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“Il levitatore”

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Prima del sorgere del sole mi sono messo il dito di mio padre in tasca e sono tornato con Plotina sul lungofiume.

Il levitatore, Adrián N. Bravi, Quodlibet. Non ha un lavoro. Ha quarant’anni. È un uomo semplice. Ha qualche soldo da parte. Viveva con i genitori. Ora gli è rimasta solo la cagnetta. E in casa, un giorno, all’improvviso, raggiunge uno stadio d’ineffabile leggerezza che lo porta a volare. O meglio, a levitare. Ad alzarsi da terra, a guardare tutto con un certo distacco, poetico, all’interno del suo nido, covo, rifugio, la sua tana fatta di pareti e soffitti. Finché la realtà non torna prepotentemente ad ancorarlo a terra. E… Anteo è un personaggio formidabile, è l’incarnazione del magico realismo che caratterizza il nostro mondo strampalato, nel quale però c’è ancora una speranza di bellezza. Eroico antieroe, Anteo è il protagonista della nuova opera di una delle voci più originali e interessanti della narrativa contemporanea: da non perdere per nessuna ragione.

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“Un seme di umanità”

61eSxBARecL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Il rovesciamento delle categorie canoniche va al di là del paradosso…

Un seme di umanità – Note di letteratura, Piergiorgio Bellocchio, Quodlibet. Critico e scrittore, fratello di uno dei più grandi registi italiani, Piergiorgio Bellocchio indaga in questo agile ma densissimo volume, curato con formidabile acribia, la letteratura, e dunque la vita, che ne è il sostrato e al tempo stesso il riverbero: attraverso saggi, prefazioni e recensioni l’autore ci guida con mano sicura per la storia e, nell’accezione più elevata e ampia del termine, per la politica, conducendoci in un nobile castello abitato da Russel, Casanova, Dickens, Stendhal, Flaubert, Herzen, Hašek, Isherwood, Céline, Edmund Wilson, Orwell, Böll, Pasolini, Fenoglio, Bianciardi, Montaldi, Pampaloni e tantissimi da altri, da scoprire e riscoprire.

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“Storiografie parallele”

download.pngdi Gabriele Ottaviani

L’intervento combinato di fantasia e memoria non invalida il racconto…

Storiografie parallele – Cos’è la non-fiction?, Lorenzo Marchese, Quodlibet. La prosa contemporanea spesso avverte come necessaria esigenza l’aderenza alla realtà, alla cronaca, un impegno vibrante e tangibile dal punto di vista etico, sociale, culturale, politico nell’accezione più alta e ampia del termine che fa riferimento alla dimensione della collettività: è per questo dunque che si è diffusa sempre più e attraverso un numero sempre più vasto di declinazioni la cosiddetta non-fiction, che affronta, non senza criticità, il reale con gli strumenti della letteratura. Il fenomeno è poliedrico, l’indagine di Marchese seria ed esaustiva.

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“La caduta e il ritorno”

41Qrf5mDY4L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La vista, si diceva, è diabolica. Il male esiste nella misura in cui c’è un occhio che lo guarda.

La caduta e il ritorno – Cinque movimenti dell’immaginario romantico leopardiano, Franco D’Intino, Quodlibet. L’inizio, il consumo, il vortice, l’equilibrio e la spirale: sono questi i cinque movimenti dell’immaginario che vengono descritti con dovizia di particolari, per il tramite di un’approfonditissima esegesi dell’opera variegata e multiforme, pienamente connessa al contesto storico, sociale, culturale, politico, alle istanze etico-morali dell’epoca, alla storia del pensiero filosofico e al ruolo dell’intellettuale, di Giacomo Leopardi, nel testo firmato da Franco D’Intino, docente, saggista, vincitore del premio Leopardi e del premio Annibal Caro, direttore di centri di ricerca internazionali e collane scientifiche, membro di vari comitati, autore di saggi, edizioni critiche, edizioni commentate, volumi di bibliografia critica e curatele. Da leggere.

