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“Benvenuti nel Pornocene”

di Gabriele Ottaviani

È facile rintracciare in questa sovrabbondanza di corpi splendenti, opulenza del carnale-carnaio, tripudio di muscoli e liquidi, un’altra tendenza tipica del Pornocene: la frenesia quantitativa. Mai come nell’epoca attuale il principio di piacere ha dominato così totalitaristicamente azioni e passioni degli umani. Lo denuncia con efficacia Ovidie, ex attrice pornografica, regista, produttrice, giornalista e scrittrice francese, che ha vissuto a lungo nel mondo del porno e ne offre una preziosa e autorevole testimonianza: Viviamo in una società dove il piacere è solo fine a se stesso. È uno scopo, e forse l’unica cosa a cui tutti aspirano. Non è neanche un mezzo per accedere a un’altra fase, non ha alcuna funzione reale se non quella di soddisfare all’istante la persona. Nella relazione sessuale, il piacere è diventato il principale obiettivo. La sessualità diventa alienante perché questo piacere schiaccia tutti gli altri aspetti positivi. Perché una sessualità, se ha come unico scopo il piacere, non può in nessun caso portare al benessere. Questa alienazione al piacere può essere facilmente osservata nel fenomeno della corsa all’orgasmo. L’orgasmo, di cui tanto si parla in molte riviste e trasmissioni televisive e radiofoniche, è diventato un vero e proprio prodotto di consumo, che fa dimenticare così la ricchezza del rapporto sessuale. Consumiamo il piacere sessuale come fosse un hamburger, come piccolo piacere è un fenomeno molto simile alla sindrome da shopping compulsivo (…) troppo sesso “utilizzato male” uccide il sesso.

Benvenuti nel Pornocene – All you can fuck!, Davide Navarria, Rogas. La vita nasce dal sesso. Il sesso è piacere e godimento, e non se ne ha mai abbastanza. Il sesso vende, solletica, eccita, vellica, stuzzica, seduce, spaventa, è merce di consumo e di scambio, è immateriale e al tempo stesso concreto fino alle perversioni più basse, e d’altro canto trascendente come l’estasi, l’orgasmo, la sublimazione. La nostra società, sempre più rabbiosa, invidiosa, proterva, omofoba, sfacciata, impudica e ipocrita, è anche sempre più, nel linguaggio, nei gesti e nelle immagini, ipersessualizzata: Davide Navarria guida il lettore nella nuova era contemporanea con mano sicura e senza lesinare in ironia, in modo dotto e chiaro, con dovizia di particolari, indagando concetti universali come la libertà, la morale, i diritti, i doveri e l’autodeterminazione. Da non perdere.

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“La casa senza finestre”

di Gabriele Ottaviani

Quindi un giorno nuotò fino al cottage. La tenda dei Carrenda non c’era più, tutto era come prima. Ma questa volta non le sembrò ripugnante. Aprì la porta ed entrò nell’accogliente salotto con il camino. Poi esplorò attentamente tutta la casa. Trovò una stanza con delle credenze di vetro, piene di una stupefacente collezione di ogni tipo di alga, conchiglia e corallo (quanto sarebbe piaciuta a Fleuriss! pensò); c’era anche una piccola cucina. C’era una stanzetta di sopra, con una scala che saliva in una botola, dove si trovava un letto morbido con coperte calde e un camino. Sopra il letto c’erano tre intelaiature, ed Eepersip pensò a quanto sarebbe piaciuto a Fleuriss riuscire a vedere le stelle da lì. Quando salì al secondo piano, Eepersip trovò un’accogliente nicchia con porte di vetro che davano sul porticato, colpito dal vento e dal sole, affacciato verso il mare, e due luminose camere da letto. Ma mentre si preparava per andare a prendere Fleuriss, la ragione la trattenne. Ovviamente Fleuriss non avrebbe potuto cominciare a vivere nella natura durante l’inverno: doveva iniziare con l’estate, per capire com’era. Quindi Eepersip attese pazientemente l’arrivo della primavera. Durante l’inverno visse in un grande pascolo su una collina dietro al cottage. La primavera arrivò molto in fretta, ed Eepersip si preparò a partire.

