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“Taccuini postmoderni”

41cDalRzSKL._AC_UL320_ML3_di Gabriele Ottaviani

Per essere uno Spirito libero ci vuole coraggio. Guardo al mondo e agli esseri umani come a uno sterminato palcoscenico su cui tutti si esibiscono indossando maschere imposte dall’esistenza. Ma sperimento anche l’acuta sensazione di essere assolutamente differente e separata da tutto il resto: qualcuno di unico che resiste con forza alle convenzioni che soffocano e si oppone al pensiero dominante.

Taccuini postmoderni – Dialoghi e pensieri, Laura Tappatà, Rogas. Filosofa, docente di Psicologia del lavoro educativo e Psicologia generale presso il corso di laurea in Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Milano, collaboratrice della cattedra di Psicologia della personalità della stessa Università, che è poi quella dove si è laureata nell’ottobre di ventisei anni fa in filosofia con indirizzo psicologico con una tesi dal titolo Il ruolo psicologico della pelle. Note di dermatologia psicosomatica, Laura Tappatà raccoglie in questo abile e agile zibaldone appunti e riflessioni, pensieri e parole, conversazioni reali, realistiche, verosimili o presunte, consigli, immagini e corrispondenze, mettendo sempre in luce quanto la dimensione dialogica, per chi non è che un animale sociale che senza gli altri non sa né può stare, sia fondamentale per vedersi da fuori, osservare le cose e le persone da un differente punto di vista, ragionare sulla propria condizione. Interessantissimo.

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“Le bugie che deludono”

unnameddi Gabriele Ottaviani

La gran parte degli esseri umani è incallita favolista e intesse storie con le proprie esperienze e fantasie, saggiando il guinzaglio che ci tiene legati alla realtà. Nel bellissimo libro Donne che corrono con i lupi dell’analista Clarissa Pinkola Estés, l’autrice teorizza di come i racconti e le fiabe possano gettare una nuova luce sull’interpretazione dei rapporti interpersonali, sull’immagine di sé e persino sulle varie forme di dipendenza. La maggior parte delle volte, però, molte persone azionano i propri censori cerebrali esercitando un controllo su quali storie raccontare, a chi, e decidendo a quali di esse vogliamo che l’interlocutore creda. Il grado di controllo esercitato, tuttavia, può dipendere dalla personalità o dal momento. Ma a che cosa si deve prestare particolare attenzione per smascherare una bugia? Questa domanda è stata oggetto di infinite indagini senza che si sia trovata una risposta univoca: le variabili sono molto complesse e articolate. I diversi modi di mentire dipendono anche dal tipo di bugia raccontata. Riconoscere un bugiardo è più difficile di quanto pensiamo e non esistono segnali inoppugnabili che ci possano permettere di riconoscere una menzogna, ma questo non significa che i nostri sistemi interni di riconoscimento delle bugie non possano essere affinati e raffinati. Per quanto riguarda i segnali per il riconoscimento delle bugie esistono due scuole di pensiero principali: una si riferisce al volto del mentitore e l’altra alle sue parole.

Le bugie che deludono – Menzogna e vita quotidiana, Carlo Scovino, Rogas. Tutti mentiamo. Talvolta per non far soffrire. Più spesso per mera cattiveria. E la fiducia, si sa, una volta persa è smarrita per sempre. Quando non c’è sincerità non vale più nulla, non servono scuse, un vaso rotto non si ripara, con buona pace dei giapponesi che ne ingrommano d’oro le cicatrici perché è più prezioso chi ha sofferto di chi non ha mai conosciuto ferita alcuna. Carlo Scovino, autore di pregio e prestigio, indaga con una prosa ampia e maestosa la menzogna e ancor di più il suo contrario, la verità, spesso ostentata proprio da chi non se ne avvale mai: del resto, è chi parla a vanvera di norma il primo sostenitore dell’importanza delle parole, dunque… Da non perdere.