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“La fine del mondo sembra non sia arrivata”

41uD5Z9QZaL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La stupidità era, in fin dei conti, più affascinante dell’intelligenza, limitata per definizione.

La fine del mondo sembra non sia arrivata, Patrik Ourednik, Quodlibet, traduzione di Andrea Libero Carbone. La verità e la menzogna sembrano due concetti molto ben distinti, antitetici, separati, l’uno l’opposto dell’altro: in realtà, invece, di norma si sfiorano. Sempre, di continuo. Labile è il confine che li divide, come una siepe, composta di fatti intrecciati alla fantasia e d’immaginazione cucita insieme con la realtà: così Ourednik, la cui prosa è bella, ampia, elegante, raffinata, cristallina, ricchissima di livelli di lettura e di chiavi di interpretazione, inventa la verosimilissima e altrettanto surreale storia di Gaspard Boisvert, il più fidato consigliere del più imbecille presidente americano nella storia dei presidenti americani, naturalmente molto più che democraticamente eletto, e facendo in questo modo parla a tutti noi di ognuno dei presenti, e dei trucchi con cui il mondo si imbelletta per tentare di velare la propria pochezza.

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“Bianco su nero”

31jRAbHGH4L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La percezione degli eventi coloniali di Dogali, Amba Alagi e Adua era stata abilmente alterata…