La casa senza finestre, Barbara Newhall Follett, Rogas. Traduzione di Francesca Cavallucci. Introduzione di Laura Madella e Laura Salvarani. Una donna, un mistero: a quattro anni compone poesie, a dodici anni ha già pubblicato il suo primo romanzo, a venticinque fugge da un matrimonio stagnante, scompare nel nulla e non se ne sa più alcunché. Figlia del critico Wilson Follett, nata in un paesucolo del New Hampshire, stato il cui motto è live free or die, e nulla, in questa vicenda, appare decisamente casuale, Barbara Newhall Follett racconta con inusitata e simbolica grazia la vicenda di Eepersip, una ragazzina che ama la natura e aborre le restrizioni di una casa tradizionale, con muri e finestre, e che pertanto decide di andare incontro al proprio destino. Un gioiello da scoprire e riscoprire.

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“Memorie da Wikipedia”

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Era il primo messaggio ricevuto da Arianna. Conteneva molte cose, soprattutto ne notai la precisione. Era essenziale ma c’era tutto ciò che poteva servire. Era come il bagaglio per il viaggio che io e lei preparavamo quando, appena ci eravamo conosciuti, andavamo in campeggio in mezzo ai monti. Prendevamo nota di tutto quel che ci serviva in un quaderno, che in seguito sarebbe stato la nostra guida. Abiti, cassetta del pronto soccorso, cibo in scatola, acqua, sigarette. Ci munivamo di una mappa. Alcuni libri. Fiammiferi. Prima di partire, facevamo diversi giorni di allenamento. Bicicletta, corsa. Verifica delle scarpe. Ma anche dell’auto che ci avrebbe portati nei pressi delle colline che dovevamo varcare per raggiungere il vecchio paese abbandonato, sulla riva del fiume dove ci saremmo accampati. Non avrei mai potuto sapere se Arianna aveva pensato le stesse cose che io avevo pensato, vedendo quel messaggio di benvenuto. Ma l’impressione era quella e per la prima volta da quando l’avevo vista morta, appesa alla trave come una macabra bambola, provai un moto di interesse verso qualcosa che non fosse sapere come mai aveva deciso di uccidersi.

Memorie da Wikipedia, Alda Teodorani, Rogas. Un tassista torna un giorno a casa. E vi trova sua moglie. Morta. Suicida. E mentre cerca di capire cosa davvero sia accaduto penetra man mano sempre di più, e con lui il lettore, avvinto da una trama immaginifica, nelle maglie di quella che da sempre viene propagandata come l’enciclopedia che nasce, come una divinità ctonia dalla terra, dal sapere libero e condiviso, plurale, perennemente aggiornato, infallibile, senza sovrastrutture né pregiudizi ideologici. Ma è davvero così? Allegorico, raffinato, costruito con cura, perizia, brillantezza e genio, intrigante e coinvolgente: una scoperta sorprendente.

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“E la chiamarono rivoluzione”

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Al rientro in campo c’era Van Basten. Sacchi aveva inserito l’olandese al posto di Donadoni, spostando Gullit a centrocampo. Nel primo tempo Bigliardi se l’era cavata piuttosto bene in marcatura e il colosso con le treccine non era stato all’altezza della sua fama. Nella formazione del Napoli del secondo tempo non era cambiato niente, se non il verso della predisposizione alla lotta. L’esaltante chiusura del primo tempo non aveva avuto il potere di infondere la giusta carica agonistica agli azzurri, che probabilmente cominciavano a pagare il conto della precaria condizione atletica e anche fisica. Il pressing che si era visto nella parte iniziale della partita divenne un’utopia, di quelle che la contrarietà del reale ti convince impietosamente a dismettere. Era il momento del riflusso. La squadra si arroccò nella propria metà campo, contratta a difesa del pareggio. Persino Maradona fu costretto a ripiegare sulla fascia sinistra, come un mediano qualsiasi, lasciando Careca solo in attacco. A quel punto la spavalderia del Milan non ebbe più freni. Gullit non era perfettamente a suo agio sulla trequarti, anche per l’ampiezza della frequenza del proprio passo, tuttavia lo spazio di manovra che gli concedeva la passività avversaria favoriva il suo gioco. Bigliardi costretto a seguirlo e inseguirlo su porzioni di campo così grandi, andò in seria difficoltà. Sin dalla ripresa del gioco il pallone divenne proprietà privata dei rossoneri. Il Napoli era completamente piegato su sé stesso, nel disperato tentativo di contrastare l’azione avversaria, ormai incapace di costruire e anche solo di pensare una manovra offensiva.

