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Elvis Malaj: “Quando con gli altri non riusciamo a far l’amore, facciamo la guerra”

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Elvis Malaj ha scritto il bellissimo Dal tuo terrazzo si vede casa mia: Convenzionali ha il grande piacere di intervistarlo.

Qual è lo spunto da cui è scaturito questo libro?

Gli spunti dei miei racconti sono momenti della quotidianità, o meglio momenti che turbano la routine della quotidianità. Lavoro molto non nel costruire storie ma nel catturare momenti, scattare delle istantanee. Quando succede qualcosa che non comprendo, che mi turba o di cui dico è meglio non raccontarlo agli altri allora so che la devo raccontare.

Che cosa significa per lei la parola famiglia?

Per me la parola famiglia significa “Istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Le funzioni proprie della f. comprendono il soddisfacimento degli istinti sessuali e dell’affettività, la procreazione, l’allevamento, l’educazione e la socializzazione dei figli, la produzione e il consumo dei beni.” (Treccani)

Cosa rappresenta casa?

Io di solito non ho problemi con i dizionari, mi vanno bene le definizioni che forniscono.

Che cosa intendiamo per identità e appartenenza?

Probabilmente sono dei concetti semplici che tendiamo a complicare. Quando non stiamo bene con noi stessi e non stiamo bene con gli altri incominciamo a mettere in dubbio anche l’identità e l’appartenenza.

Siamo davvero tutti migranti?

Dipende da qual è la propria religione e il proprio credo. Per quanto concerne le religioni monoteiste, in un certo senso, è così. Ma qui andiamo su campi che non mi competono. Migrante è una parola molto vasta e migrare è una cosa che l’uomo ha sempre fatto. Non è una cosa nuova, ne abbiamo di esperienza a riguardo, però lo stesso continuiamo ancora a discuterne e avere problemi. Vuol dire che non abbiamo imparato niente.

Chi sono gli altri?

Persone diverse dalla propria, persone altre. Persone con cui devi entrare in contatto, comunicare, rapportarti, andare d’accordo, litigare, scopare, giocare, tradire, perdonare, persone che la pensano in modo diverso, però a cui girano le palle allo stesso modo tuo. Persone con cui a volte non si riesce a far l’amore perciò si fa la guerra.

Perché scrive?

Perché sono un cantastorie. So fare questo.

Qual è il compito della letteratura?

Questa è una domanda importante di cui mi voglio privare del diritto di rispondere. Probabilmente più avanti lo farò, quando sarò diventato anch’io uno scrittore “importante”, che dice cose “importanti” e che non ha di meglio da fare che speculare sulla letteratura, ma per adesso mi accontento di scrivere.

Il suo libro e il suo film del cuore, e perché.

Non ho il libro o il film del cuore. Visto che siamo in tema di racconti, un libro che ho letto ultimamente e che mi è piaciuto molto è “I mondi reali” di Abelardo Castillo. Il perché è che forse è il miglior libro di racconti che ho mai letto. Film, invece, Birdman. Perché dopo averlo visto ero soddisfatto, stavo bene.

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“Dal tuo terrazzo si vede casa mia”

51l7Fm8cO6L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non è che Marash abbia mai parlato tanto, ma è stato dopo la morte della madre che ha smesso del tutto.

