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“Julie”

71DqGrGdfNL._AC_UY218_ML3_di Gabriele Ottaviani

Hugh protestò. Mi disse che mi stavo comportando da stupida. Ma insistetti. Gli chiesi se voleva dire la verità, e che, beh, magari si sarebbe ritrovato a raccontare a Barb della storia fra me e lui come di una cosa del passato. Così si arrese, e la bugia venne raccontata, e dopo mi disse che Barb aveva pianto. Scrollai le spalle. Gli dissi che Barb l’avrebbe superata. Ogni tanto parlavo con lei al telefono, e mi assicuravo sempre di dirle quanto mi mancasse suo padre (anche se magari ci avevo scopato e gli avevo succhiato il cazzo mezz’ora prima). E quel giorno nel Tack Room dello Stouffer’s, vedendola per la prima volta da non so quanto tempo, mentre lei e io bevevamo brodo di pollo e mangiavamo panini con pancetta, insalata e pomodoro, le parlai di Hugh, e le mie parole non erano nient’altro che bugie, e chiesi: “Ti parla mai di me? Lo spero. Mi manca. Ma, Barb, per favore, non dirgli che te l’ho detto. Verrebbe a cercarmi, e lo farebbe solo per tristezza o solitudine o qualcosa del genere, e non sarebbe giusto, vero?”. Oh, le parole che usai. Accennai persino a Beggs, l’impresario di pompe funebri che mi aveva portata a letto in quel motel la notte della tormenta, ma ci tenni a dirle… oh, a giurarle, persino, che avevo respinto le avances di quel lurido maiale. Oh, che attrice ero. Che portento! Oh, tirai fuori persino l’argomento dei miei stupidi, imbarazzanti, enormi piedi simili a galleggianti. E infine, quasi come atto finale, dissi a Barb che ero molto, molto stanca. Stancamente, masticai il mio panino, e le mie mascelle scricchiolavano con una sorta di pesante rassegnazione, e Barb mi disse che le dispiaceva che io fossi così triste. E ricordo di averle detto: “Al diavolo!”. Barbara sbatté le palpebre per un momento, e poi penso che si scusò e mi lasciò lì con tutto ciò che rimaneva del mio panino. (Come mai non riesco a capire cosa sia veramente, uh, uh, reale? Come mai la mia papera è dovuta morire? Come mai il mio caro e defunto Morris era stato così gentile con me? Perché mio padre aveva permesso a mia madre di picchiarlo? In che modo la mia storia aveva contribuito a imbarbarirmi? Perché mi aveva imbarbarito? Perché avevo bisogno di nutrirmi di bugie e sperma e senso di colpa? Come mai non ero stata all’altezza del luminoso futuro da pianista che Miss Diehl e Mr Fred P. Spooner avevano predetto per me? Perché continuavo a pensare a mia madre come alla strega dell’est quando sapevo che non era così? Da dove venivano tutte le bugie? Quando sarei morta, quanto in basso mi avrebbero cacciata nelle profondità dell’inferno? Perché non avevo passato più tempo con mio padre e la bella Nancy? Perché mio padre non aveva capito quanto mi avrebbe aiutato se si fosse presentato al triste funerale di mia madre? Come mai non avevo pensato quasi mai a Beryl? E perché non mi era mai fregato un cazzo della guerra in Vietnam? Perché non ero stata più disponibile con Morris? Perché trattavo Hugh così male? Chi aveva ucciso Marilyn Sheppard? Come mai, dal momento che ero stata a letto con non so quanti uomini, non ero mai rimasta incinta? Cosa era successo alle tribù perdute di Israele? Come mai non mi ero mai presa la sifilide? Come mai non mi ero presa la pediculosi? E come mai i miei talloni erano così tondi? Come mai ero così irrequieta? Come mai non ero passata a trovare la tomba di Miss Diehl abbastanza spesso? Come mai continuavo a sognare Chopin e Mozart e persino Czerny? Perché mi sentivo più a mio agio con Brahms di quanto non lo fossi con Alfalfa Switzer? Come mai continuavo a pensare ai gatti di Czerny? Come mai avevo un colpevole attaccamento alle opere di Anton Rubinstein? Come mai Brahms era così grande? Come mai provo disagio alla semplice menzione di Stravinsky? Dovrei legarmi i piedi? Dovrei mangiare una pesca? Dovrei friggere un uovo e infilarmelo nel culo? Come mai ho sentito l’impulso di continuare a rivolgere a me stessa tutte queste stupide domande?).

