Intervista, Libri

“Ventinovecento”: intervista agli autori

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Ventinovecento è l’ottimo romanzo per Paginauno della Rinomata Offelleria Briantea: Convenzionali ha l’immenso piacere di intervistare questo collettivo di giovani e bravissimi autori.

Dal desiderio di raccontare che cosa nasce Ventinovecento?

L’idea iniziale dietro al romanzo è stata quella di immortalare alcuni episodi surreali, grotteschi, borderline della nostra adolescenza monzese negli anni ‘90 (vissuti personalmente, direttamente o indirettamente) che credevamo valesse la pena di raccogliere e romanzare. La genesi vera del Romanzo può essere tranquillamente fissata vent’anni fa.

Cosa rappresenta la provincia, e la Brianza in particolare?

La risposta richiederebbe una lunga trattazione. Evitando le banalità, ammetteremo di esserci interrogati spesso su questi temi: il provincialismo, il concetto stesso di “provincia”. Ma esistono ancora? Hanno ancora un senso? Soprattutto, hanno gli stessi significati, peso e accezione che avevano trent’anni fa? E ci siamo chiesti pure se la nostra generazione (quella degli Xennials) non abbia vissuto – fra i numerosissimi mutamenti epocali che precisamente la definiscono – anche questa transizione: il passaggio dal provincialismo classico ad un provincialismo 2.0, quello cioè dell’ignoranza che si aggira sul web, quello del “se è su internet allora è vero”, quello della disinformazione allestita ad arte e pilotata a livello sociale e politico. L’azzeramento di spazio e tempo resi possibili dall’avvento della rete e dal repentino avanzamento tecnologico nelle telecomunicazioni non ha aperto le menti come forse ci si sarebbe potuti aspettare, bensì ha generato un “provincialismo globale”. La Brianza – per noi – rappresenta invece il territorio in cui siamo nati e cresciuti e in cui continuiamo a vivere, pur detestandone alcuni aspetti peculiari.

Cosa significa crescere in provincia?

Monza – negli anni che raccontiamo nel testo – era già una provincia atipica, troppo vicina a Milano e alla celeberrima Arcore per avere le caratteristiche classiche e inflazionate della provincia italiana come la si intende generalmente. Da vocabolario, il provincialismo è per definizione “gusto o costume caratterizzato da una certa arretratezza e ingenuità”: beh, gli autori di questo libro e gli stessi quattro protagonisti della storia non direbbero mai di essere cresciuti in uno contesto del genere. La provincia di Monza meritava di essere raccontata proprio perchè “anomala”.


Che valore hanno nella formazione di un individuo gli amici, gli amori, la scuola, la famiglia, la società, la politica, il ceto e la cultura?

“Nessun uomo è un’isola” diceva John Donne. L’uomo non è un’isola e non potrebbe esserlo nemmeno impegnandosi strenuamente. Un individuo è quello che le contaminazioni esterne che elenchi sono andate a modellare.

In che modo l’immaginario collettivo è stato ed è influenzato dai mezzi di comunicazione di massa?

In modo esagerato, ahinoi. Nel nostro piccolo, cerchiamo in Ventinovecento di fare emergere una realtà sommersa, una Monza assai distante da quella a cui comunemente si pensa, anche dall’interno, e cioè alla cristallizzata immagine di una ricchissima città borghese, perbenista, iper produttiva, “pettinata” e anche un po’ snob.

Che tipo di esperienza è scrivere in collettività? Come si riesce a non prevaricarsi?

Sull’esperienza stessa di scrivere come “collettivo”, potremmo facilmente partorire un secondo libro. È stato un viaggio piuttosto lungo (circa tre anni di lavoro assieme), spesso sperimentale, talvolta complicato dalla mancanza di tempo e dalla difficoltà di riuscire a trovarsi tutti insieme. L’abbiamo tuttavia portato a termine, assai soddisfatti del prodotto finale, perché c’è sempre stata – di fondo – genuina e reciproca stima fra i quattro co-autori: siamo molto diversi, abbiamo personalità spigolose e caratteri forse non sempre concilianti, ma ci ha sempre legati una reale amicizia radicata nel tempo e – come dicevamo – un grande e condiviso rispetto personale ed intellettuale.

Perché avete scelto questo nome per il vostro collettivo?

Rinomata Offelleria Briantea doveva essere inizialmente il titolo del romanzo, per la verità; poi quasi naturalmente è divenuto il nome del collettivo. Cercheremo di farla breve: oltre a connotarci come “monzesi” e a piacerci molto senza un vero motivo, richiama l’”offa” che è una forma primitiva di “tangente”. Tangentopoli – lo dice la storia – è scoppiata a Monza, proprio in quei primi anni ‘90 narrati nel nostro libro.