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“Di lama e d’ocarina”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Sono questi otto centimetri che mi spuntano dalla mano? Coltello? No! Non è un coltello! È una spina! Una spina, che è rimasta conficcata nel mio cuore, una spina della rosa che eri, che è rimasta, bastarda, conficcata nel mio cuore. Ecco cos’è. Non è un coltello! Che razza di bestia, sarei, se mi presentassi da te con un coltello in mano. Che razza di bestia sarei se volessi farti del male. È una spina, soltanto una spina. Una spina, avvelenata, di quell’amore amaro, che secondo te era finito. E ora, siccome tu, amore mio, dimenticasti una spina conficcata nel profondo del mio cuore, io sono venuta a rendertela, affondandola nel tuo. E vedrai che scoprirò che non era di pietra come pensavo, ma caldo, e rosso, proprio come la rosa che eri.

Di lama e d’ocarina – Storie di tango, Francesco Scarrone, Rogas. Diego Alvaro de Marenquio Manasero y Gregorio non è un uomo come tutti gli altri. È mille e più persone insieme. Perché è il più grande tanguero di tutta la Pampa argentina, e la sua arte lo rende molteplice, plurimo: canta la passione, in tutte le sue forme, e alla sua voce si aggiunge quella di tutti coloro che incontra per la sua strada, che gli lasciano e cui lui lascia sempre qualcosa, perlomeno il ricordo di un’emozione che mai prima di quel momento era stata così ben descritta e immortalata. Albatro inadatto alla vita sulla terraferma, come ogni poeta che si rispetti, eroe picaresco che combatte contro i mulini a vento della mediocrità, è un personaggio incredibile tratteggiato in maniera fuori dal comune dalla prosa seducente e sensuale, come solo il ballo che si dipana al ritmo del bandoneón sa essere, ricchissima di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, di Francesco Scarrone, non a caso anche valente drammaturgo e sceneggiatore, abilissimo nel far vivere e vedere quel che le parole raccontano, tra atmosfere oniriche, demoni e disperate speranze.

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“Vera o i nichilisti”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Sono stanco di avere paura. Ora basta con il terrore. Da oggi dichiaro guerra al popolo – guerra fino ad annichilirlo. Come si è comportato con me, io mi comporterò con esso. Lo ridurrò in polvere e disperderò le sue ceneri al vento. Ci sarà una spia in ogni casa, un traditore in ogni casa, un boia in ogni villaggio, una forca in ogni piazza. Peste, lebbra o febbre, saranno meno fatali della mia ira; di ogni frontiera farò un cimitero, di ogni provincia un lazzaretto e con la spada curerò i malati. Otterrò la pace in Russia, seppure la pace dei morti. Chi ha detto che sono un pavido? Chi ha detto che ho timore? Vedete, schiaccerò così questo popolo sotto i miei piedi!

Il Professor Alessandro Gebbia, con cui, nei corridoi di quella che fu la residenza della moglie morganatica del re e che poi divenne sede universitaria, ossia Villa Mirafiori, lungo la Via Nomentana, a Roma, ha studiato e sostenuto con gioia, per la messe di nozioni che ne sono derivati, diversi esami chi scrive, come pure con la Professoressa Fiorella Gabizon, autrice dell’introduzione, della traduzione e delle note di questa pregevolissima edizione curata da Rogas di Vera o i nichilisti – Dramma in un prologo e quattro atti, di Oscar Wilde, autore leggendario che non ha certo bisogno di presentazioni, dice, con prosa mirabile, che dietro Vera ci sono tutte le donne che di lì in poi hanno ingaggiato, sovente con il prezzo della galera o addirittura della vita, la lotta per affermare i propri diritti nella fabbrica, nella società, nella famiglia, lasciando traspirare la grande ammirazione che Wilde nutriva per le donne, in primis per le attrici, che si contrapponevano allo stereotipo vittoriano, per quella che Sara Grand definirà la ‘New Woman’. Dietro i nichilisti si scorgono, con il senno di poi, i gruppi e le organizzazioni che combatteranno contro le disuguaglianze e la violenza razziale o omofoba. […] Non è un caso, quindi, che nel 2014, il 12 febbraio, dopo centoquaranta anni di silenzio imposto, le battute di ‘Vera o i nichilisti’ siano tornate a risuonare su di un palcoscenico, ancora una volta e forse non a caso newyorchese. Questo testo formidabile, uno degli immeritatamente meno noti e più sfortunati della magistrale produzione del più icastico censore della pruderie di cui era imbevuta la fine del secolo decimonono, in Inghilterra ed evidentemente non solo, scritto nel milleottocentoottanta e rappresentato per la prima volta solo tre anni dopo nella Grande Mela, ambientato tra il millesettecentonovantacinque e il milleottocento, è una raffinata allegoria in cui è evidente tutta la preoccupazione per un mondo sempre più tirannico, mentre è nella natura degli uomini l’anelito alla libertà: si racconta di una giovane russa che vorrebbe porre fine all’esistenza dello zar, ma poi… Meraviglioso.

