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“Gli altri”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Vi chiederete perché ritengo che il bacio sia stato un gesto grave…

Un attimo prima è una vecchina tanto dolce e devota pronta a prodigarsi per tutti – la donna in fuga dal passato misterioso, la ragazza che grazie a lei non beve più, il giovane scappato dalla madre arpia caracollando sui suoi tacchi a spillo rosso fragola, la moglie che ha perduto il figlio… -, vedova da un paio d’anni, che ha una figlia distante e scostante (a voler essere eufemistici) e che, mentre in una calda giornata canticchia e si prepara due uova al tegamino con un po’ di pomodori conditi con l’olio buono, chiacchiera con Poldo, una sorta di incrocio tra una lepre e un chihuahua trovato avvolto in una buccia di banana, nella casetta in cui vive, una romantica dimora con le tende di pizzo in un piccolo angolo di paradiso, un quartiere periferico a un tiro di schioppo dalla tangenziale di cui già il nome è significativo, Roseto, un borghetto ridente, un condominio dove tutti si conoscono, si aiutano, hanno le chiavi delle case degli altri, si accolgono a condizione che si rispettino le regole. Un attimo dopo è una vecchina tanto morta. Così se ne va Dora, e al suo posto, nella comunità sconvolta, arrivano inquilini diversi. Gli altri. E quel che è rimasto taciuto detona: se la pentola sorvegliata non bolle mai, quella lasciata incustodita fa disastri. Gli altri è il romanzo che Aisha Cerami, che di talento ne ha, come si suol dire, da vendere e da appendere, donna di multiforme ingegno, pubblica con Rizzoli, dando alle stampe l’emblematico ritratto della nostra ferocissima e ipocrita società: da non perdere.

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“La serva e il lottatore”

51HD7aHq2eL._AC_UL436_SEARCH212385_.jpgdi Gabriele Ottaviani

  • Adesso quei figli di puttana vengono qui – grida il sergente. – State giù!

La serva e il lottatore, Horacio Castellanos Moya, Rizzoli, traduzione di Enrica Budetta. Costretto a vivere lontano dal suo paese per motivi politici Horacio Castellanos Moya è uno scrittore dalla prosa potente, elegante, solida, solenne, asciutta, vigorosa, scabra, dura, dolorosa, stentorea, innamorata della libertà: in questo romanzo perfetto sin dal titolo, e che fa precipitare il lettore nel gorgo orrorifico, disturbante e soffocante dei sobbollenti prodromi della guerra civile che, quasi quarant’anni fa, infiamma e devasta San Salvador, si cammina al fianco di María Elena, personaggio magnifico e straordinario, classico e assieme originale, l’anziana domestica che arrivando a casa dei suoi datori di lavoro un mattino la trova vuota, come se i due, un uomo e una dona, una coppia, una famiglia, fossero svaniti nel nulla. Passo dopo passo, a fatica, e non solo per le vesciche che le tormentano i piedi, indomita non ha paura di cercarli, anche se è costretta a rivolgersi a un uomo che è il protagonista di alcune delle pagine più nere del suo passato, El Vikingo, un nerboruto ex lottatore, ora poliziotto al servizio del regime salvadoregno. E… Da non perdere.

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“I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo”

81xJIyoRcFL._AC_UL436_SEARCH212385_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Due minuti dopo che il cuore aveva cessato di batterle, Leyla riandò col pensiero a due sapori contrastanti: il limone e lo zucchero.

