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“Lupini violetti dietro il filo spinato”

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La contessa fu destinataria anche di gesti di bontà…

Lupini violetti dietro il filo spinato – Artiste e poete a Ravensbrück, Luciana Tufani editrice. Katia Ricci, critica d’arte, attiva nel circolo culturale della città in cui vive, Foggia, che ricorda nel nome lo splendido film di Claude Goretta con Isabelle Huppert, ispirato all’omonimo dipinto di Vermeer e che inizialmente avrebbe dovuto girare Stefania Sandrelli, ossia La merlettaia, associazione fondata ventisette anni fa con lo scopo di attuare uno scambio politico e, mantenendo chiara l’ottica della differenza sessuale, torna a occuparsi dell’arte, e del suo potere salvifico e di resistenza, tra le internate, viaggiando dall’orrore alla speranza, alla rinascita, alla creatività, all’autodeterminazione, alla coerenza: un saggio, corredato da immagini potentissime e documenti assai preziosi, necessario.

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“Gli estivi”

81sbay9nWNL._AC_UY218_ML3_ (1)di Gabriele Ottaviani

“Alle donne può succedere di tanto in tanto di concedersi una giornata particolare, in cui un po’ per noia un po’ per sfinimento decidono di assecondare le voglie degli uomini.” “Stai farneticando.” “Oh no, tutt’altro. Ti ricordi cosa combinò Tania, la mia compagna dell’università?” Cominciò a raccontare. Una mattina Tania decise di dire sì agli uomini. Prima di colazione, una colazione striminzita perché la consapevolezza di quello che stava per fare le toglieva l’appetito, s’infilò soltanto un vestitino nero e un paio di anfibi. Niente biancheria. La prima tappa fu il signor Carlo, il panettiere sotto casa, che le incollava gli occhi sul seno da quando era un’adolescente che passava in negozio per comprare la merenda della scuola. E anche quella mattina, infatti, dopo averla salutata cordialmente, cominciò a guardarglielo. Tania stavolta non abbassò lo sguardo, non fece finta di niente, non piegò la testa sotto il giogo del desiderio altrui. Si avvicinò al bancone, si sporse, prese una mano del signor Carlo e se la mise sulle tette. Lui fulmineo la portò nel retrobottega. Tania sentiva sul petto le mani del signor Carlo, e i suoi baffi ispidi, le sue labbra screpolate. Il signor Carlo succhiava le tette, non azzardandosi a osare di più, come accontentandosi di quel piccolo miracolo che stava accadendo, quando vide Tania alzarsi tutto il vestito e piegarsi a novanta. Buttò via il grembiule e le affondò dentro, prima nella fica e poi nel culo. A un certo punto, senza essere venuto, si staccò e con un sussurro trafelato la avvertì che tra poco sarebbe arrivata la moglie. Tania si mise in ordine senza fare una piega e s’avviò all’università. Lo prese nel culo dal professore con cui da mesi stava preparando la tesi e che da mesi ci stava provando goffamente, tentando di prolungare i loro incontri di lavoro fino all’aperitivo. Dopo trascorse un paio d’ore in biblioteca, facendo la spola tra il suo tavolo e i bagni. Fece pompini a tutti quelli che da quando aveva messo piede in quel posto l’avevano guardata insistentemente o le avevano chiesto di uscire. Fuori dall’università cercò di analizzare che cosa stava succedendo, ma non ci riuscì. Sapeva solo che il culo le faceva male, e che in quel dolore c’era qualcosa di assolutamente elettrizzante. Adesso sarebbe arrivato il garage. Ogni giorno per tornare a casa dall’università Tania doveva passarci davanti e i parcheggiatori se la mangiavano con gli occhi, facevano apprezzamenti, cercavano di attaccare bottone. Erano uomini di mezza età, con ogni evidenza delusi dalla vita. Tania imboccò l’ingresso e si accucciò dietro una macchina, senza dire una parola. Ne arrivarono subito due. Presero Tania per i capelli e le infilarono i cazzi in bocca. Chiesero se potevano chiamarne un terzo e Tania bofonchiò di sì. Sentì dire: “C’è una troia che lo succhia.” Il terzo parcheggiatore si palesò quasi subito, e si dimostrò il più scatenato. Non gli bastò un pompino. Le diceva: “Dai, cagna che sei tutta bagnata.” Alla fine uscirono tutti e tre sulla strada a fumare. Tania si tirò giù il vestito gualcito, si pulì velocemente il viso con un fazzoletto e tornò a casa. In ascensore trovò il tempo di succhiarlo a Maurizio, il suo vicino, che non le aveva mai dato tregua da quando aveva traslocato in quello stabile. Anche Maurizio avrebbe voluto di più, ma Tania si negò dicendo che quel giorno aveva scopato troppo e le faceva male dappertutto. Da come la guardò, Maurizio probabilmente credeva che fosse uno scherzo. Una volta rientrata, Tania si stese sul letto, se la toccò, se la guardò: sapeva che pian piano i petali si sarebbero ricomposti. Rimaneva un’ultima cosa da fare. Telefonò a Riccardo, il migliore amico del suo fidanzato, il quale non aveva mai perso occasione per fare il cascamorto, per torturarla e lusingarla con continui ammiccamenti. L’incontro durò meno di un’ora. Nella concitazione della scopata, le frecciate al fidanzato di Tania si sprecarono. Venne definito “cazzo moscio” e “cornuto di merda”. Dopo, Riccardo sembrò rabbuiarsi. Tania allora lo rassicurò che non avrebbe detto niente al suo fidanzato, nessuno avrebbe mai saputo niente. Riccardo se ne andò non del tutto persuaso, ma a Tania non importava granché. Chiuse la porta e finalmente si buttò sotto la doccia per lavare via tutto. “Non ha mai saputo darsi una spiegazione e neppure io,” concluse Ester. “Chissà perché l’ha fatto. Se per schifo o per rendere grazie, per se stessa o per saldare il conto con altri.” “Tania me la ricordo perfettamente,” ebbi il tempo di dire. “Era una spostata con una fantasia galoppante.”