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“Dal grigio alla stella”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Il riscatto, abbiamo detto. Degli azzurri, dell’Italia tutta e di Rivera, che, certo, ha poco da farsi rimproverare per la sua carriera. Ma c’è sempre stato qualcosa di irrisolto, nella sua figura di campione, un “sì, ma…” che lo ha accompagnato sempre. Ora, per esempio – siamo già al secondo tempo supplementare, e le cose successe ce le ricordiamo tutti – ecco quella palla che, lemme lemme e spizzata da Müller, sta per raggiungere l’angolino; beh, un atleta solido, sveglio, pronto la potrebbe intercettare. Invece Rivera si impiglia in un gesto tardivo, inutile, grottescamente erotico, abbracciando il legno candido, ma ora maledetto, che non ha saputo, neppure lui, schivare il colpo. Rivera è l’abatino il fragile, l’inconsistente. “Posso pensarci e ripensarci, non la troverò mai una spiegazione” dice Rivera, scrivendo la sua cronaca su “L’Europeo”…

Dal grigio alla stella – Gianni Rivera. Alessandria, Milano e il suo mondo, Mimma Caligaris, Bruno Barba, Rogas. Calciatore di chiarissima fama, plurititolato e pluripremiato (la sua staffetta, eternata anche dalla penna sublime di Brera, in Nazionale, con l’erede di quel Valentino Mazzola – ovverosia Sandro – vittima assieme a troppi altri della tragedia di Superga che fece sì che il Grande Torino aggiungesse poco dopo la fine della seconda guerra mondiale un’altra voce al novero della tragica casistica che pare confermare l’adagio che giovane muore chi è caro agli dei, ha diviso l’Italia e non solo come ogni grande rivalità che si rispetti), politico a livello nazionale e continentale, finanche ballerino con le stelle, Gianni Rivera è uno degli astri più fulgidi del panorama non esclusivamente sportivo italiano: Mimma Caligaris, giornalista sportiva, responsabile della redazione sport del gruppo editoriale Il Piccolo – SoGed, corrispondente del quotidiano Tuttosport, autrice di numerose e varie pubblicazioni, e Bruno Barba, che dirige la collana di cui questo volume fa parte, ricercatore di Antropologia all’Università di Genova, esperto in una disciplina assolutamente affascinante nel nostro mondo globalizzato quale è il meticciato culturale e il sincretismo religioso, nella fattispecie imperniandosi soprattutto sulle vicende del Brasile, ma anche indagatore del calcio nei suoi evidenti (basta una sfera anche di stracci o di stagnola ricavata dagli incarti dei panini mangiati in fretta e furia a ricreazione ai tempi delle scuole elementari per trovare subito l’occasione di sfidarsi assieme, a prescindere da ceti, censi e latitudini…) significati antropologici di “fatto sociale totale”, realizzano un ritratto dettagliatissimo e assai bello, che conquista in un baleno. Da leggere e far leggere.

