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“Otto uomini”

di Gabriele Ottaviani

Appena la coppia lasciò il locale rimase qualche secondo in piedi sulla soglia del negozio, i brividi ancora addosso, finché quando furono abbastanza lontani non scoppiò a ridere e piangere insieme. Si stava avvicinando un tram, però, e subito si ricompose. Con un gesto di sdegno lanciò la sua moneta per terra e riuscì fuori all’aria tiepida della notte. Un paio di timide stelle gli brillavano sopra la testa. Il profilo delle cose gli appariva bellissimo, eppure percepiva ancora una minaccia latente. Si avvicinò a un baldacchino incustodito e diede un’occhiata alla pila dei giornali. Lesse in prima pagina: uomo di razza nera ricercato per omicidio. Era come se qualcuno gli si fosse acquattato dietro per sfilargli via tutti i vestiti; si guardò attorno furiosamente, si precipitò di nuovo dentro il negozio, raccolse la mannaia che aveva lasciato vicino al lavandino e fece ritorno attraverso la cella frigorifera nel seminterrato. Restò immobile per molto tempo, respirando a stento. Lo sanno benissimo che non ho fatto niente, ansimò fra sé. Ma come poteva dimostrarlo? Aveva firmato una confessione. Anche se innocente, si sentiva colpevole, condannato. Accese un fiammifero e lo avvicinò alla lama metallica, affascinato e respinto dagli schizzi di sangue incrostato. Strinse il manico della mannaia con tutta la forza che aveva, l’impulso era di lanciarla via, ma non ne era capace.

Otto uomini, Richard Wright, Racconti, traduzione di Emanuele Giammarco. Uno pensa di aver bisogno di una pistola. Uno si finge donna delle pulizie. Uno, braccato, fugge da chi lo insegue nascosto nelle fogne. Uno ammazza la propria ombra. Uno, un marinaio, ne terrorizza un altro. Uno ha impressa negli occhi l’immagine del mare, o meglio di un mare, ma è mortifera quella distesa d’acqua, e lascia dietro di sé relitti e devastazioni. Sono otto. Sono uomini. Sono neri. Sono americani. E questo vuol dire tanto, sia ieri che oggi. Finora inedito in Italia, è un libro magistrale, impeccabile, imperdibile.

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“Come in una tomba”

di Gabriele Ottaviani

«Non sono veramente innamorato della vedova Rance, come chiami quella puttana» disse. «Ma ci sei andato a letto, no?» dissi, e al solo pensiero mi venne un tale malore che fui costretto a mettere anch’io la testa fra le ginocchia per non crollare (uno dei mille trucchi del dottore per trattenermi fra i vivi o almeno tra gli esseri coscienti e in effetti quasi tutto il tempo in ospedale l’ho passato con la testa fra le gambe, a quanto sembra). «Adesso ascolta, maledizione» cominciò Daventry alzando gli occhi, e la sua faccia era cambiata. Quintus e io ammutolimmo al vederlo. «Devi ascoltarmi» riprese, e la saliva cominciò a formare sulle sue labbra una specie di schiuma. «Sei stato tu a buttarmi fra le sue braccia! Volevi che questo succedesse, e lo sai bene. Sei stato tu che mi hai fatto portare quei messaggi. Io non volevo neppure avvicinarla. Non l’avevo neppure mai sentita nominare. Sei stato tu a buttarmi fra le sue braccia.» Aveva un’aria così selvaggia che mi ricordai che dopotutto forse era un assassino. Ma non m’importava, se avesse avuto intenzione di uccidermi non avrei lottato per salvarmi. «Certo è bellissima, certo è voluttuosa, certo è come una ciliegia matura e tutte le altre cose che Quintus ti legge in quei libri… Ma io non la voglio, ho dovuto farlo con lei perché pensavo che fosse un tuo ordine. Mi senti? Così l’ho fatto. Fatto e rifatto e rifatto ancora. M’ha esaurito, ti assicuro. Non faceva l’amore da tanto tempo che neppure si ricordava da quando, e ha voluto rifarsi con me di tutto quello che aveva perduto…» La sua espressione era così mutata che né Quintus né io l’avremmo mai riconosciuto solo dal viso, forse dai lunghi capelli biondi e dal modo di parlare.