Gli estivi, Luca Ricci, La nave di Teseo. Quand’è più forte il sole, la luce è più abbagliante e abbacinante, il caldo si fa più rovente, quando il bianco scintilla con maggior veemenza, e mostra al mondo il nitore di cui è capace di farlo risplendere come in uno straniante caleidoscopio, in un gioco di specchi deformati e deformanti, è proprio in quel momento, in quell’attimo, in quell’istante, in quella fuggevolissima congiuntura, in cui tutto trova, quasi per magia, un incastro perfetto, in cui ogni ingranaggio del nostro vivere, cercando di sopravvivere, di farci forza, di mostrarci più coraggiosi di quel che normalmente saremmo, mentre cerchiamo una felicità che sappiamo essere effimera ma che è al tempo stesso arsura irredimibile e anelito irrinunciabile, sfrenata corsa che sappiamo non ci porterà ad alcun traguardo, ma in cui non possiamo fare a meno di cimentarci, è proprio in quell’istante che l’ombra che ognuno di noi genera da sé, appendice perfetta, riverbero di ciò che non ammettiamo di avere, ma che appare impudico dinnanzi allo sguardo di tutti, meno impietoso di quel che riteniamo, l’alter ego, la maschera che ciascuno di noi fa gemmare dietro di sé, quasi come se fosse un’altra vita, il retro d’una pagina, il rovescio d’un tappeto persiano prezioso, che ha una trama perfetta ma dietro è un groviglio inestricabile di nodi ben pettinati, si fa più scura, nitida, evidente, è in quel momento che il contrasto tra essere e voler essere, il dissidio fra il senso del dovere e della responsabilità e la consapevolezza di una potenzialità ancora inespressa, che renderebbe autentico il nostro vagare in cerca di sé, si fa più marcato. L’estate è la stagione in cui si raccolgono le bionde messi, in cui i corpi si spogliano, e si allacciano sudati in una passione che sa di sale, è il tempo in cui frutti succosi impiastricciano bocche e dita, è la pausa dal quotidiano frenetico, è il tempo della libertà e della liberazione, del desiderio violento che squassa il petto e i lombi: Luca Ricci, con la sua prosa in cui Pasolini e Moravia si incontrano e vanno a braccetto, chiacchierando del più e del meno, fumando mentre passeggiano insieme, vestiti di lino, su una spiaggia o sul pavè tra rovine punteggiate di borragine e trifoglio, monumentale come un quadro metafisico di De Chirico, surreale e perturbante come le visioni del di lui fratello Alberto Savinio, classica e insieme originale, di bellezza travolgente, straziata e straziante, dopo Gli autunnali, altro capolavoro, e la parola non è iperbolica, ma qui si supera (ogni pagina sembra una sequenza del miglior Kubrick) con Gli estivi, mentre Roma, il Circeo, la via Pontina, un tempo ai lati gravida d’eucalipti poi stroncati perché pianta fascista (li fece radicare la bonifica perché per antonomasia succhiano acqua dal terreno) e rimpiazzati da kiwi fruttiferi, si stagliano come personaggi felliniani che imbandiscono promesse di piacere, prendendo le mosse da una notte di San Lorenzo in cui un uomo si imbatte in una ragazzina, seduta al tavolo d’un ristorante, vista mare, indaga senza infingimenti né false e ipocrite vergogne, con lirica e sublimata ferocia, il dramma dell’ossessione. Sensazionale.