Julie, Don Robertson, Nutrimenti. Traduzione di Nicola Manuppelli. Morto nell’anno del suo settantesimo compleanno nel millenovecentonovantanove, ormai pressoché, immeritatamente, dimenticato, in primo luogo da quell’ambiente letterario da cui lui stesso si allontanò, Don Robertson, nativo di Cleveland, Ohio, giornalista, e scrittore prolifico, di successo e premiato, persino adattato per lo schermo, racconta l’animo umano come nessuno. In prima mondiale questo capolavoro – la parola è abusata, ma esistono frangenti, come questo, nei quali si configura come assolutamente necessaria: anzi, qui l’iperbole è decisamente riduttiva – rimasto eccezionalmente e incredibilmente inedito narra, con accenti lirici e scabri, magnetici e magnifici, la deflagrante, monumentale e indimenticabile vicenda di un personaggio meraviglioso, quello di Julie Sutton, un’aspirante pianista ormai più vicina ai quaranta che ai trenta che, in un particolare momento della sua esistenza, mentre sullo sfondo la storia con l’iniziale maiuscola, incurante come la natura leopardiana, scorre inesorabile, rivolge lo sguardo al passato e si tuffa nella memoria. Sensazionale.

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“Paradise Falls – L’inferno”

81ZCWPRpIvL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Charley si strinse nelle spalle. È così che va il mondo, disse. Non è una risposta. No. Non pretendo che lo sia. Ma è l’unica che ho. Non mi occupo di risposte, Nancy. Mi interessano solo le possibilità, gli affari che riguardano il qui e ora. Un tempo credevo di conoscere delle risposte, ma l’ultima è stata spazzata via da piume e catrame. Adesso mi limito a fare quello che devo fare. Per esempio fare del male agli Underwood? Sì. Ma perché? Ehi, ehi, non pensare che sia malvagio. Non è così. Allora com’è? Gli Underwood rappresentano un’epoca ormai morta. Finché non si porrà fine alla loro influenza sulla città, saranno d’ostacolo al progresso. Progresso? Intendi il cambiamento? Sì. Intendo anche il cambiamento per il gusto di cambiare. Anche quel tipo di cambiamento. Come ho detto, è inevitabile, e prima lo affronteremo, meglio sarà. È spaventoso. Forse per qualcuno. Non per me. Il mondo di Nell sarà così diverso dal nostro. Povera Nell. Sarà un bel mondo. Le cose sono solo cose. Le controlleremo ancora. Povera Nell. Perché continui a ripeterlo? Sai com’è fatta. Si spaventa così facilmente. Lo supererà. È solo una bambina. Dobbiamo essere buoni con lei, Charley. Non diventerà mai una bella ragazza. Beh, non mi sento di dire che… Guarda in faccia la realtà, Charley. È brutta. Non è questo il modo di parlare di tua figlia. Oh? E perché no? Pensi che lei non lo sappia? Questo non ha nulla a che fare con… Le voglio bene, Charley. Davvero. È dolcissima. Ma dobbiamo trattarla con delicatezza. Vedi, lei sa di essere brutta…

Paradise Falls – L’inferno, Don Robertson, Nutrimenti, traduzione, come sempre sensazionale, ma ormai a dirlo si rischia di sembrare un disco rotto, di Nicola Manuppelli. Del resto questo è un vero e proprio capolavoro, come ne nascono assai di rado, e fortuna ha voluto che sia stato ritrovato, perché altrimenti la perdita sarebbe stata davvero tremenda: l’epica monumentale di Paradise Falls, che prende le mosse dagli anni della guerra civile americana e si snoda fino agli albori del cosiddetto secolo breve, a cui si ha già avuto modo di accostarsi per il tramite del primo volume, prosegue narrando la definitiva, almeno in apparenza e per il momento, affermazione del giovane, innovatore, pragmatico e arrivista Charley Wells, un Tancredi gattopardesco e gattopardiano, cambiando quel che dev’essere cambiato, incarnazione della nuova America a tutto svantaggio del tradizionale e tradizionalista, espressione di un idillio ormai impensabile, Ike Underwood. Ma anche gli altri non stanno a guardare, e… Eccezionale.

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“Paradise Falls”