E la chiamarono rivoluzione – Sacchi contro Maradona, Raffaele Cirillo, Rogas. C’è chi ci vede solo poco più di venti uomini in mutande, più o meno ricchi, più o meno affascinanti, più o meno eccitanti, anche dal punto di vista erotico, che corrono dietro a una palla. E c’è chi, invece, lo vive come una fede. Il calcio è così, uno sport e un immenso business: negli anni Ottanta, quelli della Milano da bere, quelli dell’edonismo reaganiano, quelli in cui tutto sembrava possibile, in cui chi voleva essere lieto lo era, perché del domani non c’era certezza, due diverse Weltanschauung si fronteggiano tra un traversone e un fuorigioco, quella del Milan più vincente di sempre, compagine formidabile a livello globale e a trazione olandese presieduta da Silvio Berlusconi, che assieme in primo luogo alla posizione preponderante nell’ambito delle televisioni commerciali ne fece trionfale veicolo per la sua carriera politica, e allenata da Arrigo Sacchi, che poi porterà la nazionale a sfiorare, nel calderone di Pasadena, quando ancora non sapevamo che lì vi abitasse Nora Walker, la più irresistibile matriarca del piccolo schermo, la vittoria nella coppa del mondo, persa in finale ai rigori col Brasile, e quella del Napoli di Ferlaino, che aveva come punta di diamante nientedimeno che il caravaggesco Pibe de oro, l’uomo per cui la locuzione genio e sregolatezza pare essere un vestito su misura. Cirillo, con bravura e competenza, ritrae, facendone riuscita metafora del contesto storico, sociale, culturale, economico e politico, questa disfida in modo esauriente e puntuale. Da non perdere.

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“Taccuini postmoderni”

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Per essere uno Spirito libero ci vuole coraggio. Guardo al mondo e agli esseri umani come a uno sterminato palcoscenico su cui tutti si esibiscono indossando maschere imposte dall’esistenza. Ma sperimento anche l’acuta sensazione di essere assolutamente differente e separata da tutto il resto: qualcuno di unico che resiste con forza alle convenzioni che soffocano e si oppone al pensiero dominante.

Taccuini postmoderni – Dialoghi e pensieri, Laura Tappatà, Rogas. Filosofa, docente di Psicologia del lavoro educativo e Psicologia generale presso il corso di laurea in Scienze della Formazione dell’Università Cattolica di Milano, collaboratrice della cattedra di Psicologia della personalità della stessa Università, che è poi quella dove si è laureata nell’ottobre di ventisei anni fa in filosofia con indirizzo psicologico con una tesi dal titolo Il ruolo psicologico della pelle. Note di dermatologia psicosomatica, Laura Tappatà raccoglie in questo abile e agile zibaldone appunti e riflessioni, pensieri e parole, conversazioni reali, realistiche, verosimili o presunte, consigli, immagini e corrispondenze, mettendo sempre in luce quanto la dimensione dialogica, per chi non è che un animale sociale che senza gli altri non sa né può stare, sia fondamentale per vedersi da fuori, osservare le cose e le persone da un differente punto di vista, ragionare sulla propria condizione. Interessantissimo.

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“Le bugie che deludono”

unnameddi Gabriele Ottaviani

La gran parte degli esseri umani è incallita favolista e intesse storie con le proprie esperienze e fantasie, saggiando il guinzaglio che ci tiene legati alla realtà. Nel bellissimo libro Donne che corrono con i lupi dell’analista Clarissa Pinkola Estés, l’autrice teorizza di come i racconti e le fiabe possano gettare una nuova luce sull’interpretazione dei rapporti interpersonali, sull’immagine di sé e persino sulle varie forme di dipendenza. La maggior parte delle volte, però, molte persone azionano i propri censori cerebrali esercitando un controllo su quali storie raccontare, a chi, e decidendo a quali di esse vogliamo che l’interlocutore creda. Il grado di controllo esercitato, tuttavia, può dipendere dalla personalità o dal momento. Ma a che cosa si deve prestare particolare attenzione per smascherare una bugia? Questa domanda è stata oggetto di infinite indagini senza che si sia trovata una risposta univoca: le variabili sono molto complesse e articolate. I diversi modi di mentire dipendono anche dal tipo di bugia raccontata. Riconoscere un bugiardo è più difficile di quanto pensiamo e non esistono segnali inoppugnabili che ci possano permettere di riconoscere una menzogna, ma questo non significa che i nostri sistemi interni di riconoscimento delle bugie non possano essere affinati e raffinati. Per quanto riguarda i segnali per il riconoscimento delle bugie esistono due scuole di pensiero principali: una si riferisce al volto del mentitore e l’altra alle sue parole.