Recentissimi fatti di cronaca cittadina ci rammentano che talune pratiche parrebbero, peraltro, dure a morire e – anzi – ancora assai di moda.

Perché scrivere?

Ma così, “per ridere” (cit.).

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“Ventinovecento”

31zh6lajXeL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Nel 1990, Nigel Mansell parte quarto, Riccardo Patrese parte settimo e Satoru Nakajima parte quattordicesimo quindi, per la precisione, non sono né felice né triste. Solo un po’ stordito. Mio padre invece è incazzato perché per primo parte Ayrton Senna, e lui lo odia perché, al contrario di Nigel Mansell che non vince quasi mai, Ayrton Senna vince sempre, e perché, per la precisione, guida la McLaren al contrario di Nigel Mansell che guida la Ferrari. Alla fine del primo giro, le Formula Uno stanno per ripassarci davanti in un ordine che farà senz’altro incazzare ancora di più mio padre (perché Ayrton Senna è sempre primo e Nigel Mansell sempre quarto) quando sento un fischione, un botto e, per la prima volta, una bestemmia. Il fischione e il botto li ha fatti Derek Warwick su Lotus, che è finito largo alla curva parabolica subito prima della tribuna centrale dove siamo noi, e si è schiantato contro il muro esterno e ha capottato e strisciato con il casco sull’asfalto fino a fermarsi in mezzo al rettilineo; la bestemmia l’ha tirata il signore seduto di fianco a me in tribuna centrale e, per la precisione, potrebbe non essere stata la prima bestemmia che sento, ma di sicuro è la prima che sento all’aria aperta, a voce alta e soprattutto in presenza di mio padre. La combinazione tra il fischione, il botto e la bestemmia è irresistibile: Derek Warwick, che sta uscendo da solo dall’abitacolo della Formula Uno gialla spiaccicata in mezzo alla pista e si sta mettendo a correre verso i box, scavalca istantaneamente Satoru Nakajima, Riccardo Patrese e Nigel Mansell e diventa il mio pilota di Formula Uno degli Anni Novanta preferito, anche se si ritirerà pochi anni dopo, nel 1993, per la precisione. Nel 1994, invece, dopo che avrò imparato a mia volta a bestemmiare all’aria aperta e a voce alta…

Ventinovecento – Storie di Anni Novanta e altre cose così: per ridere, Rinomata Offelleria Briantea, Paginauno. Una volta per farsi una storia ci si appartava in macchina, in campagna, in spiaggia, si aspettava di avere casa libera e si faceva in modo di non far sapere niente a nessuno, anche se poi tempo cinque minuti e tutto il condominio, l’isolato, il quartiere, il paese, la città, forse anche la provincia e la regione, anche se a tal proposito non si hanno dati certi, tagliavano e cucivano come neanche la Lucia manzoniana ai bei tempi della filanda dinnanzi al telaio prima che Don Rodrigo si facesse prendere da pruriti peccaminosi e desse il via a quella sequela di sfortunati eventi che hanno poi determinato il programma di italiano di tutti i secondi anni delle scuole superiori dello stivale: adesso per farsi una storia si fa un video su Instagram. Che dura quindici secondi. No, dico, quindici secondi di durata. Un quarto di minuto. Che se solo uno ci pensa, dice e si ripete che è durato quindici secondi l’autostima gli va a finire in Nuova Zelanda (oltre al fatto che probabilmente la fidanzata, il fidanzato, la bambola, il bambolotto gonfiabile, annessi, connessi, varie ed eventuali prendono baracca e burattini, fuggono a gambe levate – ma non verso il soffitto – e non si fanno più vedere nemmeno dipinti o in cartolina…). Anzi, è bene che in mezzo ai kiwi e ai maori ci vada a finire anche lui, lo sventurato che a domanda ha risposto troppo in fretta, se, con tutto il bene, salvo problemi particolari sui quali non è proprio il caso di scherzare, Dio non voglia, è durato davvero quindici secondi: ma passando per il centro della terra, scavando col cucchiaino come il conte di Montecristo… Scherzi a parte, gli anni Novanta del cosiddetto secolo breve sono l’altro ieri, eppure per certi versi sono lontanissimi: e sono il panorama, l’orizzonte, l’immaginario collettivo riconoscibile anche per chi non c’era attraverso il quale si dipana questo frizzante, divertente, brillante, ironico, intelligente, esplosivo, disinvolto, vivace, antiretorico Bildungsroman scritto da un collettivo di ragazzi dalla prosa evidentemente validissima nato, cresciuto e ben sopravvissuto, si direbbe, all’operosa provincia lombarda: da non perdere.

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