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“A bordo ring”

51EJl6KEKoL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Impartiva le sue indicazioni in puro dialetto milanese, Ottavio Tazzi, e quelle parole saturavano l’aria che si respirava nella Doria ancor più del tanfo prodotto dal miscuglio di sudore, gomma e olio canforato. Del resto, non avrebbe potuto essere altrimenti, perché Tazzi – come ricorda il giornalista Dario Torromeo nel suo Non fare il furbo, combatti – di Milano era un figlio purissimo, nato nel 1928 in via Lulli, a poche centinaia di metri da piazzale Loreto, ottavo di nove fratelli. Sposato con Franca, padre di Alvaro, Remo e Danila, era lui il riferimento tecnico della palestra. Non solo. Ne era l’anima e il cuore, il faro e il baricentro emotivo, oltre che pugilistico. Autorevole, quindi, mai autoritario, come riesce istintivamente solo ai più grandi maestri, che sanno battere con forza il ferro per piegarlo ai propri voleri, ma sono anche sorprendentemente capaci a forgiarlo quasi circuendolo, blandendolo, penetrandone la più intima natura. Sapeva essere perciò mite, paziente, ma anche duro, “il Nonno”. Sì, “il Nonno”, così lo chiamavano tutti. Perché Tazzi per i suoi pugili era più di un allenatore, ancor di più di un maestro di boxe, pur sopraffino. Era – e lo ancora oggi nel ricordo, lui che è scomparso l’11 settembre 2013, a 84 anni – un vero e proprio maestro di vita, una guida sicura non solo sul ring, ma anche e soprattutto fuori da quel quadrato magico. Maestro, certo, o meglio El Maeester, in milanese, come pure era chiamato, di quelli che t’insegnano a stare in guardia, non solo dal tuo avversario, ma dalla vita, a proteggere il mento e il cuore, a rialzarti dopo i ko più duri, quelli il cui conteggio sembra infinito, e che lasciano cicatrici difficili da nascondere in fondo all’anima. Li andava a pescare agli angoli delle strade, nei quartieri, nelle vie più oscure di una Milano che oggi faresti quasi fatica a riconoscere, appena percepibile sotto i fiumi di aperitivi e coca dei rampanti anni Ottanta, la crisi devastante della fine del primo decennio del Duemila, i ghirigori degli atelier di moda e della grande scuola del design, che pure oggi sono il cuore di una metropoli per alcuni aspetti meno ridondante, più aperta all’Europa, più a misura d’uomo, anche se rimangono in gran parte irrisolte molte delle sue contraddizioni. Manco fosse un profeta della boxe, “il Nonno”, capace di affabulare questi ragazzi con la sua voce roca e il suo sguardo, come un pescatore di pugilistiche anime. Perché un pugile, prima che dalle mani, dalle braccia o dalle gambe, lo riconosci dagli occhi, dallo sguardo. E lì in fondo arrivava Tazzi, con due occhi placidi e piccoli, trasparenti, che sembravano due spilli di cristallo. Ti ammaliava così, e ti faceva quindi convergere verso il centro del suo mondo, o meglio del suo universo, cioè la palestra Doria. Sarà stato per il nome del fondatore (Spartaco, appunto…), ma nella Doria davvero nulla era concesso al lusso, all’esibizione, all’inessenziale. Sembravano star su a forza di sudore, impegno e sacrificio, quelle pareti il cui ingresso era in fondo a un cortile circondato da palazzi, proprio alla fine di quella piccola discesa. Quasi neanche la vedevi, l’entrata della palestra, che era a fianco di un meccanico, ai piedi di un palazzo che era già stato sede del Partito comunista e della sezione milanese dell’Associazione nazionale Partigiani, mentre poi – ironia della storia e della politica – proprio la Doria sarà da più parti indicata come uno dei punti di convergenza della nuova Destra meneghina. Ma meglio lasciarla fuori dal ring, la politica, che qui si sudava e basta, e di fiato per far qualcos’altro che faticare davvero ce n’era sempre poco, troppo poco.