Come in una tomba, James Purdy, Racconti, traduzione di Maria Pia Tosti Croce. Nativo dell’Ohio, vissuto a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo, residente per lungo tempo in quel di Brooklyn, autore di racconti, poesie, commedie, romanzi, amato finanche da Gore Vidal, formidabile, raffinato e vividissimo cantore delle mille e più sfumature della sofferenza, data da un amore non corrisposto, dall’impossibilità di vivere liberamente la propria sessualità, dal sentirsi fuori posto nel mondo, da un’ossessione da cui non si è capaci di liberarsi, James Purdy in questa novella lacerante, magnetica e magnifica, simbolica e mistica benché terribilmente concreta e senza filtri indaga la storia di un reduce, che la guerra ha lasciato vivo ma per modo di dire, completamente svuotato, animato soltanto dalla brama febbrile di trovare una sorta di pace. Splendido.

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“Cose impossibili di tutti i tipi”

di Gabriele Ottaviani

«Non è affatto piacevole con questo tempo ma d’estate non è male» rispose il sergente mentre slegavano la bicicletta. «Tiro fuori la vecchia barca che vede ribaltata laggiù sotto al sicomoro. Remo fin dentro alla bocca del Budello e calo il radiatore fuoribordo. Il tempo passa in un attimo allora, senti il dondolio della barca nella corrente, qualche sandwich e stout o un poco di whiskey, e a meno che non ci sia un brutto vento da est il pesce non manca mai. È grandioso quando abboccano la prima volta e vedi la lenza allungarsi verso il lago.» «Li fa alla griglia poi?» «Certe volte li cucina Biddy ma più che altro li do via. Non mi interessa mangiarli. È la bella giornata fuori, e la pesca. Ci ho fatto caso spesso che chi sta in fissa con la pesca poi difficilmente va matto per il pesce.»

Cose impossibili di tutti i tipi, John McGahern, Racconti, traduzione di Stefano Friani. Introduzione di Colum McCann. Contadino nella sua fattoria ma anche grandissimo scrittore, in questa raccolta di racconti splendida sin dalla copertina John McGahern racconta l’Irlanda di cui è in assoluto una delle voci più intense e brillanti: autore di opere capitali già edite in Italia in questa sua raccolta di racconti tratteggia in maniera vivida e irresistibile, tanto da essere stata abbondantemente e drammaticamente censurata nella bigotta Eire del suo tempo tratteggia senza mai dimenticare un tocco di grazia emozionante e vibrante la durissima vita dei campi: sublime.

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“Immagina di baciare Pete”

di Gabriele Ottaviani

«Quella stronza!» disse Joe. Corse dietro l’automobile e si attaccò a una maniglia, ma lei aumentò la velocità e Joe rotolò in mezzo alla neve. «Dio la stramaledica, dovevo immaginarlo che stava macchinando qualcosa. E ora? Cerchiamo di scroccare un passaggio a qualcuno.» Lo scontro, se così poteva chiamarsi, era finito, e cercammo di fermare le automobili che tornavano a casa dopo il ballo. Ne riconoscemmo molte, ma nessuna si arrestò. «Be’, grazie a te, ci tocca di fare una bella passeggiata di cinque chilometri fino a Swedish Haven» disse Frank Lander. «Oh, tornerà» disse Joe. «Scommetto cinque dollari che non torna» dissi io. «Be’, io non ci sto, ma che mi venga un colpo se ho intenzione di fare cinque chilometri a piedi. Aspetterò finché non riusciremo a scroccare un passaggio.» «Se non ti muovi finirai congelato» disse Frank. «Siamo più vicini al circolo che a Swedish Haven. Torniamo là» dissi io. «Per farmi vedere dal mio vecchio?» disse Joe. «Il tuo vecchio è andato casa da un pezzo» dissi io. «Be’, qualcuno mi vedrà» disse Joe. «Senti, ti ha già visto mezzo circolo, e non si sono nemmeno fermati» dissi. «Chi ha una sigaretta?» disse Joe. «Non dargliela» disse Frank. «Non ci penso nemmeno» dissi io. «Torniamo al circolo. Ho i piedi fradici.» «Anch’io» disse Frank. Calzavamo scarpini da ballo, scollati, e ci eravamo bagnati i piedi appena scesi dall’auto. «Quell’accidente di Phyllis, lo sa che sono appena guarito da un raffreddore» disse Joe.