Dal tuo terrazzo si vede casa mia, Elvis Malaj, Racconti. Illustrato, con rara grazia, da Alessandro Ripane. È un gesto talmente comune che non desta l’attenzione, una situazione semplice e frequente tanto da non provocare più alcuna reazione, non ci si fa caso. È normale, più o meno, per ognuno di noi, affacciarsi da una finestra, un balcone, un terrazzo e vedere un’altra casa. Perché viviamo in una società in cui di norma si abita ognuno asserragliato tra quattro mura, che danno sicurezza, protezione e solidità, ma al tempo stesso nel mondo, in cui ci si incontra, in cui si trova un terreno comune. Le luci nelle case degli altri hanno un fascino irresistibile, le vite di chi non si conosce seducono e solleticano l’immaginazione, ma se casa vuol dire prima di tutto appartenenza, famiglia e identità, per casa si può intendere anche una nazione, e tra due case può esserci una strada. Qualche volta fatta di mare. Come tra Italia e Albania. Quella distesa d’acqua che Malaj ha percorso e che è l’anello di congiunzione tra due universi che si sfiorano e che lui, che li conosce entrambi, racconta, descrivendo con colori vivaci e grande credibilità un’umanità varia, contraddittoria, molteplice, mutevole, bellissima.

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“Stamattina stasera troppo presto”

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Lo guardo, adesso, mentre sta seduto tranquillo, in salotto, questo ruvido, cinico, astuto francese, e mi domando se si è accorto che l’incubo sotto cui vivevo mentre interpretavo il ruolo di Chico, era soltanto paura per il destino di Paul. Il che vuol dire che rivissi tutte le sciagure che mi avevano quasi distrutto l’esistenza; ma, pensando a Paul, mi resi conto di non volere affatto che mio figlio sentisse verso di me quel che io avevo provato verso mio padre. Era morto che avevo undici anni, eppure avevo fatto in tempo a osservare tutte le umiliazioni che aveva dovuto patire; e ne avevo avuto pietà. Ma non c’era, in quella pietà, anche una buona dose di disprezzo, per quanto doloroso e contrario perfino alla mia volontà? Infatti, come potevo conoscere sul serio quel che aveva patito? Sapevo soltanto di essere suo figlio. E per quanto mi avesse amato, qualunque cosa avesse sopportato, io, suo figlio, ero una creatura disprezzata. Anche se fosse rimasto al mondo, non avrebbe potuto far niente per impedirlo, per proteggermi. Poteva soltanto sperare di preparare anche me alle stesse umiliazioni; ma non riuscì nemmeno a far questo. È forse possibile preparare qualcuno a ricevere degli sputi in faccia, a difendersi dall’inesauribile ingegnosità che alimenta il disprezzo, la paura, di gente meschina, miserabile oltre ogni dire, per cui il più grande degli spaventi è costituito dall’identità del singolo, e la cui gioia, la cui sicurezza, dipende interamente dall’angoscia, dall’umiliazione degli altri? Ma per Paul, lo giurai, un giorno simile non sarebbe mai venuto. Avrei gettato la mia vita e il mio lavoro tra Paul e l’incubo del mondo. Avrei impedito che il mondo trattasse mio figlio come aveva trattato me e mio padre.

Stamattina stasera troppo presto, James Baldwin, Racconti, traduzione di Luigi Ballerini. È stato il primo a parlare di omosessualità nella comunità nera. Il che gli ha attirato contro una pioggia di dardi avvelenati. È stato la voce di chi non ha avuto voce. È stato un intellettuale sensazionale, dall’incredibile raffinatezza. Ha indagato l’anima dei suoi personaggi. Passando attraverso i corpi. Erotici. Violenti. Potenti. Sensuali. Violati. Segnati dalla vita. Dal dolore. Dalle cicatrici che lasciano le speranze quando restano non avverate. Stamattina stasera troppo presto è un’antologia blues che dipinge vividamente tutti i colori dell’emarginazione. Dell’alterità. Della ricerca di un posto nel mondo. Della diversità. Dell’esclusione. Della consapevolezza. Dell’identità. Senza una terra in cui affondare le proprie sofferenti radici, piagati e piegati dalla nostalgia per una felicità che hanno solo sentito nominare ma non hanno mai vissuto, e al tempo stesso mai domi, i personaggi di Baldwin sono un entusiasmante dono di vita.