ParadFalls-Paradiso.jpgdi Gabriele Ottaviani

Presa dalla fame, un pomeriggio di settembre, Queenie, la vecchia e consunta cagnetta spitz di proprietà del reverendo Edwin P. Rathbun (rettore della chiesa episcopale) e della sua signora, divora tutte le pagine dei libri di Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia della Bibbia di famiglia che si trova nel salotto di casa Rathbun. Mrs Rathbun è sconvolta. Cattiva, le dice. Ohi. Ohi. Cattiva Queenie! Mrs Rathbun abbraccia la cagnetta e le scuote un dito davanti al muso. I Rathbun non hanno figli. Amelia Burkhart è sposata con Christian Soeder. Il fratello Wilhelm ha regalato a Christian cinquanta acri di terreno pianeggiante vicino al lago Paradise, e Christian Soeder costruisce una casa su questa terra. Il matrimonio si svolge a fine agosto e forse due settimane dopo Amelia rimane incinta. Un fatto sconvolgente è accaduto a Christian Soeder: si è innamorato della pallida e piccola moglie. Per la prima volta nella sua vita dissoluta si accorge dell’esistenza di cose come le foglie e le nuvole. Il nostro non è un semplice accordo, dice ad Amelia, sarà più che un accordo. La nostra vita, intendo. Ti renderò orgogliosa di me. Amelia annuisce. Cucina torte eccezionali, mantiene la loro nuova casa linda come uno specchio. Non ha mai accennato a Ferd Purvis con Christian. Nemmeno una volta. (La madre e il padre di Amelia sono al colmo della gioia. Naturalmente li rincresce il fatto che Oliver P. Purvis se ne sia andato all’altro mondo sul pavimento della loro cucina, ma quello sfortunato incidente non ha minimamente mitigato la gioia per il matrimonio. Christian è un bravo ragazzo e sanno che ora metterà la testa a posto.

Paradise Falls – Il paradiso, Don Robertson, Nutimenti, traduzione di Nicola Manuppelli. Lo scrittore preferito di Stephen King, il cronista nato a Cleveland, Ohio, vissuto tra il millenovecentoventinove, l’anno della grande depressione, e il millenovecentonovantanove, il cantore formidabile della solennità della disillusione e il poeta che esalta i mille rivoli delle fragilissime anime umane, perennemente contese fra opposte aspirazioni, fra squallido e sublime, ambienta, nel tempo liquido e precario della guerra di secessione appena conclusa un affresco epico e vividissimo, di cui è ora finalmente edita, e la notizia è gioiosa, la prima parte. Paradise Falls è un villaggio dello stato del grande fiume, stando al significato del suo nome, che viene dall’irochese, laddove la comunità ha una salda guida e tutto pare procedere nel solco della tradizione. Ma… Imprescindibile.

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“Il mercante di morte”

il_mercante_di_morte_MED.jpgdi Gabriele Ottaviani

Che cosa passa nella testa delle persone?

Il mercante di morte, Craig Robertson, Leone. Traduzione di Andrea Cariello. Presso Glasgow un ragazzo viene trovato morto. Nudo. Coperto di sangue. Impiccato. A un ponte. In bella mostra, per così dire. Dinnanzi agli occhi sbarrati di tutti. I suoi vestiti sono accanto a lui. Non tutti. Che cosa è successo? E perché? Chi colleziona macabri cimeli? Chi è l’assassino? Quanti sono i delitti firmati dalla stessa mano? Rachel, ispettrice, e Tony, suo compagno e giornalista, indagano. Perché non è certo quello di Loch Ness il più pericoloso mostro che si aggira per la Scozia. Anzi… Scritto con impressionante facilità, tiene assai ben desta l’attenzione del lettore. Ottimo: per tutti gli appassionati del genere.

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“Solo la terra resiste”

51CQR9FnPyL._SX329_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La vita era una sorta di storia-fuori-tema per la quale a scuola saresti stato preso a cinghiate.

Solo la terra resiste, James Robertson, Paginauno. Traduzione di Sabrina Campolongo, Carmine Mezzacappa, Clara Pezzuto. Angus Pendreich era un grande fotografo. Da qualche anno è morto. Michael, suo figlio, sta allestendo una mostra. Le immagini sono un’infinità, c’è l’imbarazzo della scelta. Ma soprattutto c’è un altro aspetto che Michael deve chiarire. E chiarirsi. Cosa vuole dire? Cosa vuole mostrare, e dimostrare? Qual è il filo conduttore? La sua storia? Quella di suo padre? Delle persone che ha ritratto? Dei luoghi che ha immortalato? Della Scozia, eterno confine tra essere e voler essere, tra indipendenza e identità, tra utopia e concreta appartenenza, tra presente e vagheggiato mitico passato? Robertson fa viaggiare il lettore nel tempo e nello spazio, fa emergere dalla pagina con una brillantezza insolita e poderosa parole ed emozioni, avvince, convince, conquista, con una lingua alta e ampia, pluristratificata: il lemma capolavoro è abusato. Talvolta, però, è l’unico possibile. Monumentale.