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“Sport e scienze sociali”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Le audience sono consapevoli della connessione tra un testo e le sue espansioni grazie ai legami intercorrenti tra questi tre elementi. Nel caso degli eventi sportivi leghe e anche singoli club producono testi istituzionali da veicolare sui canali ufficiali, nella stessa finestra temporale in cui gli utenti possono espandere la narrazione secondo i propri orientamenti. Una strategia spesso seguita dai fan consiste nell’appropriarsi di un hashtag ufficiale per criticare in maniera innovativa la narrazione ufficiale (Fast, Örnebring 2015). Nell’era della convergenza digitale, le leghe sportive interessate a sviluppare l’engagement dei fan devono progettare, dunque, una strategia transmediale. Come abbiamo visto, ci sono numerosi fattori che incidono sull’adozione di una strategia protezionistica e restrittiva, oppure una più permissiva e aperta. In ogni caso, come scrive Tussey (2018: 105), nelle possibili alleanze tra leghe e social media è insito un potenziale di democratizzazione del transmedia storytelling sportivo, grazie al quale sempre più i fan possono essere inclusi nelle pratiche di costruzione simbolica. La dialettica tra mainstream e grassroots assume un significato specifico, invece, con riferimento ai grandi eventi sportivi globali, assimilabili a quelle che Dayan e Katz (1994) definivano “grandi cerimonie mediali”, e più recentemente a social media event planetari (Germano, Martelli, Russo 2015). In questo caso, organizzazioni sportive, governi, network televisivi e sponsor tendono a unificare i vari materiali della narrazione transmediale intorno ad alcuni temi: è quanto accaduto, nel 2014, sia ai Mondiali di calcio (Rampazzo Gambarato et al. 2017), sia alle Olimpiadi invernali (Rampazzo Gambarato, Alzamora, Tárcia 2016). Questi network sportivo-mediatico-economici costituiscono la configurazione specifica che assume, per questi eventi, il triangolo SMS. Essi intendono presentare un significato unitario attraverso le piattaforme mediali, contenendo la spinta di narrazioni antagoniste, sviluppate dalle reti spontanee di movimenti, associazioni e singoli cittadini. Anche le narrazioni di protesta sono disseminate transmedialmente, nel tentativo di assicurare la massima indignazione su scala globale…

Luca Bifulco insegna Sociologia e Sociologia dello Sport nel Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, mentre Mario Tirino è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Salerno: insieme analizzano lo sport come elemento narrativo e costitutivo all’interno contemporaneità compiendo l’esegesi, riuscita, approfondita, interessante, sorprendente, nonostante sia evidente a tutti quanto peso possano ricoprire i grandi accadimenti sportivi nelle vicende di una popolazione – si pensi all’effetto benefico sul prodotto interno lordo che si ha quando una squadra nazionale si aggiudica un campionato del mondo, alle lotte senza esclusione di colpi per accaparrarsi l’assegnazione dei giochi olimpici, forieri di appalti milionari, agli sportivi, anche perché la ferrea disciplina rende i corpi attraenti, che sempre più sono richiesti come influencer e testimonial, alla leggenda con molta verità non solo in fondo che vuole che Bartali vincendo il Tour de France nel millenovecentoquarantotto nei giorni dell’attentato a Togliatti abbia con una ventata d’euforia evitato in Italia la guerra civile, e via discorrendo – per il tramite degli strumenti propri delle scienze sociali, che qui trovano insospettabile ma efficace applicazione. Sport e scienze sociali – Fenomeni sportivi tra consumi, media e processi globali, Rogas, è un volume interessante e da leggere.

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“Dite la vostra, Mr. Darcy”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

La narrazione austeniana del suddetto modo condiviso di concepire, valutare e immaginare la vita di ogni giorno presuppone la necessità di un collante tra pubblico e privato, tra il Sé e l’Altro. Una sorta di diaframma che, ante litteram, ricorda il concetto di habitus espresso dal sociologo francese Pierre Bourdieu e che qui vale la pena richiamare. In Bourdieu, l’habitus è un costrutto di mediazione che ci aiuta a rifiutare l’inconciliabilità della dicotomia fra individuale e sociale, mostrandoci “l’internalizzazione dell’esternalità e l’esternalizzazione dell’internalità”.