Immagina di baciare Pete – Prediche e acqua minerale, John O’Hara, Racconti, traduzione di Vincenzo Mantovani, postfazione di Luca Ricci. Nato in Pennsylvania da genitori di origine irlandese, come rivela il cognome immortalato per sempre nell’immaginario collettivo dalla più celebre di tutte le Rossella, John O’Hara, vissuto fra il millenovecentocinque e il millenovecentosettanta, è stato uno fra i più importanti e sfortunatamente misconosciuti scrittori statunitensi, autore di racconti, di sceneggiature, di romanzi: la sua voce narrativa è solida, potente, densa, ricca di significato e di significati, di livelli di lettura e di interpretazione, capace di immortalare e connotare con un gran numero di caratteristiche ambienti, personaggi, situazioni e stati d’animo. Suggestiva sin dal titolo quest’opera che risale a sessant’anni fa dell’artefice da cui sono state tratte celeberrime trasposizioni cinematografiche – una su tutte l’immortale Venere in visone – racconta del ritorno a Gibbsville di Jim, quasi commosso dall’appello accorato, per non dire patetico, del suo vecchio amico e compagno di liceo Pete, vergine ma non casto, pieno di complessi più di un manuale di psichiatria, che sta per impalmare, in una società in cui conta tutto, soprattutto ciò che è apparenza e non sostanza, ciò che è status e non stato, la più bella e disinibita fra le belle e disinibite, che ovviamente non lo ama affatto e che altrettanto ovviamente è imbottita di tranquillanti, e… Il più cinico ritratto possibile del lato oscuro del sogno americano, del lieto fine e del matrimonio, inteso sia come istituzione che come paradigma delle relazioni umane: imprescindibile.

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“L’uovo di Barbablù”

di Gabriele Ottaviani

«Ho sentito imprecare tuo padre solo una volta» dice mia madre. Nemmeno lei impreca mai. Quando arriva a un certo punto di una storia in cui è richiesto un linguaggio colorito, dice «mannaggia ai pesci!» oppure «caspiterina». «È stato quando si è schiacciato il pollice, quando stava scavando un pozzo, per la pompa.» Questa storia, lo so, risale a prima della mia nascita, quando era su al nord dove non c’è niente sotto gli alberi e le loro chiome se non sabbia e sassi. Il pozzo era per una pompa manuale, che a sua volta era per la prima dei molti bungalow e case che i miei genitori hanno costruito insieme. Ma dato che, più avanti, ho assistito allo scavo di pozzi e all’installazione di pompe manuali, so come si fa. C’è un tubo con un’estremità appuntita, lo si batte nel terreno col maglio, e mentre penetra in fondo, si avvitano altri monconi di tubo, finché non si trova l’acqua potabile. Per evitare di rovinare la bocca del tubo all’estremità superiore, si tiene in mano un pezzo di legno tra il maglio e il tubo. O, meglio ancora, si trova qualcuno che lo tenga per te. È così che mio padre si è schiacciato il dito: stava sia tenendo il pezzo di legno che martellando. «Si è gonfiato come un ravanello» dice mia madre…

L’uovo di Barbablù, Margaret Atwood, Racconti. Scrittrice e attivista dalla voce stentorea che riesce a rendere temi sempiterni sempre nuovi, grazie a una perizia sopraffina, esaltata dalla traduzione, come in ogni occasione piena di passione e di sapienza, di Gaja Cenciarelli, Margaret Atwood indaga, per il tramite di una dozzina di storie che trascendono il genere e si ribellano a qualsivoglia mera classificazione tassonomica, il catalogo dei viventi, sì con sguardo lucido, critico e scientifico, ma anche con profonda empatia, andando a svellere le convenzioni e le sovrastrutture che impastoiano i rapporti, in particolare quelli di coppia. Sovente infatti vengono a crearsi meccanismi che per molti e contrastanti motivi fanno sì che le relazione a due sia una monade, isolata dal resto del mondo da un diaframma sottile e fragile eppure impervio, un guscio in cui è però necessario, per raggiungere la maturità, la consapevolezza, la pienezza, praticare una breccia, che permetta di vedere la luce dell’altro, il solo modo che abbiamo come esseri umani per illuminare sul serio noi stessi, superando l’incomunicabilità, l’oscurità, il mistero, la tensione latente sempre sul punto di traboccare ed esplodere, al di là degli stereotipi. Da leggere.