A bordo ring – Ganci, montanti e storie di vita raccontati dall’angolo, Mario Bambini, Dario Ricci, Infinito. Prefazione di Vittorio Lai, introduzione di Maurizio Stecca, note personali a margine di Massimo Scioti. Creed, Southpaw, Rocky, Million dollar baby, The fighter, Bleed, Snatch, Cinderella man, Il grande match, Carnera, Alì, Toro scatenato, Hurricane, Annapolis, Girlfight, Quando eravamo re, The champ (il film oggettivamente più commovente della storia dei film commoventi, senza se e senza ma), Tyson, Il colosso d’argilla, Lassù qualcuno mi ama, I gladiatori della strada, Città amara, Il grande campione, Il campione e la miss, Stasera ho vinto anch’io, Il sentiero della gloria e chi più ne ha più ne metta: non c’è sport più cinematografico – ma anche letterario: si pensi, solo per fare uno dei miliardi di esempi possibili, agli splendidi scritti (auto)biografici di Pironti – del pugilato. Il ring, del resto, come anche il tribunale e in generale ogni luogo in cui, laico o religioso che sia, si esplica un rito attraverso le sue regole (ricordate il bel film L’hermine, con l’immenso Fabrice Luchini nel ruolo d’un integerrimo giudice che non a caso si chiamava Racine, come uno dei grandissimi del teatro d’ogni tempo?), è un naturale palcoscenico per i fragilissimi destini umani, per sogni, speranze e aneliti di riscatto, è un luogo e insieme un non-luogo. E se lì dispiega le sue ali di farfalla la vita, accanto, sotto, all’angolo, c’è chi trepida, osserva e racconta: come Mario Bambini, maestro che ha respirato la passione per la nobile e allegorica arte che si svolge tra le dodici corde sin dai suoi primi vagiti. La sua storia è bellissima, ben raccontata, da leggere.

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“Campanella”

41p-uyUQ-kL.jpgdi Gabriele Ottaviani

Come dar torto a Campanella, quando scriverà a Francesco Barberini di non meritare l’odio degli spagnoli, come provava il fatto che dei suoi manoscritti molti «si servono» in Spagna?

