Mazzoni in Due donne e…un antifurto, pièce scritta da Alessandro Mancini, in scena fino al ventiquattro di maggio.

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“Uomini terra terra”

uomini-terra-terra-2-300x200di Gabriele Ottaviani

La terra è buona e generosa. Si è fatta sentire più di duecento volte. Ha sussultato e tremato. Ha bussato due volte più forte alle porte delle case degli aquilani quella stessa tragica notte per avvisarli. Poi, alle tre e trentadue del sei di aprile del duemilanove, dopo quattro mesi di sciame sismico, iniziato il quattordici di dicembre dell’anno prima, la scossa fatale. Trecentonove morti. E per mesi i segnali, gli avvertimenti, gli studi, le richieste, i dossier, le grida d’allarme sono stati ignorati. L’Aquila, una città che ha una millenaria storia di drammi di questo tipo, sorta su un sottosuolo che decuplica la potenza di un terremoto, un capoluogo benestante e bello, ora non c’è più. Distrutta dalla noncuranza. Uomini terra terra, col raffinato linguaggio e le delicate e ironiche modalità espressive dei cantastorie, condite con il piglio della cronaca e dell’inchiesta, guida, grazie alla cristallina bravura di Giorgio Cardinali e Piero Larotonda, gli spettatori nel baratro del dolore: in scena nella meravigliosa cornice del Teatro Due di Roma, nell’ambito del DOIT Festival, è da vedere. Non solo perché è uno spettacolo bello. Ma perché è importante, è teatro di denuncia e impegno civile. Per non dimenticare, perché chi scorda è destinato a rivivere.

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“Mar del Plata”

Isa Barzizza e Caterina Venturini per lo spettacolo  Mar del Plata teatro vascello stagione 20142015_fabio gatto_photarts (26)di Erminio Fischetti

Sono le voci delle nonne e delle madri che hanno perso i loro figli nella dittatura argentina degli anni Settanta, che chiedono giustizia, che vogliono la verità. Scritto e diretto da Caterina Venturini, Mar del Plata (nipote n. 500), andato in scena nella prestigiosa cornice del Teatro Vascello di Roma, ricorda nel suo incipit un altro spettacolo recentemente visto, L’ultimo volo, ma questo viene strutturato diversamente, raccontando sotto forma corale i dolori di quegli anni, soprattutto quelli insoluti di quelle nonne e di quelle madri che ancora devono scoprire una verità che forse non scopriranno mai. Cuore pulsante della storia è Luisita, una nonna che si è vista restituire il corpo mutilato di sua figlia Agnese, ma non quello del suo nipotino, che come la maggior parte dei bambini figli di desaparecidos è stato dato in adozione chissà dove e chissà a chi. Luisita, in un monologo straordinario, alla fine è esausta, la rabbia ha lasciato spazio a un corpo sfinito, ma non per questo incapace di combattere fino all’ultimo respiro. Poi c’è Carmen, che è stata adottata da una coppia che di figli non ne poteva avere, e il cui padre è stato uno di quelli che hanno eseguito, ma hanno guardato dall’altra parte. E c’è Teresa, che durante la prigionia è stata il sollazzo dei soldati, e ora di lei è avanzato solo il corpo, non l’anima, e ha aiutato una compagna di cella a partorire la piccola Aurora, quando partorire significava morire, detenute da un soldato che chiederà perdono e da uno violento e cattivo che farà carriera nascondendo e negando. Isa Barzizza, veterana della scena, della rivista e del cinema (ha esordito con Totò e Macario), classe di ferro millenovecentoventinove, è inossidabile, è regina della scena, capace di mantenerla sorprendentemente, commovente e dura allo stesso tempo. Anche Maurizio Palladino, nelle vesti del crudelissimo Messara, merita una nota di merito, come le madri di Plaza de Mayo, che fanno da coro come in una tragedia di Eschilo. E qui la tragedia c’è tutta, e tutta viene consumata, tra la malinconia e la rabbia.

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“Io rido – Storia misteriosa di una cena indimenticabile”

DOITdi Gabriele Ottaviani

Io rido – Storia misteriosa di una cena indimenticabile, presentato come evento off, ossia fuori concorso, nell’ambito della rassegna DOIT al Teatro Due di Roma, si ispira a un fatto di cronaca. Che si fa drammaturgia di alto livello, a conferma di come la dimensione fantastica dell’arte sovente affondi le sue radici nella concretezza del mondo contemporaneo, che vuole raccontare attraverso luci, ombre, suoni, gesti, colori, suggestioni e linguaggi carichi di lirismo, grazie alla regia sicura e alla scrittura felice di Samuel Dossi e alle interpretazioni convincenti di Marta De Lorenzis e Luca Maggia, da Pinerolo (Teatro Il Moscerino), che danno vita a due personaggi a dir poco singolari. Un uomo elegante, vestito di tutto punto, completo, scarpe, camicia e papillon, pieno di tic nervosi, ordinato, metodico, meticoloso, nevrotico, che apparecchia una tavola con puntiglio ossessivo, ma solo a metà, mentre nell’etere si inseguono volteggiando le note di canzoni di decenni fa, gravide del loro peso di ricordi. Tu sei per me la più bella del mondo… Chi è? E perché si comporta così? Cosa desidera? Cosa cerca? Cosa accadrà, nel corso della cena? E poi c’è l’altro commensale, una donna. In tutù. Ma non sa ballare. Eppure basta un poco di musica, basta una melodia… Sulla testa ha una corona, un diadema scintillante che le è stato donato da una bambina, un angelo. Le gote sono rigate da lacrime nere. Come mai si sono dati appuntamento? Come mai lei ha risposto all’inserzione di lui? E che inserzione era? E perché lui ha bisogno che lei rida, o almeno sorrida? Il mistero, pian piano, si svela, il gioco, se così si può definire, perverso e contorto si sviluppa e al tempo stesso avviluppa. Perché lo spettatore finisce in un vortice, nelle pieghe più nere dell’animo, dove il rumore della colpa si fa deflagrante. Intenso, da vedere.

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