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“Famiglie ombra”

COVER_alvar.pngdi Gabriele Ottaviani

Il vento ti frustava il viso, l’acqua ti frenava le gambe, come se sognassi di correre. Eri riuscita a vedere la casa da lontano, ancora in piedi, e ti eri sentita orgogliosa di tuo padre, che l’aveva costruita con le sue stesse mani, mentre i pezzi di altre case andavano alla deriva nel tifone. Un pezzo di lamiera avrebbe potuto tagliarti di netto in due, ma l’avevi schivato. Le noci di cocco cadevano sull’acqua con un tonfo più rumoroso di quanto succedeva sul terreno. Ti eri abbassata. E sott’acqua era buio, silenzioso. Riuscivi a muoverti più rapidamente. Avevi nuotato finché le tue dita non toccarono la porta.

Famiglie ombra, Mia Alvar, Racconti, traduzione a cura di Gioia Guerzoni. Questo è il suo libro d’esordio, e le ha fatto vincere una marea di premi. E ci sarebbe mancato altro, verrebbe da dire, visto che è talmente bello che se ne rimane del tutto incantati. Mia Alvar è nata nelle Filippine ma è cresciuta fra il Bahrain e gli Stati Uniti: verrebbe da pensare che questo abbia influenzato la sua prosa, soprattutto per quel che concerne il tema su cui, almeno in questa occasione, si impernia. In verità però l’equazione sembrerebbe d’altro canto davvero essere troppo facile per poter risultare accettabile, c’è qualcosa di più, benché le esperienze personali certo rientrino sempre nella scrittura, che come ogni prodotto umano presenta sempre la firma del suo artefice, anche non volendo, e d’altro canto non si possa non sottolineare l’enorme rilevanza della diaspora filippina tra gli anni Settanta e Ottanta, la dispersione planetaria all’epoca della terribile dittatura, a Manila, del dittatore Ferdinand Marcos, nella ricerca e nella profondità che si staglia fortissima alla base di questi nove racconti, uno migliore dell’altro, asciutti, densi, lirici, potenti, preziosi, pieni di grazia, di forza e di tenera fragilità, caratterizzati fin nel dettaglio, con personaggi riuscitissimi e difficili a dimenticarsi: la casa che tutti cercano, infatti, è un luogo prima di tutto dell’anima, per affrontare il presente e il futuro, chiudere i conti col passato, ricongiungersi alla parte più autentica e migliore di sé. Straordinario.

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“Una coltre di verde”

COVER_welty.pngdi Gabriele Ottaviani

Quello fu il mio ultimo mattino alla spiaggia. Ricordo che mi trattenni ancora, a inquadrarmi la visuale tra le dita, a cercare di prefigurarmi il momento del mio ritorno a scuola quell’inverno. Riuscivo a immaginarmi il ragazzo che amavo entrare in un’aula, dove io mi sarei messa a guardarlo con quest’ora sulla spiaggia ad accompagnare il mio sogno ritrovato e a rimpolpare il mio amore; riuscivo a prevedere perfino come mi avrebbe guardata lui di rimando, muto e innocente, un ragazzo di taglia media con i capelli biondi, e gli occhi inconsapevoli che scrutavano oltre me e fuori dalla finestra, solitari e indifesi.

