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“Climate justice”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Con i suoi oltre tremila chilometri di costa, il Vietnam è molto vulnerabile all’impatto dei cambiamenti climatici. Le basse regioni costiere e l’ampio delta lo rendono sensibile all’innalzamento del mare; le acque salmastre invadono infatti i terreni coltivabili, in particolare nella zona del delta del Mekong, dove vive quasi un quarto della popolazione. Le comunità che abitano nelle regioni montuose dell’entroterra subiscono invece gli effetti di un clima più rigido e imprevedibile, con alluvioni improvvise che aggravano ulteriormente le loro condizioni di vita già precarie e la scarsità di cibo. Vu Thi Hien, nonna di quattro nipotini, ha lasciato una cattedra importante alla Facoltà di agraria dell’università di Hanoi per contribuire a salvaguardare le foreste naturali e la biodiversità del paese e per sostenere le comunità povere…

Climate justice – Manifesto per un futuro sostenibile, Mary Robinson, Donzelli. Abbiamo un pianeta solo, che nasce senza barriere né confini, e dobbiamo averne cura. Perché per l’ambiente passa la vita, la giustizia, la possibilità di essere felici, inalienabile diritto per ognuno dei viventi. L’opera di Mary Robinson è un testo necessario dal punto di vista etico, sociale, culturale, politico, morale: da leggere, rileggere, far leggere.

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“Quando ero piccola leggevo libri”

51ATlr5R-mL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Per qualche motivo il fatto di essere umani ci fa amare e agognare le narrazioni grandiose.

Quando ero piccola leggevo libri, Marliynne Robinson, Minimum fax, traduzione di Eva Kampmann. Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila: uno meglio dell’altro. Sono i romanzi di Marilynne Robinson. Però se ci si focalizza sul mero aspetto cronologico ci scopre che c’è stato un lungo intervallo, in particolare fra il primo e il secondo titolo tra quelli appena nominati: quasi trent’anni. Non è pensabile però che una voce così ammaliante sia rimasta muta per un tempo tanto lungo: e infatti non è andata per nulla in questo modo. Semplicemente Marilynne Robinson ha rivolto la sua attenzione alla saggistica, e i dieci esempi qui raccolti ne forniscono una prova incontrovertibile, prima di tutto in merito alla grandezza e al valore. Analizzando infatti la società americana, gli usi, i costumi e le tradizioni dipinge a tinte accese il ritratto pietoso ma non indulgente di ognuno di noi, in costante lotta con la fragilità che vorrebbe nascondere e la forza che desidererebbe dimostrare. Da non perdere.

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“Le cure domestiche”

9788806180034_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

Avevo visto due dei meli nel frutteto di mia nonna morire lì dove si ergevano. In primavera non avevano foglie, ma rimanevano lì come in attesa, con i rami quasi piegati a terra, a mimare la loro perduta fecondità. Ogni inverno il frutteto è invaso dalla neve, e ogni primavera le acque si dividono, la morte è annullata, e ogni Lazzaro risorge, salvo questi due. Hanno perso la loro corteccia e si sono sbiancati, e il vento fa schioccare le loro ossa. Ma se mai apparisse, una foglia, non sarebbe una gran meraviglia. Sarebbe un piccolo cambiamento come se la luna, diciamo, cominciasse a girare sul proprio asse. Mi sembrava che ciò che periva non doveva essere necessariamente perduto. A casa di Sylvie, la casa di mia nonna, potevo tenere tra le mani quasi tutto ciò che ricordavo, come una tazzina di porcellana, o una mela caduta per un colpo di vento, aspra e fredda per la sua affinità con la terra profonda, con soltanto una traccia del profumo di quando era sbocciata. Sylvie, lo sapevo, sentiva la vita delle cose morte. Tuttavia, mentre mi avvicinavo alla casa mi resi conto ancora una volta dei cambiamenti che l’avevano sopraffatta. L’erba del prato era alta fino al ginocchio, di un verde untuoso e malsano, e il vento la percorreva increspandola. Aveva inghiottito i cespugli più bassi e il sentiero e il primo gradino della veranda, all’ingresso, ed era arrivata all’altezza delle fondamenta. Sembrava che, per non affondare, la casa sarebbe stata presto costretta a galleggiare.

Le cure domestiche, Marilynne Robinson, Einaudi, traduzione di Delfina Vezzoli. L’acqua è sempre uguale e sempre diversa. Non ci si può bagnare due volte nel medesimo fiume, sostiene Eraclito. Ed è oggettivamente impossibile dargli torto. Perché non solo sarà diverso d’istante in istante il fiume, ma lo saremo anche noi. Ogni singola particella d’infinito che si riverbera nello spazio della nostra vita modifica la composizione del mosaico, aggiunge una tessera, ne toglie o sposta un’altra, il domino delle emozioni diviene sempre più articolato e precario, sul punto di cadere, franare, disperdersi, dissolversi. E se il lago per sua natura appare placido e insieme infido, stagnante distesa di cui è arduo vedere il fondo, anch’esso è di momento in momento vario, a seconda di ciò che ci si riflette, della luce che lo colpisce. Ruth e Lucille sono due bambine. Non conoscono Fingerbone. Lì è nata la mamma. Helen. Lì c’è un lago. In cui Helen si getta. Le abbandona. Le lascia sul patio della casa dei suoi. Le lascia nelle mani dei suoi. Mani sconosciute, mani da cui non ci si può attenere il sostegno che si spera quando ci si sente cadere nel vuoto e l’unica cosa che si desidera è un appiglio saldo. Solido. Sicuro. Sylvie, la sorella di Helen, non sembra nulla di tutto questo. Eppure è la cura, è la casa, è il trauma della crescita ciò che può unire, cementare, salvare. Marilynne Robinson è scrittrice che non ha bisogno di presentazioni. La sua prosa lievissima ha la devastante luminescenza di una folgore. Le vite degli altri, qui, paiono sempre l’opportunità della tua. Irrinunciabile.

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