Le bugie che deludono – Menzogna e vita quotidiana, Carlo Scovino, Rogas. Tutti mentiamo. Talvolta per non far soffrire. Più spesso per mera cattiveria. E la fiducia, si sa, una volta persa è smarrita per sempre. Quando non c’è sincerità non vale più nulla, non servono scuse, un vaso rotto non si ripara, con buona pace dei giapponesi che ne ingrommano d’oro le cicatrici perché è più prezioso chi ha sofferto di chi non ha mai conosciuto ferita alcuna. Carlo Scovino, autore di pregio e prestigio, indaga con una prosa ampia e maestosa la menzogna e ancor di più il suo contrario, la verità, spesso ostentata proprio da chi non se ne avvale mai: del resto, è chi parla a vanvera di norma il primo sostenitore dell’importanza delle parole, dunque… Da non perdere.

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“Di lama e d’ocarina”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Sono questi otto centimetri che mi spuntano dalla mano? Coltello? No! Non è un coltello! È una spina! Una spina, che è rimasta conficcata nel mio cuore, una spina della rosa che eri, che è rimasta, bastarda, conficcata nel mio cuore. Ecco cos’è. Non è un coltello! Che razza di bestia, sarei, se mi presentassi da te con un coltello in mano. Che razza di bestia sarei se volessi farti del male. È una spina, soltanto una spina. Una spina, avvelenata, di quell’amore amaro, che secondo te era finito. E ora, siccome tu, amore mio, dimenticasti una spina conficcata nel profondo del mio cuore, io sono venuta a rendertela, affondandola nel tuo. E vedrai che scoprirò che non era di pietra come pensavo, ma caldo, e rosso, proprio come la rosa che eri.

Di lama e d’ocarina – Storie di tango, Francesco Scarrone, Rogas. Diego Alvaro de Marenquio Manasero y Gregorio non è un uomo come tutti gli altri. È mille e più persone insieme. Perché è il più grande tanguero di tutta la Pampa argentina, e la sua arte lo rende molteplice, plurimo: canta la passione, in tutte le sue forme, e alla sua voce si aggiunge quella di tutti coloro che incontra per la sua strada, che gli lasciano e cui lui lascia sempre qualcosa, perlomeno il ricordo di un’emozione che mai prima di quel momento era stata così ben descritta e immortalata. Albatro inadatto alla vita sulla terraferma, come ogni poeta che si rispetti, eroe picaresco che combatte contro i mulini a vento della mediocrità, è un personaggio incredibile tratteggiato in maniera fuori dal comune dalla prosa seducente e sensuale, come solo il ballo che si dipana al ritmo del bandoneón sa essere, ricchissima di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, di Francesco Scarrone, non a caso anche valente drammaturgo e sceneggiatore, abilissimo nel far vivere e vedere quel che le parole raccontano, tra atmosfere oniriche, demoni e disperate speranze.

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“Vera o i nichilisti”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Sono stanco di avere paura. Ora basta con il terrore. Da oggi dichiaro guerra al popolo – guerra fino ad annichilirlo. Come si è comportato con me, io mi comporterò con esso. Lo ridurrò in polvere e disperderò le sue ceneri al vento. Ci sarà una spia in ogni casa, un traditore in ogni casa, un boia in ogni villaggio, una forca in ogni piazza. Peste, lebbra o febbre, saranno meno fatali della mia ira; di ogni frontiera farò un cimitero, di ogni provincia un lazzaretto e con la spada curerò i malati. Otterrò la pace in Russia, seppure la pace dei morti. Chi ha detto che sono un pavido? Chi ha detto che ho timore? Vedete, schiaccerò così questo popolo sotto i miei piedi!