Campanella, Saverio Ricci, Salerno editrice. Vissuto a cavallo fra sedicesimo e diciassettesimo secolo, è stato uno dei più importanti filosofi della storia d’occidente: altrettanto interessante però è stata la sua vicenda esistenziale, non fosse altro per la pluridecennale carcerazione, fondamentale per la formazione della sua visione del mondo, per cui sperava di trovare una ricetta che lo liberasse dalle brutture. Saverio Ricci, avvalendosi di una messe monumentale di fonti, realizza un ritratto limpido come acqua di sorgente, intenso, appassionante e istruttivo.

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“Gli autunnali”

41FBZhPfaKL._SX295_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Kainene si riempì di segni, si ammaccò tutta. Si chiuse a riccio, proteggendosi la testa con le braccia. Dopo, i suoi occhi spaventati fecero capolino da sotto i gomiti per controllare che mi stessi rivestendo. Rimasi fermo, immobile. La mia figura si stagliava gigantesca sopra la sua. La schiacciava. Manomettere il corpo di Kainene mi depurava dalla presenza di quell’altro, ancora solo potenziale, ma già così ingombrante. Teca cranica integra, cuore normoposto, polmoni esenti da formazioni espansive, anse intestinali senza dilatazioni, vescica visualizzata, colonna vertebrale priva di alterazioni o schisi: l’esame morfologico del bambino era stato un inno alla vita organica, un tour de force dell’ottimismo. Mi concentrai su Kainene. Da tempo avevo adocchiato gli angoli della spalliera del letto. Le afferrai i capelli a tradimento. Erano spessi come pezzi di spago.

Gli autunnali, Luca Ricci, La nave di Teseo. Le vacanze estive sono ormai il passato. Un uomo è tornato a casa. A Roma. Alla sua stanca e asfittica quotidianità. Che condivide con la moglie. Sandra. Che è bella. Ma lui non l’ama più. Non la desidera più. Un giorno cammina. Da solo. Per strada. È in un mercatino. Un libro lo colpisce. Un volume su Montmartre. E sugli artisti che gravitarono per le strade meravigliose di Parigi. Tra cui Modigliani. E quell’uomo vede una foto della compagna dell’artista. E quella brama che non aveva più di colpo lo riassale. È l’inizio di un’ossessione. E un giorno gli pare di trovarsela dinnanzi. Incarnata in una cugina della moglie… Entusiasmante e travolgente, indaga come meglio non si potrebbe gli insondabili meccanismi che sovrintendono alla mente e al cuore. Appaga e fa godere.

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“I difetti fondamentali”