Dite la vostra, Mr. Darcy – Pubblico e privato in Jane Austen, Adalgisa Marrocco, Rogas. Blogger, scrittrice, lettrice evidentemente colta, assidua e appassionata, critica competente, preparata e dotata di spiccata capacità divulgativa e notevole chiarezza, Adalgisa Marrocco, anglista giovane ed esperta, focalizza in questo testo la sua attenzione su un particolare filone di approfondimento e indagine nei testi di Jane Austen, ormai divenuti classici e pertanto come tali volumi che, in ossequio all’abusata definizione attribuita a Italo Calvino, non cessano mai di dire quel che hanno da dire: la dialettica fra la dimensione privata e quella pubblica, che, per quanto possa sembrare impossibile, è tema di stringente e sempiterna attualità, in quanto, anche se ci illudiamo del contrario, sovente in realtà l’opinione degli altri, con i quali non possiamo naturalmente non convivere, condiziona con veemenza la nostra libertà. Un’esegesi raffinatissima, da leggere e rileggere.

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“Il furfante inglese”

unnamed (1)di Gabriele Ottaviani

Mi ritirai non appena le consegnai la lettera, per darle agio di leggere in privato il prodotto del mio amore. Circa un quarto d’ora dopo, ella mi richiamò per assicurarmi che in uno o due giorni avrei ricevuto una risposta al riguardo; dunque celando la propria riprovazione mi rispedì a casa con la massima sollecitudine. Allo scadere dei tre giorni, ella tornò alla propria abitazione in città; la sera finse un’indisposizione e volle ritirarsi a letto da sola: sentendo ciò, io pensai che la mia immensa gioia avrebbe tradito la mia futura felicità. Ella si creò l’opportunità di comunicarmi che intorno alla mezzanotte sarei potuto presentarmi nella sua camera da letto, la cui porta avrebbe lasciata aperta appositamente per me. Nel frattempo mostrò la lettera al padrone, mettendolo a parte dell’intera faccenda. All’orario stabilito mi recai nella camera con indosso soltanto la camicia; avvicinandomi al suo letto iniziai a sciorinare tutte le mie frasi amorose e quando, pronto a salirvi, posai una gamba sulla sponda oltre la quale pensavo che la mia padrona si fosse predisposta al piacere, mi sembrò che il diavolo mi urtasse il posteriore, spingendomi perché facessi più in fretta. Alla prima sferzata seguirono in pochi secondi altre tre o quattro, che mi costrinsero a dei capitomboli per tutta la stanza tanto rovinosi che, parola mia, smarrii la porta. Infine la trovai…

Curata da Alessandro Gebbia, docente di chiara fama con cui chi scrive ha avuto il piacere e la fortuna di studiare sostenendo degli interessanti esami concernenti i suoi moduli universitari nell’ambito della letteratura angloamericana, questa edizione tradotta da Gaia Giaccone e Alice Saulini per Rogas in collaborazione con il master di secondo livello in Traduzione Specializzata della Sapienza – Università di Roma dell’opera di Richard Head e Francis Kirkman Il furfante inglese – La vita di Meriton Latroon, un sagace stravagante – Una narrazione completa dei più clamorosi inganni di ambo i sessi, propone al lettore quello che, grazie all’opera di questi due drammaturghi, scrittori, stampatori e librai, protagonisti della vita culturale della Londra della seconda metà del diciassettesimo secolo, il vero e proprio primo romanzo in assoluto della letteratura inglese, un gioiello picaresco, ironico, trascinante, un tesoro ritrovato. Da leggere e far leggere.

