Libri

“La terra promessa”

81srvMfbdcL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La Jole sapeva che il mondo era fatto così, l’aveva imparato a sue spese col carbonaio che aveva cercato di abusare di lei…

La terra promessa, Matteo Righetto, Mondadori. Si conclude con questo romanzo l’epica trilogia della patria che affonda le sue radici nella Val Brenta in cui Agnese e Augusto, i genitori di Jole e Sergio, d’otto anni minore rispetto alla sorella, coltivano tabacco, a Nevada: è tempo di partire per questi ragazzi, di migrare, la vita è una scoperta, una scommessa, un’avventura, un debutto. Per la prima volta prendono il treno, per la prima volta vedono il mare, che atterrisce eppure conquista, e freudianamente sciaborda familiare, per la prima volta sono a Genova, per la prima volta salgono su un bastimento, per la prima volta salpano verso il nuovo mondo, curiosi di vita e bisognosi di felicità, preparati al dolore e pronti al sacrificio che ben conoscono e che sperimenteranno ancora. Da non perdere, oggi più che mai.

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“L’anima della frontiera”

51AbJ8RauPL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Rimase lì il meno possibile.

L’anima della frontiera, Matteo Righetto, Mondadori. Nell’alta valle del Brenta c’è un posto che si chiama Nevada. Che se ci si fermasse solo al nome farebbe con ogni evidenza pensare di primo acchito a tutt’altro, a frontiere battute dal sole e piene di polvere, a pionieri che attraversano radure scabre e brulle su conestoga caracollanti zeppi di suppellettili, a un deserto popolato di cactus, teschi e scorpioni. Ma anche qui c’è un confine, un altrove in cui si cerca la fortuna: al di là delle montagne c’è l’Austria, laddove l’eccedenza della produzione di tabacco può essere smerciata di contrabbando, così da fare in modo che la famiglia possa sopravvivere prendendosi ogni tanto una piccola pausa dai sacrifici. Il padre, il capofamiglia, Augusto De Boer, sul finire del secolo decimonono è un classico esempio di quelli che si potrebbero definire uomini tutti d’un pezzo, scavati nella roccia e nel legno. È lui che s’incarica delle spedizioni. È lui che una volta scompare. E a sua figlia Jole non resta che una possibilità… Elegante, raffinato, potente, scritto con una lingua alta e insieme semplice, simbolico, emozionante. Da leggere.

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“Dove porta la neve”

download.jpegdi Gabriele Ottaviani

«Ah, sapesse quanti scoiattoli giravano attorno a casa mia, da bambina. Ce n’erano alcuni che entravano perfino nella stube, certi giorni di fine estate. Comunque dicevo… attraversai Preroman e dopo un paio d’ore arrivai a San Martino. Anche lì era tutto fermo, tutto ibernato, come se in quei giorni sulle Dolomiti stesse cadendo tutta la neve del mondo. Avanti, sempre avanti, mi dicevo, senza pensarci. Perché se ci pensavo era la fine del sogno. La neve mulinava in vortici che sembravano grosse farfalle, io contavo i passi e pregavo, contavo i passi e pregavo. Avanzando pensai più di una volta al fatto di non essere minimamente preoccupata per il concorso in sé, ma soltanto di arrivarci, a quel concorso. Era l’obiettivo di una vita, avevo sempre studiato per quello e mi sentivo preparata. E allora avanti, passo dopo passo, finché arrivai al paese di Klein, dove non c’era niente e nessuno, nemmeno un bar aperto, nemmeno una cornacchia o un corvo. Nemmeno un pettirosso. Credetti di trovarmi nel mezzo di un’Apocalisse bianca, gelida e accecante. Proseguii ancora tra mille cadute e fatiche. A un certo punto mi sentii sola, e fui realmente sola, addirittura più di quanto fossi realmente nel mezzo di quel deserto bianco. Mi fermai e quel silenzio profondissimo mi inquietò. Crollai improvvisamente, da un momento all’altro perdetti forze e speranze. Iniziai a piangere e le lacrime mi si congelarono sulle guance bianche. Non sentivo più le dita dei piedi. Per un istante mi passò per la testa l’idea di sedermi lì e aspettare il mio destino. Mollare tutto, lasciarmi andare. In quel momento mi parve di sentire la voce di mio papà. E risentii quella sua frase nitida, chiara e forte: “Un montanaro non molla mai. È proprio nei momenti più duri che si forgia il suo destino!”. E allora strinsi i pugni. E mi rialzai in piedi. E andai avanti. Quando attraversai Longega era il primo pomeriggio. Starnutivo e cadevo a terra in continuazione, quando improvvisamente udii un fragore incredibile e mi sembrò che il suolo tremasse. Il mondo tutt’intorno iniziò a vibrare, poi vidi una valanga rovinare qualche centinaio di metri davanti a me creando un accumulo alto diverse decine di metri. Qualche istante dopo si alzò un enorme polverone di neve e minuscoli frammenti di ghiaccio taglienti che mi investirono. Alzai gli occhi verso la slavina e rimasi senza fiato dalla paura. Sopraggiunsi alle porte di Floronzo, ero stremata. In lontananza scorsi un gruppo di case, fuori dalle quali c’era qualcuno. In quel deserto bianco vidi un paio di lepri che correvano rapidissime, come se quella neve fosse per loro un prato. Mi sembrava incredibile, ma al contrario di quegli animali le mie gambe non rispondevano più alla mia volontà…