Una coltre di verde, Eudora Welty, Racconti. Traduzione a cura di Vincenzo Mantovani e Isabella Zani, introduzione di Katherine Anne Porter. Eudora Welty, nata – e la sua casa è oggi un museo di interesse nazionale – nel millenovecentonove e morta nel duemilauno, sempre a Jackson, la capitale dello stato del Mississippi, scrittrice, fotografa, vincitrice, tra l’altro, del premio Pulitzer, insignita della medaglia presidenziale della libertà, la gemella diversa, ma nemmeno poi troppo, di Harper Lee, se così si può dire, una straordinaria cantrice degli Stati Uniti del sud, un’autrice dallo sguardo vivo, dalla prosa cristallina, attenta agli ultimi, ai più puri di cuore, per cui la vita sulla terra è certo più complicata, perché non sanno farsi scivolare addosso il dolore con indifferenza, è una maestra nell’arte della short story. I racconti qui raccolti, diciassette istantanee perfettamente a fuoco, e del resto non poteva proprio essere altrimenti, sono storie di miserabili, folli, dolenti, fragilissimi personaggi della tragicommedia umana, in cui è difficile che ciascuno non riconosca almeno una parte di sé, delle sue debolezze, delle sue paure più inconfessabili, che si dipanano come matasse lungo le anse e le sponde riarse o innevate del grande fiume dalle acque neghittosamente accarezzate dalle pale dei battelli a vapore: un’occasione da non lasciarsi sfuggire.

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“Racconti”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Marion Eggelby stava chiacchierando con Clovis dell’unico argomento di cui parlava sempre volentieri: i suoi figli, i vari talenti che li distinguevano e i loro successi. Quel giorno Clovis non era di quello che si può definire un umore ricettivo; la generazione più giovane degli Eggelby, ritratta nei colori vivaci e improbabili dell’impressionismo parentale, non gli suscitava il benché minimo entusiasmo. La signora Eggelby, d’altro canto, era dotata di entusiasmo sufficiente per due. «Eric le piacerebbe» disse, in tono più polemico che speranzoso. Clovis aveva lasciato intendere in modo inequivocabile che difficilmente si sarebbe appassionato di Amy o di Willie. «Sì, sono sicura che Eric le piacerebbe. Risulta immediatamente simpatico a tutti. Sa, mi fa venire sempre in mente quella celebre immagine del giovane David… non ricordo di chi sia ma è famosissima.» «Ecco, questo basterebbe a rendermelo antipatico, se lo vedessi spesso» disse Clovis. «Si immagini a una partita a bridge, per esempio: tu cerchi di concentrarti sulla dichiarazione originaria del partner e di tenere a mente quali semi hanno scartato gli avversari, e hai davanti uno che ti ricorda costantemente l’immagine del giovane David. Sarebbe a dir poco esasperante. Se Eric facesse una cosa del genere lo odierei.» «Eric non gioca a bridge» disse la signora Eggelby in tono solenne.

Saki, Racconti, prefazione di Graham Greene, traduzione di Ada Arduini e Gioia Guerzoni, Il saggiatore. Hector Hugh Munro, che ha scelto per la sua attività di scrittore lo pseudonimo Saki, è stato, anche per quello che della sua singolare esperienza esistenziale è confluito, e del resto non può essere altrimenti, in quanto la letteratura è prodotto del multiforme ingegno umano e dell’umanità parla, a vario titolo e in molteplici modi, uno degli autori in assoluto maggiormente fuori dagli schemi, alieno a qualsiasi categorizzazione di stampo più o meno tassonomico. Venuto al mondo in un villaggio di pescatori dell’allora Birmania, oggi Myanmar, in pieno impero vittoriano, nel corso della sua breve esistenza, conclusasi non molto tempo dopo l’inizio della prima guerra mondiale, ha saputo dare corpo nelle sue pungenti e raffinatissime storie, costruite con rara perizia e mirabile minuziosità, in ogni dettaglio, alla sensibilità della transizione: l’epoca durante la quale è vissuto, infatti, ha rappresentato concretamente una condizione di cambiamento e di confronto fra diverse visioni del mondo, istanze emergenti e tradizioni portate avanti quasi del tutto acriticamente per inerzia, come in una sorta di costante coazione a ripetere, tra ipocrisie e ingenuità capaci di prendere luogo pressappoco ovunque, ma sempre sotto l’egida dispettosa di un fato che appare ineluttabile. Vicino da certi punti di vista a Wilde e per altri al sentire dei grandi narratori di storie di viaggio e d’avventura, è una voce cristallina che deve essere ascoltata.

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