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“Mutazione e cyberpunk”

41CpUYuEVfL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il pensiero di Deleuze e Guattari è una chiave per comprendere qualcosa del processo di crisi perpetua che attraversa la società nell’epoca tardocapitalistica. Il vortice nel quale stiamo precipitando nel decennio finale del secolo deriva dalla compresenza di questi due movimenti potentissimi di deterritorializzazione capitalistica e di riterritorializzazione immaginaria che attraversano la vita quotidiana, la politica, l’economia. In seguito all’ondata mondiale di lotte del proletariato che si scatenò tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, il capitalismo ha messo in moto un processo di deterritorializzazione gigantesco che nel corso degli anni Settanta e Ottanta ha sconvolto completamente il sistema mondiale della produzione, il mercato del lavoro, le abitudini alimentari, culturali, territoriali, familiari, di centinaia di migliaia di persone e di conseguenza ha scosso gli equilibri psichici e relazionali acquisiti da masse enormi. La diffusione delle tecnologie di comunicazione veloce, l’informatizzazione della produzione, l’ondata di licenziamenti e disoccupazione nell’industria, e poi la finanziarizzazione dell’economia, la stimolazione pubblicitaria di attese di consumo irrealistiche e aggressive, l’indebitamento generalizzato e lo spreco di risorse materiali e intellettuali future (…) sono le linee lungo cui si muove la deterritorializzazione che ha attraversato il pianeta nel corso del decennio della controffensiva capitalistica dispiegata sotto le insegne del neoliberismo reaganiano e tatcheriano. Il primo effetto di questo movimento di deterritorializzazione è stato un’intensa accelerazione del nomadismo, l’impulso a muoversi per centinaia di milioni di individui, la perdita di riconoscibilità dei luoghi, lo svuotamento della memoria, della tradizione, del riferimento al passato, la crisi d’identità generalizzata

Mutazione e cyberpunk – Immaginazione e tecnologia, Franco Bifo Berardi, Rogas. Sono passati oltre vent’anni dalla prima edizione dei testi che compongono questo scritto di capitale importanza che indaga e per molti versi preconizza la realtà in cui ci troviamo a vivere in questo momento, un mondo sempre più tecnologicamente avanzato ma al tempo stesso anche fragile, poiché la raffinatezza va di pari passo con la delicatezza di numerose questioni, dal punto di vista sociale, economico, storico, filosofico, critico, politico: l’opera, chiara, ampia, densa e divulgativa di Berardi illustra concetti e parole che edificano la struttura portante della nostra molteplice collettività. Da leggere. Per conoscere e capire.

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“L’eterna crisi delle scienze umanistiche”

61dVdFiJ23L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La risposta di Humboldt alla domanda su come lʼuniversità possa essere un luogo assoluto di rinnovamento intellettuale è: la particolare tonalità dellʼentusiasmo degli studenti per certe materie si incontra allʼuniversità con una tonalità completamente diversa nellʼentusiasmo dei professori.

L’eterna crisi delle scienze umanistiche – Se ne intravede una fine?, Hans Ulrich Gumbrecht, Rogas. Traduzione di Elisabetta Davì. Si dice sempre che la letteratura non abbia uno scopo pratico, concreto e immediato, e che dunque per questo motivo sia assolutamente indispensabile. Si sostiene però anche di continuo, più o meno da che se ne ha umana memoria, che le discipline umanistiche non riescano, a differenza delle scienze propriamente dette, a intercettare pienamente il senso del reale: in generale, in ogni modo, non manca, sia per un verso sia per quello opposto, un generale profluvio di retorica. Di cui in questo sapidissimo e dirompente testo ci si fa beffe con ironia e destrezza: merito di Hans Ulrich Gumbrecht, classe millenovecentoquarantotto, finissimo intellettuale, teorico della letteratura, esperto in pressoché tutti i campi dello scibile, docente di chiara fama e finanche professore emerito a Stanford. Oltremodo dotto e allo stesso tempo accessibile a tutti, è un testo da non lasciarsi sfuggire.

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