Il Professor Alessandro Gebbia, con cui, nei corridoi di quella che fu la residenza della moglie morganatica del re e che poi divenne sede universitaria, ossia Villa Mirafiori, lungo la Via Nomentana, a Roma, ha studiato e sostenuto con gioia, per la messe di nozioni che ne sono derivati, diversi esami chi scrive, come pure con la Professoressa Fiorella Gabizon, autrice dell’introduzione, della traduzione e delle note di questa pregevolissima edizione curata da Rogas di Vera o i nichilisti – Dramma in un prologo e quattro atti, di Oscar Wilde, autore leggendario che non ha certo bisogno di presentazioni, dice, con prosa mirabile, che dietro Vera ci sono tutte le donne che di lì in poi hanno ingaggiato, sovente con il prezzo della galera o addirittura della vita, la lotta per affermare i propri diritti nella fabbrica, nella società, nella famiglia, lasciando traspirare la grande ammirazione che Wilde nutriva per le donne, in primis per le attrici, che si contrapponevano allo stereotipo vittoriano, per quella che Sara Grand definirà la ‘New Woman’. Dietro i nichilisti si scorgono, con il senno di poi, i gruppi e le organizzazioni che combatteranno contro le disuguaglianze e la violenza razziale o omofoba. […] Non è un caso, quindi, che nel 2014, il 12 febbraio, dopo centoquaranta anni di silenzio imposto, le battute di ‘Vera o i nichilisti’ siano tornate a risuonare su di un palcoscenico, ancora una volta e forse non a caso newyorchese. Questo testo formidabile, uno degli immeritatamente meno noti e più sfortunati della magistrale produzione del più icastico censore della pruderie di cui era imbevuta la fine del secolo decimonono, in Inghilterra ed evidentemente non solo, scritto nel milleottocentoottanta e rappresentato per la prima volta solo tre anni dopo nella Grande Mela, ambientato tra il millesettecentonovantacinque e il milleottocento, è una raffinata allegoria in cui è evidente tutta la preoccupazione per un mondo sempre più tirannico, mentre è nella natura degli uomini l’anelito alla libertà: si racconta di una giovane russa che vorrebbe porre fine all’esistenza dello zar, ma poi… Meraviglioso.

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“Dal grigio alla stella”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Il riscatto, abbiamo detto. Degli azzurri, dell’Italia tutta e di Rivera, che, certo, ha poco da farsi rimproverare per la sua carriera. Ma c’è sempre stato qualcosa di irrisolto, nella sua figura di campione, un “sì, ma…” che lo ha accompagnato sempre. Ora, per esempio – siamo già al secondo tempo supplementare, e le cose successe ce le ricordiamo tutti – ecco quella palla che, lemme lemme e spizzata da Müller, sta per raggiungere l’angolino; beh, un atleta solido, sveglio, pronto la potrebbe intercettare. Invece Rivera si impiglia in un gesto tardivo, inutile, grottescamente erotico, abbracciando il legno candido, ma ora maledetto, che non ha saputo, neppure lui, schivare il colpo. Rivera è l’abatino il fragile, l’inconsistente. “Posso pensarci e ripensarci, non la troverò mai una spiegazione” dice Rivera, scrivendo la sua cronaca su “L’Europeo”…

Dal grigio alla stella – Gianni Rivera. Alessandria, Milano e il suo mondo, Mimma Caligaris, Bruno Barba, Rogas. Calciatore di chiarissima fama, plurititolato e pluripremiato (la sua staffetta, eternata anche dalla penna sublime di Brera, in Nazionale, con l’erede di quel Valentino Mazzola – ovverosia Sandro – vittima assieme a troppi altri della tragedia di Superga che fece sì che il Grande Torino aggiungesse poco dopo la fine della seconda guerra mondiale un’altra voce al novero della tragica casistica che pare confermare l’adagio che giovane muore chi è caro agli dei, ha diviso l’Italia e non solo come ogni grande rivalità che si rispetti), politico a livello nazionale e continentale, finanche ballerino con le stelle, Gianni Rivera è uno degli astri più fulgidi del panorama non esclusivamente sportivo italiano: Mimma Caligaris, giornalista sportiva, responsabile della redazione sport del gruppo editoriale Il Piccolo – SoGed, corrispondente del quotidiano Tuttosport, autrice di numerose e varie pubblicazioni, e Bruno Barba, che dirige la collana di cui questo volume fa parte, ricercatore di Antropologia all’Università di Genova, esperto in una disciplina assolutamente affascinante nel nostro mondo globalizzato quale è il meticciato culturale e il sincretismo religioso, nella fattispecie imperniandosi soprattutto sulle vicende del Brasile, ma anche indagatore del calcio nei suoi evidenti (basta una sfera anche di stracci o di stagnola ricavata dagli incarti dei panini mangiati in fretta e furia a ricreazione ai tempi delle scuole elementari per trovare subito l’occasione di sfidarsi assieme, a prescindere da ceti, censi e latitudini…) significati antropologici di “fatto sociale totale”, realizzano un ritratto dettagliatissimo e assai bello, che conquista in un baleno. Da leggere e far leggere.