riccidifetti_300dpidi Gabriele Ottaviani

Dario Bo se lo tiene tra pollice e indice – dita opponibili, la trovata che ha vòlto la scimmia in uomo –, senza combinare granché. Agli sfibrati da una stimolazione continua, estenuati da uno sfregamento ininterrotto, logorati da un toccarsi perpetuo, manca ormai l’ancoraggio a un’erezione naturale, e lui tra loro. Ha raggiunto il bagnasciuga completamente nudo: a Cap d’Adge, una delle più famose spiagge naturiste d’Europa, nessuno si scandalizza se un vecchio cerca di masturbarsi in riva al mare. Dario Bo lo fa in maniera automatica, quasi soprappensiero. A tratti sente quasi di potersi avvalere di una specie d’impudicizia infantile, quando da bambino era libero di accovacciarsi vicino alle onde senza il costume, magari per fare un castello di sabbia. Ora i castelli sono solo mentali, se possibile ancora meno solidi, ancora più transitori. Continua a toccarsi senza velleità d’indurimento. Prova a tratti un barlume di piacere. Il piacere ormai consiste nel ricordo del piacere, la reazione fisica è un elemento marginale. Più ci si addentra in questo gioco, più si diventa cerebrali. Ogni tortuosità mentale è benvenuta. Per questa ragione il suo occhio si sofferma su ambo i sessi. Dopo un po’ si superano gli steccati di genere, per così dire. Al di là delle convenzioni si dischiudono scenari in cui il buon senso è schiacciato dall’oscenità fine a se stessa. Una sfida impari. Alcuni per spiegarsi ricorrono a metafore trite: perché mangiare sempre la solita minestra? Dario Bo immerge i polpacci nell’acqua e gli viene la pelle d’oca. Avanza gradualmente, bagnandosi a poco a poco. Sente un gorgoglio nello stomaco: il caffè, il croissant e la marmellata della colazione. Finisse così, per una congestione fulminante, che opinione si sarebbe fatto di sé? Affermare che gli piace il sesso non renderebbe giustizia al suo particolare gusto per la perversione. A chi non piace il sesso? Chi non vuole scopare? Ma lui, da subito, si era interessato a quella parte specifica del sesso riconducibile all’eccitazione più che al piacere. Petting. Così si chiama quella pratica usata dagli adolescenti per scambiarsi effusioni tese a escludere la penetrazione vera e propria, in genere sfregamenti delle parti basse ancora vestite. Ecco, il petting adolescenziale, rivisto col senno di poi, è il migliore spot dell’eccitazione, è quel momento perfetto in cui il sesso (ma si potrebbe dire la vita) è sconosciuto, e si carica di potenzialità e aspettative infinite. Ad libitum i ragazzi strusciano i tessuti, logorano le stoffe, stropicciano gli abiti, nella beata ignoranza di ciò che verrà dopo. È quello il regno in cui impera sovrana l’eccitazione, che non è solo erezione e liquefazione, è illusione, sogno, perfino utopia, è il maledetto sabato del villaggio di Leopardi. L’eccitazione ci contrae lo stomaco in un momento non perfettibile, e per questo totalmente ineffabile. Neppure i modi di dire o le frasi fatte hanno potuto intrappolarla: si dice dare e ricevere piacere, mai dare e ricevere eccitazione. L’eccitazione è mentale, il piacere è fisico; l’eccitazione non ha mai fine, il piacere si esaurisce con il fisiologico esaurirsi delle energie corporee; l’eccitazione porta inevitabilmente allo sviluppo di alcune patologie che per comodità e sintesi possiamo chiamare nevrosi, il piacere è legato per lo più a stili di vita salubri; l’eccitazione conduce alle parafilie e a tutto ciò che devia dall’ordinario, il piacere può essere goduto appieno mediante le tre o quattro scontatissime posizioni tradizionali dell’accoppiamento…

Dario Bo nota una ragazza seduta su un telo di spugna e subito cerca di verificare le sue teorie su di lei. Cos’è innanzitutto che gliel’ha fatta notare, oltre a una certa prossimità rispetto al punto in cui si trova? Semplicissimo: la circostanza, del tutto inusuale da quelle parti, che la donna indossi un costume (a due pezzi bianco, in tutto e per tutto anodino, dal taglio quasi rassicurante, da spiaggia attrezzata per famiglie).

I difetti fondamentali, Luca Ricci, Rizzoli. Ogni iperbole corre il rischio dell’abuso. Ogni attributo esagerato perde credibilità ogni volta che viene attribuito a chi non se lo merita. Però pare difficile trovare un lemma più azzeccato di geniale per questo libro che ha la rara grazia di saper coniugare in perfetto equilibrio tutti i sapori della letteratura e della vita, che è poi ciò di cui le lettere si occupano. Il rothiano, il rifiutato, l’adultero, l’affittacamere, lo scomparso, l’invidioso, l’eccitato, lo stregato, il suggestionabile, il manierista, il solitario, la canonizzata, il velleitario, il folle: sono quattordici tipi umani, sono gli scrittori, che maneggiano la creta dell’esistenza cercando di trarne una forma che abbia un senso e aggrappandosi alle parole per trovare compensazione alle proprie irresistibili fragilità. La prosa di Ricci è scintillante, ironica, immaginifica, mostruosamente intelligente e in più di qualche passaggio francamente esilarante: l’arte del racconto tocca i vertici. Imperdibile.

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