Libri

“L’amore primordiale”

5945948di Gabriele Ottaviani

In questo, Cadenza d’inganno (Mondadori 1975) è la sua raccolta più politica ed è anche quella dove il procedimento, indipendentemente dagli esiti qualitativi, denuncia l’origine e il meccanismo del percepire lo stato presente della Polis. (Va detto pure, per inciso, che «inganno» non solo è una parola chiave dell’autore ma l’emblema di un decennio caratterizzato dalla cosiddetta strategia della tensione, dal romanzo delle stragi, dall’insorgere imprevisto del terrorismo e di una generalizzata repressione; «inganno» è sinonimo di disorientamento come poi la parola-chiave «inverno» lo sarà del generale ripiegamento nel decennio successivo, testimoniato dai titoli di alcuni poeti allora esordienti, da Antonella Anedda a Fabio Pusterla, da Francesco Scarabicchi a Remo Pagnanelli). Riprendendo lo spunto di un geniale non addetto ai lavori, Piergiorgio Bellocchio, così Pier Vincenzo Mengaldo scriveva di Cadenza d’inganno nella scheda monografica dell’antologia Poeti italiani del Novecento(Mondadori 1978) che per prima ha consacrato il percorso di Raboni: «Non per nulla l’“impegno” più esplicito coagula attorno a episodi di repressione e onnipotenza poliziesca del Potere; e l’io oscilla fra l’autoannullamento nell’impersonalità del referto o denuncia, e la ritrazione in un privato che sempre più acquisisce anch’esso i connotati della vita vissuta come automatismo sonnambulo». Nel saggio ricordato, Bellocchio parlava giustamente di un alternarsi del discorso indiretto (maggioritario nella poesia di Raboni) e invece di un discorso diretto minoritario, lasciato volentieri allo stadio plastico della materia prima. È il caso ad esempio di una poesia, probabilmente scritta a caldo, L’alibi del morto, dedicata alla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, volato giù da una finestra della questura di Milano la notte tra il 15 e 16 dicembre del 1969. Pinelli era da due giorni abusivamente trattenuto in questura (dal questore Guida, dal capo della sezione politica Allegra, dal commissario Luigi Calabresi) per le indagini relative alla strage di piazza Fontana, cui peraltro rimaneva del tutto estraneo. I suoi compagni allora sapevano, e oggi purtroppo tutti sappiamo, che era innocente e che venne ammazzato. Sappiamo altrettanto (da una pagina in presa diretta di Fortini, ora in L’ospite ingrato secondo) che Raboni aveva preso parte, con Vittorio Sereni, ai funerali di Pinelli nel cimitero del Musocco: «Al campo 76 ci sarà stato un centinaio di persone, un gruppo cupo sulla terra calpestata, sotto il cielo verde e viola. Su di un viale poco discosto, sotto grandi pioppi ignudi,una ventina di agenti in borghese guardavano i compagni del morto. Erano ai due lati di una trincea […]. Dall’altra parte del fossato ho rivisto la testa candida di Giovanni. Scivolando sulla fanghiglia, facendomi largo tra i fotografi, anch’io sono arrivato sul ciglio della fossa. Le bandiere nere si abbassavano». Tutta esplicita e scandita dal discorso diretto, L’alibi del morto è la poesia meno raboniana che l’attuale senso comune possa immaginare e perciò, paradossalmente, la più rivelatrice di un antico impulso politico e delle sue relative procedure. Il protocollo è frontale, così secco e disossato da sembrare una variazione (tramite Fortini) da Bertolt Brecht, la cadenza ossessiva e anaforica insieme con le soluzioni di montaggio dicono, viceversa, un’adiacenza con le partiture del Roversi di Descrizioni in atto e i tracciati di Giorgio Cesarano, due grandifigure cui il poeta milanese non ha mai lesinato né attenzione né stima, come ci ricorda il recente e bellissimo volume di pagine saggistiche intitolato La poesia che si fa. Cronaca e storia del Novecento poetico italiano curato da Andrea Cortellessa. Ecco la quartina iniziale, laddove il «Giuda» può essere tanto l’allegoria di Calabresi quanto l’acre metaplasmo che storpia il cognome del questore Guida: solo da ricordare che il primo era presente nella stanza da cui volò Pinelli, il secondo invece era assente.

Massimo Raffaeli, L’amore primordiale – Scritti sui poeti, Gaffi. Scataglini, Sereni, Fortini, Mucci, Guglielmi, Neri, Piersanti, Scarabicchi, Giordani. Ma non solo. La storia del nostro paese, vista da tante angolazioni. Quella letteraria, certo. Però anche quella che ha costituito la trama e l’ordito del nostro edificare un’identità collettiva non solo strettamente intellettuale nel secolo breve, da cui poi deriva direttamente quello che stiamo vivendo, sospeso fra modernismo, postmodernismo, avanguardia e il recupero di una domesticità intima che rappresenta il punto di incontro tra spinte centripete e centrifughe nella condivisione di un’ideologia del sentimento, del pensiero e dell’azione. Il margine si fa centro, la periferia esce dalla sua condizione di alterità divenendo uno schema di interpretazione antropologica del reale, tra poesia sociale, rifiuto del canone, ricerca espressiva, filologica, linguistica, etica. Un’articolata espressione di saggistica complessa e densa, da non lasciarsi sfuggire, perché strumento di interpretazione del reale attraverso la rielaborazione delle radici del nostro formarci.

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