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“Lot”

di Gabriele Ottaviani

La madre sta ancora al suo Ward, ha detto Avery. Fra di noi non ha proprio funzionato. Sai come vanno le cose. Il tipo nuovo fa il meccanico. Le ho detto che si è fatta un uomo della strada, ha detto Avery. Le ho detto che è scesa in graduatoria, e lei ha schioccato la lingua tipo Sessé. Le bianche, ha detto Avery, adorano ‘ste cacate. Uomini della strada. Gli arabi, pure. Il piatto più prelibato che ho visto era una libanese, e ha parecchio senso, la Bibbia ne parla in continuazione. L’ho vista che camminava al centro commerciale, che usciva dal bagno. Aveva quel lenzuolo in testa e tutto quanto, ma chi se ne frega, da sotto quel coso emanava come un bagliore. Un bagliore, ha detto Avery. Quasi non le vendevo niente, perché ero tipo, checcazzo. Ma se questa qui non può sballarsi, allora noi che dovremmo fare? Non c’è speranza, ha detto Avery. Non c’è speranza. Il ragazzino non chiama, ha detto Avery. Ma io lo so che sa badare a se stesso. So com’è, ha detto Avery. Le persone devono poter fare le loro scelte. Ma, ha detto. Se me lo vedessi qua fuori? A comprare da noi? Non so come reagirei, ha detto Avery. Anzi, ha detto Avery, gli spaccherei la testa. Gli sfonderei quella cazzo di testa con le mie mani. Stavano aspettando per un’altra consegna sulla McKinney, un festino di scambisti accalcati in un attico, quando Avery ha chiesto a Raúl per la prima volta se era questo che s’immaginava di fare per tutta la sua vita.

Lot, Bryan Washington, Racconti, traduzione di Emanuele Giammarco. Spettacolare sin dalla copertina, il libro, tradotto in maniera magistrale, ricco di livelli di lettura, simbolismi, riferimenti, rimandi e rivisitazioni, chiavi d’interpretazione, magnetico, monumentale, potente, commedia umana declinata in più versioni, policroma e piena di odori e sapori, lascia di sale come rimase, dopo aver contravvenuto all’ordine di non voltarsi a vedere la distruzione delle città del peccato, la moglie del biblico protagonista che porta lo stesso nome del volume, ambientato in una Houston spettrale, ineffabile ma più che carnale, dove un ragazzo cerca, a dispetto di tutto e tutti, il suo posto in un mondo ostile, aspro, arduo, che non mantiene quel che promette: impeccabile e imprescindibile, caleidoscopico e sublime.

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“Ovunque sulla terra gli uomini”

ovunque-sulla-terra-gli-uomini_00.jpgdi Gabriele Ottaviani

Yuji sapeva che quelle cose non si dicono, che una reazione così scomposta, così apertamente feroce non si conviene a un bambino beneducato, soprattutto se studia in una scuola rispettabile, avveniristica e dispendiosa come la Bokujou, soprattutto se il bersaglio di tanta protervia è la maestra di matematica nello svolgimento delle sue attività e alla presenza di testimoni impressionabili. Ma Yuji non poteva sopportare oltre il fatto di venire dileggiato davanti ai suoi amici con risatine maligne e prefigurazioni di un’esistenza da fallito solo perché non riusciva a imparare i vettori e le funzioni di secondo grado, non ci riusciva per quanto si sforzasse o piangesse di nascosto nella penombra della sua cameretta per quella follia di torturare bambini delle elementari con nozioni algebriche che avrebbero messo in difficoltà più di un liceale. Yuji sapeva tutto questo, però – e lo realizzò, tremando nelle viscere, un istante dopo aver sentito la propria voce scandire l’immonda parola – lo aveva fatto. Non era stato in grado di resistere. Aveva parlato, trascinato dal furore e da uno stolido desiderio di vendetta. La maestra era sempre lì, imbalsamata dietro la cattedra, sorretta dal grottesco busto correttivo che tutti sapevano distinguere sotto le pieghe dell’abito da samaritana, con la boccuccia di serpente protesa in avanti come se cercasse di perfezionare la mira, come se volesse rispondere alla fucilata con un dardo di cerbottana avvelenato. Nel frattempo tutti gli amici di Yuji erano scomparsi. O meglio: erano ancora seduti ai loro banchi (a chi poteva venire in mente di alzarsi in un momento simile?) ma era come se non ci fossero. Molti tenevano la testa china in una mistificazione di svagatezza o preghiera che doveva costar loro indicibile sforzo, alcuni scarabocchiavano…

Ovunque sulla terra gli uomini, Marco Marrucci, Racconti.  Meraviglioso sin dal titolo e dalla copertina dal sapore esistenzialista, il volume del giovanissimo autore nativo di San Miniato, selezionato nella longlist del prestigioso premio Comisso, ormai appuntamento pluridecennale in ambito letterario italiano, è un catalogo di suggestioni raffinatissime che mette il lettore di fronte all’infinita varietà e mutevolezza dell’animo umano, che scintilla come un fuoco d’artificio che esplode e illumina il cielo, trovando senso nel magnifico squadernarsi delle infinite possibilità dell’immaginazione: indimenticabile, originale, esaltante.

