Libri

“Anime adolescenti”

di Gabriele Ottaviani

La stagione dei viaggi per curare la tossicodipendenza è finita rivelando tutta la sua inefficacia: i figli continuavano a drogarsi nel luogo in cui venivano inviati, oppure riprendevano quasi lo stesso giorno in cui rientravano, perché si ritrovavano nelle stesse dinamiche e impotenze che li avevano fatti avvicinare alla droga. Alcuni pazienti mi hanno raccontato che dopo un soggiorno all’estero, nel corso del quale si erano mantenuti astinenti per mesi, con sorpresa hanno avvertito la comparsa di un forte desiderio di droga già nel momento in cui l’hostess annunciava che era iniziata la discesa sull’aeroporto di casa.

Anime adolescenti – Quando qualcosa non va nei nostri figli – Come accorgersene e cosa fare, Furio Ravera, Salani. L’adolescenza è un’età difficile, un periodo lungo, faticoso, di crescita, di cambiamento, di necessità di accettazione, di approvazione, in cui si vorrebbe essere qualcosa di diverso da quello che si è ma non si sa ancora ben chiaro effettivamente cosa si voglia diventare: quel che è certo è che si prova spesso una mancanza di fiducia nei confronti del futuro, degli altri, di sé stessi, e talvolta questa paura di essere felici si manifesta in modi pericolosissimi, attraverso dipendenze e fenomeni autolesionistici. Affrontare il cambiamento e la crescita è una questione serissima che coinvolge tutta la famiglia: Anime adolescenti è una utile, empatica, necessaria, profonda e intelligente guida per i genitori e tutti coloro che si trovano accanto ai ragazzi in questo difficile momento di fragilità, in un contesto in cui spesso rischiano l’alienazione dinanzi a uno schermo, in un mondo che appare essere sempre più rabbioso, invidioso, egoista; questo volume affronta senza retorica e con chiarezza lapidaria temi di importanza fondamentale a livello sociale, culturale, psicologico, politico, individuale e collettivo. Da non perdere.

Standard
Libri

“Tempo con bambina”

di Gabriele Ottaviani

Lei è di ottimo umore…

Tempo con bambina, Lidia Ravera, Bompiani. Giornalista, scrittrice, intellettuale, nell’accezione più ampia e decisamente politica del termine, che non ha bisogno di presentazioni e che con il suo volume d’esordio, che a più di quarant’anni di distanza è ancora una pietra miliare e di paragone per quel che concerne i diritti civili e l’autodeterminazione dell’individuo nella società, Lidia Ravera, con una consapevolezza ulteriore e nuova, quella in cui ognuno di noi si è imbattuto per forza di cose essendosi scontrato con l’inimmaginabile, ossia una pandemia, mantenendo però intatta la consueta e riconoscibilissima efficacia narrativa, dà alle stampe una delicata, mai retorica e sempre solida e potente lettera d’amore, piena di senso e di sensi, per la vita nel suo molteplice divagare, conclusa dopo essersi specchiata negli occhi dell’amatissima nipotina che vive in Texas, e aver così potuto riflettere

Standard
Libri

“L’amore che dura”

61YjA1bQjXL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Speravo che ridesse, speravo che ridesse quando ho fatto roteare le mutandine sopra la testa e poi gliele ho tirate. Invece mi guardava, continuava a guardarmi, non ha smesso neanche quando mi sono sdraiata sopra di lui. Quando l’ho preso dentro di me. Quando ho incominciato a muovermi. Non ha mai chiuso gli occhi. Non ha partecipato all’amore che con il suo strumento, come un solista troppo abile per suonare con gli altri, come un virtuoso deciso a non mescolare il pathos con la tecnica. Il suo sguardo puntato su di me rallentava il compimento di quel piccolo miracolo per noi così consueto. Mi è sembrato di oltrepassare il confine fra il piacere e il disagio, di lasciarli debordare l’uno nell’altro. Alla fine mi facevano male i polsi, le mani puntate sul letto, mi facevano male le braccia e la schiena che esagerava l’arco naturale. L’orgasmo è arrivato contro la sua volontà, l’ha rifiutato con un suono gutturale, mentre io scioglievo la tensione del compimento in un fiume di lacrime silenziose.

L’amore che dura, Lidia Ravera, Bompiani. Carlo ha raccontato con tenerezza la loro storia d’amore giovanile in un film che lei, Emma, rimasta con la compagnia di tutti i suoi ideali fuori tempo massimo a insegnare in borgata a Roma mentre lui veleggiava verso New York in cerca della fama registica quasi raggiunta, ha, offendendolo, stroncato (e vuole scusarsi, per questo e per un altro segreto, ben più significativo, che ha affidato a quattro diari e che vuole, non sapendo bene come, finalmente confessare a lui che è ignaro): sono passati quarant’anni da quando si sono incontrati ai tempi della rivoluzione femminista, venti da quando si sono detti addio, ma addio non è stato, perché sono rimasti comunque legati (è per questo che dura un amore, perché ci si continua a rincorrere e riverberare nell’altro?), adesso hanno un appuntamento, è l’ora del redde rationem. Ma… Due, si sa, non è il plurale di uno, né semplicemente il suo doppio, nonostante quanto la matematica, inopinabile per antonomasia, imponga: è un’intersezione di piani spesso inconciliabili, è, la coppia, un edificio sghembo costruito su un terreno sdrucciolevole, e Lidia Ravera ne conosce e sa raccontare le universali e intime dinamiche, con sensibilità.