Dove porta la neve, Matteo Righetto, Tea. La mamma di Carlo si sta lentamente spegnendo. Il figlio va a trovarla ogni mattina in clinica. Oggi sta per cadere la neve, oggi è la vigilia di Natale, Padova, la città del Santo, sta per essere imbiancata. Carlo è affetto dalla sindrome di Down, la mamma è afflitta dall’assedio dei suoi ricordi. Ha bisogno di parlarne, ha bisogno che non finiscano nell’oblio insieme a lei. Ha bisogno, forse, ancora, di una speranza, di un sogno, di un regalo di Natale, di un ultimo bagliore di tenerezza. Nicola, che è solo da una vita e avrebbe in realtà l’età per la pensione, il riposo, la pace, viceversa ancora deve lavorare. Ha appena smesso. Non riprenderà. Indossa ancora il suo costume da Babbo Natale. Carlo lo vede. Ecco la speranza. Ecco il regalo per mamma. Emozionante è aggettivo abusato, ma non ce n’è uno migliore, per un romanzo che sembra davvero quanto di più prossimo possibile all’idea stessa d’un balsamo per le pene del cuore. Poetico, onesto, intimo, delizioso, pieno di pudore, delicatezza e grazia: da non perdere.

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“La pelle dell’orso”

matteo_righetto_-_la_pelle_dell_orsodi Gabriele Ottaviani

Per prima cosa pensò di essere morto.

La pelle dell’orso, Matteo Righetto, Guanda. Il film che ne è stato tratto, a partire da domani nelle sale italiane, con Marco Paolini, che ne è anche cosceneggiatore, e Lucia Mascino, è interessante, un’opera intensa, sentita, compiuta, riuscita, che coglie il nocciolo delle questioni che tra le righe si affrontano inevitabilmente nel corso della narrazione. La stessa cosa si può dire del libro, un romanzo davvero piacevole a leggersi, fluido, intenso, autentico, non banale o semplicistico, che indaga il rapporto fra un padre non abituato a palesare la sua intimità, chiuso come le montagne dai profili aguzzi, popolate da persone che danno valore alle tradizioni antiche, anche quando sono del tutto irrazionali, in cui abita, e un figlio che si affaccia alla vita e ha tanto bisogno di capire molte cose che gli sono capitate. Perché la storia insegna per definizione, ma affinché il suo insegnamento sia valido e comprensibile è necessario, o per meglio dire assolutamente indispensabile, che sia conosciuta, senza omissioni. La caccia a un orso che pare quasi figura diaboli, la cui pelle proverbialmente non va mai venduta prima di averlo ucciso, simbolo, allegoria, sintesi, rappresentazione e metafora della totale indispensabilità di esser certi di qualcosa prima di parlare (e forse è questo che rende il padre così taciturno? La paura di sbagliare?), diventa il luogo dell’incontro, della redenzione, della pacificazione. Da non lasciarsi sfuggire.

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