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“La mia guerra segreta”

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Il suo numero di telefono era rimasto nella tasca dei pantaloni da funerale per più di due settimane. Non se ne era scordato, ma non era nemmeno particolarmente interessato. Era fine autunno e le giornate si accorciavano. La città, le persone, gli alberi: tutto stava rallentando e richiudendosi in se stesso. I rami si spogliavano delle foglie mentre le persone, con addosso copricapi e cappotti lasciati a lungo negli armadi, salivano sull’autobus o sul tram col passo più pesante. Ad ascoltare i loro discorsi, a guardarli per strada, sentiva di aver a che fare con gente che si muoveva e parlava, ma non sapeva perché, né gli interessava troppo. Durante questi intervalli in questi spazi chiusi non ci riusciva a stare insieme a loro. Sui mezzi si agitava e detestava ogni faccia che gli si parava davanti. Stava molto meglio quando si faceva la lunga camminata, per le stradine fredde e buie che lo conducevano dall’ufficio al suo appartamento, quando li poteva osservare da una certa distanza. Il tragitto lo portava accanto alle mura alte del cimitero ebraico e tutte le sere notava la stessa offerta di lavoro scritta a mano sulla porta, cercavano un custode. E ogni volta che vedeva il cartello pensava che sarebbe stato bello fare un lavoro simile…

La mia guerra segreta, Racconti. Di Philip Ó Ceallaigh. Titolo originale, altrettanto potente, The Pleasant Light of Day. Un’estate piuttosto instabile, La mia guerra segreta, Crede in Dio?, L’alchimista, Il cantico dei cantici, Sradicamento, In un altro paese, Andarsene, La dolce luce del giorno, Un tempo per tutto, Tombstone Blues, Su per i monti: Ó Ceallaigh, che non potrebbe non essere irlandese, data la sensibilità culturale che lo contraddistingue incontrovertibilmente, torna a scrivere short story da cui non ci si riesce a staccare e che, con prosa magnifica, magnetica, granitica, semplice, irresistibile, un concerto di echi che turbano l’anima, narrano, ognuna a suo modo, di viaggiatori, in senso fisico e soprattutto spirituale, uomini in cerca di sé, di senso, di pace. Traduzione di Stefano Friani, illustrazioni di Davide Toffolo. Monumentale.

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“A casa quando è buio”

layersito_purdy_buio_web.jpgdi Gabriele Ottaviani

«E il loro lavoro ne risente?» chiese Philip in tono vago come se, vista l’impossibilità di abbandonare l’argomento, ora potessero esaminarlo da quel lato. «Il genere di lavoro che fanno ragazzi come loro… non ha importanza se sei in gamba o no, capisci, nessuno se ne accorge, anche se sei in gamba. Loro fanno quel che devono fare e se la sbrigano in fretta e, sai, la direttrice è ancora quella vecchietta di settant’anni che ha un debole per i ragazzi. A volte va dritta alla scrivania di Milo che magari sta seduto a far nulla rilassato come una medusa, e gli dice: “Perché non si tira su le maniche e non si toglie la cravatta in una giornata calda come questa” e magari fuori siamo sotto zero e fa freschetto anche in ufficio. E Milo le sorride come un bambino di quattro anni perché gli piace essere ammirato più di qualsiasi altra cosa al mondo, e si tira su le maniche e così tutta la protuberanza del muscolo salta fuori, e la vecchia ha l’aria di aver visto chissacché, tutta contenta di avere in ufficio un armadio come quello.» «Ma ne parli come se avessi un travaso di bile» rise Philip. «Senti, Philip» disse Guy con la sua greve pazienza mascolina, «sul serio, non mi dirai che non sembra strano anche a te!» «Che diamine intendi per strano?» «Ma smettila. Lo sai benissimo cosa intendo.» «Be’, no, non mi sembra strano. Questo Milo o come cavolo si chiama…» «Si chiama Milo, lo sai benissimo» disse Guy con aria disgustata. «Be’, penso che sia abbastanza tipico di questi tempi, più di quanto lo fosse quando eri giovane tu, per esempio. Forse allora non ce n’erano molti in giro.»