Standard
Libri

“Il terzo tempo”

download (4).jpgdi Gabriele Ottaviani

“La signora Costanza il cellulare se lo dimentica dappertutto, l’ha lasciato anche a casa nostra… cioè, a casa della signora Anna. La prima volta che è venuta a San Mauro.” Arrossì per tutte quelle “signore” che aveva infilato nella frase, ma Anna mormorò: “Dorina ha ragione, Costanza è parecchio distratta.” E le sorrise, come se condividessero un segreto. “Ma lo sapeva o non lo sapeva che stavamo arrivando?” “Non lo sapeva,” disse Dom. “Lo sapeva benissimo,” disse Peter, pensando al biglietto che le aveva lasciato a casa di Anna poche settimane prima. I due uomini si fissarono per un attimo, come per sfidarsi. Dom fu il primo ad abbassare gli occhi. A scuotere la testa, interrompendo quel gioco, da ragazzi. “E noi che ci stiamo a fare qua?” chiese Vicky. Anna alzò una mano, ottenendo un silenzio cerimonioso “Io sono molto grata a Costanza… anche se non c’è. Vi ho chiesto di venire con me e voi siete venuti. Voi siete qui per me. Non siete qui per lei. Io lo so benissimo, e ve ne sono grata. Sono grata anche a voi. È bello essere… in un posto diverso da casa tua. È come ingannare il tempo con lo spazio. È l’inizio di qualcosa. Il primo giorno di vacanza. Quando ti sembra di poter scialare le ore… come potete immaginare per me tutto questo è un regalo, una specie di festa imprevista. Perciò… vietato criticare Costanza. È rimasta…” Anna chiuse gli occhi, come se rinunciando a esercitare uno dei cinque sensi la poca forza che aveva a disposizione si potesse riversare sulla parola. Nessuno osò occupare quello spazio di silenzio. “Bizzarra… Costanza è la più bizzarra di tutti noi. Quando eravamo… giovani, lei era… una bambina, e voleva assomigliarci, per questo cercava di non essere… bizzarra, era timida… adesso che è vecchia non si reprime più… è una vecchia bizzarra. Spero che arrivi prima che io… vada via.”

Il terzo tempo, Lidia Ravera, Bompiani. Il terzo tempo, per chi gioca a rugby, è quel momento in cui la battaglia in campo è finita e magari, dopo essersi gettati sotto la doccia, o in una tinozza di acqua e ghiaccio per evitare che i microtraumi divengano traumi enormi, si va tutti insieme, l’una e l’altra squadra, al pub a darci dentro con pinte e pinte di birra. Il terzo tempo della vita, invece, quella che una volta si chiamava terza età, dato che, com’è noto, siamo tutti affamati di eufemismi per le cose che ci spaventano, è banalmente la vecchiaia. Ed è bello arrivarci: l’alternativa, del resto, è cominciare precocemente a vedere i fiori dalla parte delle radici. Certo, la cosa migliore sarebbe giungere a essere vecchi ma in condizioni accettabili. Nessuno, del resto, a menon che non si tratti di un masochista, ama soffrire. Costanza non è vecchia. Ma lo diventerà. E non le manca molto. Giustamente non ha la benché minima intenzione di tirare i remi in barca: non è ancora morta, perché dunque smettere di vivere? Ne scrive anche. Ha una sua rubrica. Ed è una vera e propria pasionaria, la Ibárruri della positiva malinconia. Che non è un ossimoro, benché lo paia. D’un tratto quindi l’occasione le si palesa: il padre le lascia un ex convento dall’austera mole in quel di Civita di Bagnoregio, la città fragile, in bilico, che muore, arroccata su una rupe, presso Viterbo, ove si arriva solo a piedi attraverso un ponte che sale e si inerpica, un posto di una bellezza che leva il fiato. Perché non farne pertanto una comune (à la Vinterberg? Beh, quasi…)? Un luogo dove riannodare i fili del passato, vagheggiato con indulgenza e nostalgia canaglia come ogni buon topos letterario prevede che si faccia, riunire – è accentratrice, va detto, Costanza, e il suo nome pare persino un po’ parlante in questo senso, come Plauto insegna – le persone importanti, le cose che restano, per citare la Dickinson, come l’eterno e i monti. Ma… Lidia Ravera dipinge l’anima con colori puri e brillanti: da non perdere.

Standard