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“Sport e scienze sociali”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Le audience sono consapevoli della connessione tra un testo e le sue espansioni grazie ai legami intercorrenti tra questi tre elementi. Nel caso degli eventi sportivi leghe e anche singoli club producono testi istituzionali da veicolare sui canali ufficiali, nella stessa finestra temporale in cui gli utenti possono espandere la narrazione secondo i propri orientamenti. Una strategia spesso seguita dai fan consiste nell’appropriarsi di un hashtag ufficiale per criticare in maniera innovativa la narrazione ufficiale (Fast, Örnebring 2015). Nell’era della convergenza digitale, le leghe sportive interessate a sviluppare l’engagement dei fan devono progettare, dunque, una strategia transmediale. Come abbiamo visto, ci sono numerosi fattori che incidono sull’adozione di una strategia protezionistica e restrittiva, oppure una più permissiva e aperta. In ogni caso, come scrive Tussey (2018: 105), nelle possibili alleanze tra leghe e social media è insito un potenziale di democratizzazione del transmedia storytelling sportivo, grazie al quale sempre più i fan possono essere inclusi nelle pratiche di costruzione simbolica. La dialettica tra mainstream e grassroots assume un significato specifico, invece, con riferimento ai grandi eventi sportivi globali, assimilabili a quelle che Dayan e Katz (1994) definivano “grandi cerimonie mediali”, e più recentemente a social media event planetari (Germano, Martelli, Russo 2015). In questo caso, organizzazioni sportive, governi, network televisivi e sponsor tendono a unificare i vari materiali della narrazione transmediale intorno ad alcuni temi: è quanto accaduto, nel 2014, sia ai Mondiali di calcio (Rampazzo Gambarato et al. 2017), sia alle Olimpiadi invernali (Rampazzo Gambarato, Alzamora, Tárcia 2016). Questi network sportivo-mediatico-economici costituiscono la configurazione specifica che assume, per questi eventi, il triangolo SMS. Essi intendono presentare un significato unitario attraverso le piattaforme mediali, contenendo la spinta di narrazioni antagoniste, sviluppate dalle reti spontanee di movimenti, associazioni e singoli cittadini. Anche le narrazioni di protesta sono disseminate transmedialmente, nel tentativo di assicurare la massima indignazione su scala globale…

Luca Bifulco insegna Sociologia e Sociologia dello Sport nel Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, mentre Mario Tirino è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Salerno: insieme analizzano lo sport come elemento narrativo e costitutivo all’interno contemporaneità compiendo l’esegesi, riuscita, approfondita, interessante, sorprendente, nonostante sia evidente a tutti quanto peso possano ricoprire i grandi accadimenti sportivi nelle vicende di una popolazione – si pensi all’effetto benefico sul prodotto interno lordo che si ha quando una squadra nazionale si aggiudica un campionato del mondo, alle lotte senza esclusione di colpi per accaparrarsi l’assegnazione dei giochi olimpici, forieri di appalti milionari, agli sportivi, anche perché la ferrea disciplina rende i corpi attraenti, che sempre più sono richiesti come influencer e testimonial, alla leggenda con molta verità non solo in fondo che vuole che Bartali vincendo il Tour de France nel millenovecentoquarantotto nei giorni dell’attentato a Togliatti abbia con una ventata d’euforia evitato in Italia la guerra civile, e via discorrendo – per il tramite degli strumenti propri delle scienze sociali, che qui trovano insospettabile ma efficace applicazione. Sport e scienze sociali – Fenomeni sportivi tra consumi, media e processi globali, Rogas, è un volume interessante e da leggere.

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