I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo, Elif Shafak, Rizzoli, traduzione di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani. Si chiamava Leyla. Ma non una Leyla qualunque, disse suo padre quando la riconobbe e le dette il nome, preconizzando per lei, con i migliori e rituali auspici, un futuro nel solco della tradizione, bello, fortunato, felice. Un avvenire che però non avrebbe mai avuto luogo, una vita che si sarebbe difatti interrotta bruscamente e in maniera assai violenta e precoce in prossimità di un vicolo di Istanbul, per la precisione quello profumato di forte caffè aromatizzato al cardamomo e caratterizzato dalla presenza dei più antichi bordelli autorizzati della sensuale e caleidoscopica metropoli. Dove Leyla, ancora giovane, ancora bella, lavora come prostituta. E sia lì, in quello stabile color palissandro che si apre su una viuzza cieca raggomitolata fra una sinagoga e una chiesa, che a casa è per tutti ormai Leila Tequila. In un lasso di tempo breve è la quarta lucciola che ritrovano ammazzata, il suo ultimo giaciglio, senza amore né consolazione, più squallido che mai, è un bidone dell’immondizia dai manici arrugginiti dinnanzi a un buio e umido campo di calcio; il terrore si fa sempre più forte, l’orrore ancora più indicibile: ma ciò che sorprende più d’ogni altra cosa è il fatto che, al di là di qualsivoglia ragionevolezza, nel caso specifico seicentotrentotto secondi, un tempo di poco superiore a quello che impiega la luce solare per raggiungere quest’atomo opaco del male che chiamiamo terra, dopo che il suo cuore ha cessato definitivamente di battere, la mente di Leila non solo è vivissima, ma si riaffacciano alla soglia della sua coscienza istantanee di momenti cruciali della sua vita, ognuna delle quali è per giunta impreziosita da un simbolico aroma. Quello, per esempio, della miscela di zucchero e limone fatta sobbollire sul fornello dalle donne per farne strumento di depilazione, e dunque di bellezza, mentre gli uomini andavano a pregare nella moschea, o quello dello stufato della capra che suo padre aveva sacrificato per celebrare la tanto attesa venuta al mondo di un figlio maschio, o… Il corpo si corrompe, l’anima anela salvezza: Elif Shafak scrive magistralmente un romanzo a dir poco necessario.

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“Ultima fermata Delicious”

81ISsKZdFxL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le zone più squallide di Houston divennero il suo territorio di caccia.

Ultima fermata Delicious, James Hannaham, Rizzoli, traduzione di Alberto Cristofori. La Delicious Food, impresa agricola del sud del Texas, rastrella le strade di Houston, soprattutto quelle più povere, per raccattare disperati che non faranno ritorno costringendoli, anche con l’uso della droga, oltre che della violenza più becere, proterva e abietta, al lavoro nei campi. Un vero e proprio inferno in terra, nei cui gironi terribili non ha timore di immergersi, cercando sua madre, una donna devastata dalla vita, Eddie, che vuole riportarla a casa, sottrarla alla deriva che si è imposta e inflitta, fuggendo dall’orrore per risalire la china della speranza. Epico, monumentale, sensazionale, straziante e straordinario, pieno d’amore puro e cristallino sgomento e dolore, non ha certo vinto per caso il PEN/Faulkner Award: peccato davvero non leggerlo.

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“Sadie”

41O6ZRB-yrL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Per certi versi la cittadina di Wagner mi ricorda Cold Creek. Sulla strada principale ci sono meno attività commerciali di quante dovrebbero essercene, e le case hanno l’aria un po’… sconfitta. Ma vi aleggia qualcosa che Cold Creek non esprime: la sensazione di una promessa. I sobborghi stanno mettendo radici. Si spera che un nuovo sviluppo urbano possa favorire una ripresa economica – anche se questo potrebbe metterne il prezzo fuori dalla portata di alcuni dei residenti di lunga data. Marlee Singer è tra questi. È vicina ai quaranta, con capelli biondi chiarissimi. È madre di un bambino di un anno e mezzo. Vive dall’altra parte della strada di un parco giochi di una scuola che di pomeriggio, durante l’anno scolastico, brulica di bambini che si lanciano sugli scivoli e litigano per il turno all’altalena.

Sadie, Courtney Summers, Rizzoli, traduzione di Cristina Proto. Sadie ha diciannove anni ed è scomparsa da alcuni mesi. Una storia tragica, ma che purtroppo somigliando a troppe altre rischia di non essere affatto interessante. Soprattutto per il popolare conduttore radiofonico che riceve la richiesta disperata d’aiuto da parte di una donna che lo implora di fare qualcosa, riponendo nelle sue mani una fiducia che il resto del mondo pare aver biecamente tradito. Nel momento in cui però il baldo West scopre che la ragazza si è allontanata in seguito all’assassinio, per cui nessuno ha pagato, della sorella minore tredicenne, si decide a partire per Cold Creek, in Colorado, dove… Ben scritto, ben congegnato, ben caratterizzato, trascinante.

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“La città è dei bianchi”