A casa quando è buio, James Purdy, Racconti, traduzione di Floriana Bossi. Postfazione di Giordano Tedoldi. Illustrazioni di Simone Massi. Ha influenzato scrittori che all’apparenza hanno fra di loro poco in comune, come Jonathan Franzen e David Means, Paul Bowles e Susan Sontag, Ben Marcus e perfino Gore Vidal, assoluto maestro della narrazione: di lui si conosce Non chiamarmi col mio nome, opera che, con pieno merito, ha fatto sensazione per la sua straordinaria fattura, e la definizione che gli è stata in più occasioni attribuita di scrittore violentissimo, perché feroce è la precisione con cui tratteggia il ritratto vivido e destabilizzante delle anime inquiete, spesso animate da passioni ossessive – non di rado omosessuali – e fulgidi contraltari della retorica del sogno americano, di cui è, come in genere del capitalismo e dell’occidente, voce stentoreamente critica. In questi dieci magnifici racconti cuciti insieme come un tessuto pregiato splendido sin dalle sue prime fibre, ossia il titolo, fa risplendere con nitore abbacinante la speranza di una salvifica bellezza che si annida nei più reconditi recessi dello squallore, della paura, dell’inadeguatezza, della sconfitta, della solitudine, del desiderio di sentirsi accolti, finalmente, completamente. Da non perdere.

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“Fantasie di stupro”

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La stavano violando, stavano penetrando nella sua intimità contro la sua volontà. «Mettilo via» disse Morrison, più bruscamente di come in genere osasse rivolgersi a Paul. «Prendiamo il taccuino mezzo vuoto, dev’essere quello che voleva.» C’erano più o meno una decina di libri presi in biblioteca sparsi per la stanza, alcuni oltre la scadenza di consegna; geologia e storia, per la maggior parte, e un volume di Blake. Leota si offrì di restituirli. Mentre stava per chiudersi dietro il lucchetto Morrison guardò ancora una volta la stanza. Solo ora capiva perché desse l’impressione di essere un pastiche: la libreria era una copia di quella che si trovava nel salotto di Paul, le stampe e il tavolo erano quasi identici a quelli dei Jamieson. Altri dettagli evocarono vaghe immagini di oggetti intravisti nelle varie case, agli svariati ma quasi identici ricevimenti tra colleghi. La povera Louise aveva cercato di costruire se stessa sulla base delle altre persone che aveva conosciuto. Solo da lui non aveva preso niente; pensando al suo arredamento freddo, embrionale e degradato, si rese conto che non c’era nulla di interessante per lei.

Fantasie di stupro, Margaret Atwood, Racconti, traduzione di Gaja Cenciarelli. Guerra in bagno, L’uomo che veniva da Marte, Polarità, Sottovetro, La tomba del poeta famoso, Fantasie di stupro, che con ogni evidenza dà il titolo all’antologia, Gioielli per capelli, Quando succederà, Articolo di viaggio, Il quetzal splendente, Allenamento, Le vite dei poeti, Ballerine, Dare alla luce: la scrittura di Margaret Atwood (La donna da mangiare, Il racconto dell’ancella, Occhio di gatto, La donna che rubava i mariti, L’altra Grace, L’assassino cieco, L’ultimo degli uomini, Il canto di Penelope, L’anno del diluvio, L’altro inizio, Per ultimo il cuore, Disordine morale, Mattino nella casa bruciata, Negoziando con le ombre, Dare e avere, Il rude Ramiro e i ravanelli ringhiosi), critica, femminista, poetessa, attivista, romanziera, coscienza civile contro il degrado del nostro mondo, non ha bisogno di presentazioni, siamo con ogni evidenza nel gotha della letteratura a livello internazionale. La sua caleidoscopica potenza espressiva infatti si riverbera e moltiplica in questi racconti che, editi per la prima volta quarantun anni fa, in realtà sembrano narrare meglio di una fotografia scattata un attimo fa l’istante della storia del mondo che stiamo vivendo, un coacervo di ossessioni e disillusioni che non sembra lasciare adito alla possibilità di un recupero di valori reali, autentici, sinceri, profondi. Eppure c’è sempre la favilla di una speranza che illumina l’oscurità, quella di saper vedere attraverso gli occhi degli altri. Da non perdere.

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