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“L’uomo autentico”

download (2).jpgdi Gabriele Ottaviani

Gli disse che gli aveva detto la verità quando gli aveva promesso che gli avrebbe preparato la vasca e rimboccato le lenzuola, ma in fondo tutto questo poteva aspettare, no? E fece sedere Herman Marshall sul divano della sua casa, un divano a fiori che gli ricordò un po’ il divano a fiori che un tempo avevano avuto lui e Edna; quel divano a fiori era stato così importante, ma lui non riusciva a ricordarsi perché, e in fondo andava bene così. Jobeth si accovacciò davanti alla televisione, l’accese e cominciò a cambiare i canali, e poi c’era questo negro nudo seduto a cavalcioni su una donna bianca nuda, e si stava facendo una sega sulle tette della donna che faceva smorfie e gli leccava lo sperma. “Cristo santo”, disse Herman Marshall, e Jobeth ridacchiò. Lo raggiunse e gli disse che non le importava che cosa lui pensava; gli si voleva sedere in grembo. E lo fece. E baciò Herman Marshall sulla bocca e gli mostrò le tette appassite. E gli disse che lei era una persona con degli istinti come tutte le altre. E quel negro continuava a menarselo e menarselo, con quella specie di pompa che aveva, con cui avrebbe potuto squartare un cavallo. Jobeth premette il viso di Herman Marshall contro le sue tette tristi. Gli disse che aveva bevuto del gin, e che il gin la metteva sempre di buon umore, oh tesoro, Jobeth ti adora. Herman Marshall strofinò il viso contro Jobeth e le sue labbra da nero fecero su e giù, mentre intanto alla televisione due donne bionde si stavano leccando la figa, e una delle due donne indossava un reggicalze nero, e Herman Marshall sentì il cazzo diventargli duro, e Jobeth gli abbassò la cerniera, glielo prese fra le mani e iniziò a menarglielo, e gli disse che in realtà non voleva niente per sé; tutto ciò che voleva era renderlo felice, e aveva i calli alle mani, che però creavano una certa frizione, e Herman Marshall gemette, e le due donne bionde continuavano a leccare, leccare, leccare, e si sentiva una musica, forse suonata da un clarinetto, e le donne della televisione scopavano, scopavano, scopavano, e Herman Marshall chiuse gli occhi e per un attimo vide quella bella, fantastica donna del Rice Hotel, e improvvisamente lasciò fuoriuscire un piccolo, scialbo schizzo di sperma nella mano di Jobeth, e lei gli sorrise e lentamente si portò la mano alla bocca e tirò fuori la lingua e si leccò la mano, e il negro si unì alle due donne bionde e scopò dal culo quella con il reggicalze. Jobeth fece un risolino e parlò di vero amore. Disse a Herman Marshall che si era comportato da vero uomo nell’affrontare la sua tragedia. Sospirò. Si massaggiò i capezzoli con i pollici. Poi spinse il viso di Herman Marshall contro il suo seno e gli disse di succhiare e di leccare; era il minimo che potesse fare. E dopo un po’ lui era di nuovo a casa, nudo sotto la doccia, e l’acqua era calda, e sussultava, e Jobeth era lì con lui, lo stava abbracciando, e il suo corpo era tutto pieno di macchie e rughe ed era curvo (la sua pelle aveva la forma e la consistenza della pelle delle tartarughe, di quei cani col doppio mento, di quei politici stanchi) e gli sussurrava nell’orecchio, e lui aveva in mano una bottiglia di Shiner, e continuava a bere perché non voleva che la birra si mischiasse con l’acqua della doccia.

Don Robertson, L’uomo autentico, introduzione di Stephen King, traduzione – si consenta l’aggettivo: grandiosa – di Nicola Manuppelli, Nutrimenti. Il New York Times, si sa, è una delle testate più prestigiose che si conoscano in tutto il mondo: letto, citato, commentato, ritenuto un punto di riferimento, adorato dagli estimatori e preso di mira dai suoi detrattori e denigratori. Non pare, per esempio, che il neoeletto presidente degli Stati Uniti d’America Donald John Trump ami particolarmente il quotidiano fondato il diciotto di settembre del milleottocentocinquantuno da Henry Jarvis Raymond e George Jones: in una intervista dell’anno scorso al prestigioso giornale nientedimeno che Stephen King, uno che ha fatto conoscere il Maine come solo Jessica Fletcher, nonché uno che di estimatori adoranti e al tempo stesso di detrattori feroci e per partito preso se ne intende eccome, alla domanda su quale fosse il suo scrittore preferito ha risposto Don Robertson. Di Cleveland, Ohio. Un autore e giornalista che non conosce quasi nessuno. E che invece è fondamentale conoscere. Perché la sua lingua, la sua capacità narrativa, la sua costitutiva e caratteristica franchezza espositiva lo rendono uno scrittore non solo di gran pregio, ma anche un simbolo e una compiuta sintesi di molte delle istanze che appartengono alla faccia oscura della luna del sogno americano. L’uomo autentico parla di vecchiaia, di illusioni tradite, di certezze perdute, di risposte mai trovate, di coscienza della fine. E di una redde rationem che dovrebbe di diritto passare negli annali. Scabro, atroce, doloroso, scintillante, potente, maestoso, solenne, tragico. Da non perdere.

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