71Kr1BYFC0L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Sono sorpreso dalla vostra scarsa collaborazione. Che c’è, non parlate più con la polizia? Voglio solo aiutarvi. Sto cercando qualcuno che ha fatto del male a un negro. Se quel negro fosse stato uno di voi, adesso farei esattamente la stessa cosa.» Silenzio. Con una mano Dunlow afferrò Andrews per il collo, lo fece alzare in piedi, lo spinse di tre passi e lo appiccicò al muro. Rake, la mano sulla pistola rinfoderata, scattò in avanti per avvicinarsi agli altri, nel caso qualcuno pensasse di approfittarne e fare una sciocchezza. «Shane, dimmi dov’è Poe» gli sputò in faccia Dunlow. «Non lo so.» Aveva gli occhi sgranati. La vecchia maglia gialla che indossava era tesa sul ventre che adesso si contraeva rapido, su e giù. L’intenzione negli occhi di Dunlow era esplicita, per Rake, ormai l’aveva vista troppe volte. Teneva la mano sulla clavicola di Shane, spingendolo contro il muro, minacciando di chiudergliela ancora intorno al collo. Con l’altra sfilò la pistola dalla fondina. La puntò contro il soffitto, meno di dieci centimetri dalla testa di Shane. «Non ho fatto niente, agente Dunlow.» «Quand’è stata l’ultima volta che l’hai visto?» «Qualche sera fa. Qui da me.» «E non sai dov’è adesso?» «No, no signore.» «Quindi non sai nemmeno perché l’altra sera era nel West Side?» chiese Dunlow. «No, signore.» Dunlow lo colpì piano sulla nuca con la canna della pistola. Se accidentalmente il dito fosse scivolato sul grilletto, il colpo avrebbe centrato il soffitto, non il cranio di quell’uomo, si disse Rake. Sperava di avere ragione.

La città è dei bianchi, Thomas Mullen, Rizzoli, traduzione di Cristiano Peddis. È il millenovecentoquarantotto quando ad Atlanta, in Georgia, stato tradizionalmente repubblicano, uno dei più importanti della cosiddetta Bible belt, schiavista ai tempi della guerra di secessione come ricorda la vicenda della più celebre Rossella di sempre, nettamente segregazionista nel secolo successivo, viene per la prima volta concesso a otto afroamericani, sia pur con mansioni assai ridotte, di arruolarsi nel corpo di polizia. Da questo dato storico reale Mullen, scrittore dalla vena felice, prende le mosse per inventare due personaggi assolutamente verosimili, umani, riusciti, che un giorno avviano un’indagine clandestina per cercare di capire chi sia stato a uccidere e gettare in una discarica una povera ragazza dalla pelle nera. Ma… Da non lasciarsi sfuggire.

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“La distanza tra me e il ciliegio”

41x-cyhXGkL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quindi sto giocando da sola nel giardino. La mamma mi lascia stare giù mentre lei si fa la doccia, ma devo tornare in casa prima che si sia asciugata. La mamma è velocissima a lavarsi e non usa neanche il fon per potermi sorvegliare subito subito, quindi posso stare qui solo otto o nove minuti, più o meno. Le ho preso una sciarpa morbidosa dall’armadio, una scura, così non posso vedere fuori nemmeno per sbaglio, e me la sono legata sugli occhi. Adesso voglio andare dal capanno degli attrezzi da giardinaggio fino allo steccato in fondo al cortile, senza cadere e senza allungare le braccia come uno zombi. Non so perché faccio questo gioco, ma mi va di provare a camminare nel buio. Le prime volte mi spaventavo subito e toglievo la benda dopo due passettini piccolissimi. Adesso invece cammino tranquillamente. Camminare al buio fa sentire strani, sembra di nuotare tra le foglie liquide e nere di un albero con i rami che cercano di fermarti, ma gentilmente, senza strapparti la maglietta. E tu vai avanti sentendoti in pericolo, ma anche in equilibrio, sei da sola, ma come sorvegliata da qualcuno che non sai chi è, e non è la mamma dal balcone. La nonna diceva che non si possono capire le cose se non si provano. E così io provo.

La distanza tra me e il ciliegio, Paola Peretti, Rizzoli. Settanta, sessanta, cinquanta, quaranta e così via, di dieci in dieci i metri scemano, la distanza si riduce, è sempre più vicina a quella pianta che talvolta ha persino la chioma castana venata di biondo, come quella della sua mamma, il legame si fa pagina dopo pagina, riga dopo riga, parola dopo parola, attraverso le immagini di questo viaggio nella memoria e nell’anima, sempre più stretto, intenso, immediato, profondo: con rara sensibilità del tutto aliena alla retorica, tanto da essere diventato un caso editoriale internazionale tradotto in decine di paesi, questo suadente romanzo, emozionante fino alle lacrime, armonioso come una sinfonia, racconta la storia di Mafalda, meravigliosa, intelligentissima, curiosa novenne innamorata di Cosimo, il barone rampante di Calvino, che sogna finanche di andare a vivere su quel maestoso albero da frutto che fa splendida mostra di sé nel cortile della scuola e che fra poco non potrà più vedere, perché sta diventando cieca. Ma non doma. Un incanto lirico e bellissimo.

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