Bianco su nero – Iconografia della razza e guerra d’Etiopia, Vanessa Righettoni, Quodlibet. Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada. Il mondo li aveva presi a opra, i lavoratori d’Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava. Diceva Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos! Erano diventati un po’ come i negri, in America, questi connazionali di colui che la scoprì; e come i negri ogni tanto erano messi fuori della legge e della umanità, si linciavano. Lontani o vicini alla loro patria, alla patria nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette a mutar patria, a rinnegare la nazione, a non essere più d’Italia. Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Sì, come Dante, a dir Terra, come Colombo, a dir Avanti! come Garibaldi. Si diceva: — Dante? Ma voi siete un popolo d’analfabeti! Colombo? Ma la vostra è l’onorata società della camorra e della mano nera! Garibaldi? Ma il vostro esercito s’è fatto vincere e annientare da africani scalzi! Viva Menelik! I miracoli del nostro Risorgimento non erano più ricordati, o, appunto, ricordati come miracoli di fortuna e d’astuzia. Non erano più i vincitori di San Martino e di Calatafimi, gl’italiani: erano i vinti di Abba-Garima. Non avevano essi mai impugnato il fucile, puntata la lancia, rotata la sciabola: non sapevano maneggiare che il coltello. Così queste opre tornavano in patria poveri come prima e peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità. Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d’acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e giardini; e ora, da un pezzo, per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto. Là i lavoratori saranno, non l’opre, mal pagate mal pregiate mal nomate, degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo, sul terreno della patria; non dovranno, il nome della patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, coltiveranno terre, deriveranno acque, costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall’immenso palpito del mare nostro il nostro tricolore. E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d’un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci. Veglieranno su loro le leggi alle quali diedero il loro voto. Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, ogni tratto le vestigia dei grandi antenati. Anche là è Roma. E Rumi saranno chiamati. Il che sia augurio buono e promessa certa. SÌ: Romani. SÌ: fare e soffrire da forti. E sopra tutto ai popoli che non usano se non la forza, imporre, come non si può fare altrimenti, mediante la guerra, la pace. — Ma che? — Il mondo guarda attonito o nasconde sotto il ghigno beffardo la sua meraviglia. — La Nazione proletaria, la nostra fornitrice di braccia a prezzi ridotti, non aveva se non il piccone, la vanga e la carriola. Queste le sue arti, queste le armi sue: le armi, per lo meno, che sole sa maneggiare, oltre il coltello col quale partisce il pane e si fa ragione sulle risse. Si diceva bensì che era una potenza; e invero aveva avuto un cotal risveglio che ella chiama risorgimento. Qual risorgimento? Dalla vittoria d’un benefico popolo alleato aveva ottenuto Milano; da quella d’un altro, Venezia. In un momento che questi due alleati si battevano fieramente tra loro, ella aveva ghermito Roma. Così la nazione era risorta. E risorta, volendo dar prova di sè, era stata vinta da popoli neri e semineri E ora … — Ecco quel che è accaduto or ora e accade ora. Ora l’Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant’anni ch’ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all’umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare per terra e per cielo. Nessun’altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo. Che dico sforzo? Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta! Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi. O Tripoli, o Berenike, o Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane! Guardate in alto: vi sono anche le aquile! Un altro popolo ai nostri giorni si rivelò a un tratto così. Dopo non molti anni che si veniva trasformando in silenzio, eccolo mettere per primo in azione tutte le moderne invenzioni e scoperte, le immense navi, i mostruosi cannoni, le mine e i siluri, la breve vanga delle trincee, e il tuo invisibile spirito, o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine; tutti i portati della nuova scienza e tutto il suo antico eroismo; e coi suoi soldatini … O non sono chiamati soldatini anche i classiarii e i legionari d’Italia? Non ha l’Italia nuova in questa sua prima grande guerra messo in opera tutti gli ardimenti scientifici e tutta la sua antica storia? Non ha per prima battuto le ali e piovuto la morte sugli accampamenti nemici? Non ha, a non grande distanza dal promontorio Pulcro, rinnovato gli sbarchi di Roma? Non si è già trincerata inespugnabilmente, secondo l’arte militare dei progenitori, con fossa e vallo; per avanzare poi sicura e irresistibile? Eccoli là, e sono pur sempre quelli e attendono al medesimo lavoro, i lavoratori che il mondo prendeva e prende a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la scure, i terrazzieri e braccianti per tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni, al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con le scuri abbattono, al solito, grandi selve. Ma non sono le solite strade, che fanno per altrui: essi aprono la via alla marcia trionfale e redentrice d’Italia. Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie. Stanno li sotto i rovesci d’acqua, sotto le piogge di fuoco; e cantano. La gaia canzone d’amore e ventura è spesso l’inno funebre che cantano a se stessi, gli eroi ventenni. Che dico eroi? Proletari, lavoratori, contadini. Il popolo che l’Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello, al suo invito, al suo comando, è là. O cinquant’anni del miracolo! I contadini che spesso furono riluttanti e ripugnanti, i contadini che anche lontani dal Lombardo-Veneto chiamavano loro imperatore l’imperatore d’Austria, e ciò quando l’imperio di Roma era nelle mani del dittatore ultimo, i contadini che Garibaldi non trovò mai nelle sue file … vedeteli! È l’ora dell’insidia e del tradimento. La trincea è in qualche punto sorpassata. I nostri sono fucilati al petto e pugnalati a tergo. Sopraggiunge al galoppo vertiginoso una batteria appena appena sbarcata. La rivoltella in pugno, gli occhi schizzanti fuoco, anelanti sui cavalli sferzati e spronati a sangue, vengono … i contadini italiani. In tre minuti i cavalli sono staccati, gli affusti tolti, i cannoni appostati; e la tempesta di ferro e fuoco tuona formidabilmente. Quale e quanta trasformazione! Giova ripeterlo: cinquant’anni fa l’Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di sè, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell’avvenire. In cinquant’anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava. Ebbene in cinquant’anni l’Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, immortalmente, il suo destino. Chi vuol conoscere quale ora ella è, guardi la sua armata e il suo esercito. Li guardi ora in azione. Terra, mare e cielo, alpi e pianura, penisola e isole, settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino combatte vicino al bruno e snello siciliano, l’alto granatiere lombardo s’affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare ai bersaglieri, fiore della gioventù panitalica, una particolare origine), gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e d’Ancona, di Livorno, di Viareggio, di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa che appunto era tempo fa, una espressione geografica. E vi sono le classi e le categorie anche là: ma la lotta non v’è o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l’artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca. Non si chiami, questa, retorica. Invero nè là esistono classi nè qua. Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è. La classe che non è per un minuto solo composta dei medesimi elementi, la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un’altra classe. Qual lotta dunque può essere che non sia contro sé stessa? E lottiamo, dunque, bensì; ma sia la nostra lotta come quella che si vede là, della nostra Patria, per così dire, scelta, della nostra Patria, che vorrei dire in piccolo, se non dovessi aggiungere: no: in grande! Lotta d’emulazione tra fratelli, ufficiali o soldati, a chi più ami la madre comune, che ne li rimerita con uguali gradi, premi, onori, e li avvolge morti nello stesso tricolore. O voi che siete la più grande, la più bella, la più benefica scuola che abbia avuta nel cinquantennio l’Italia, armata ed esercito nostri! Dicono che in codesta scuola s’insegna a oziare! E no: s’insegna a vigilar sempre. S’insegna a godere! E no: s’insegna a patire. S’insegna a essere crudeli a ogni incendio, a ogni inondazione, a ogni terremoto, a ogni peste, accorrono questi crudeli a fare da pompieri, da navicellai, da suore di carità, da governanti, da infermieri, da becchini. S’insegna a uccidere! S’insegna a morire. Questa è la scuola che, oltre aver distribuito tanto alfabeto, ci ammaestra esemplarmente nell’umano esercizio del diritto e nell’eroico adempimento del dovere. Essa risponde ora a quelli che confondono l’aspirazione alla pace con la rassegnazione alla barbarie e alla servitù. — Noi — dicono quei nostri maestri — che siamo l’Italia in armi, l’Italia al rischio, l’Italia. in guerra, combattiamo e spargiamo sangue, e in prima il nostro, non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Il fatto nostro non è quello dei Turchi. La nostra è dunque, checché appaiono i nostri atti singoli di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sè e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vesti, case, all’intera collettività che ne abbisogna. A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che nemmeno i Berberi, i Beduini e i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi appunto non siamo Berberi, Beduini e Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi era ed è un dovere nostro. Così risponde l’Italia guerreggiante ai fautori dei pacifici Turchi e della loro benefica scimitarra; degli umani Beduini-Arabi che non usano violare e mutilare soltanto cadaveri; degli industriosi razziatori di negri e mercanti di schiavi. Così risponde con un fatto di eroica e materna pietà, che ha virtù di simbolo. Il bersagliere, di quelli fulminati di fronte e pugnalati alle spalle, raccoglie di tra i cadaveri una bambina araba: la tiene con se nella trincea, la nutre, la copre, l’assicura. Tuonano le artiglierie. Sono il canto della cuna. Passano rombando le granate. La bambina è ben riparata, e le crede, chi sa? balocchi fragorosi e luminosi. Ella è salva: crescerà italiana, la figlia della guerra. O non è ella la barbarie, non decadente e turpe, ma vergine e selvaggia; la barbarie nuda famelica abbandonata? E colui che la salva e la nutre e la veste non è l’esercito nostro che ha l’armi micidiali e il cuore pio, che reca costretto la morte e non vorrebbe portar che la vita? O esercito calunniato! Eppur tra lo sdegno e lo schifo, nel leggere le diffamazioni dei giornali stranieri, noi abbiamo sorriso! Chi non ha visto qualche volta i nostri bei ragazzi armati dividere la gamella e il pan di munizione con qualche vecchio povero? Chi non ha visto qualche volta uno dei nostri cari fanciulloni soldati con un bambino in collo? Chi non li ha visti accorrere a tutte le sventure, prestarsi a tutte le fatiche, affrontare tutti i pericoli per gli altri? Ora ecco che in pochi giorni sono divenuti masnadieri … Sì: noi sorrideremmo se l’accusa, per quanto assurda, ma immonda, non toccasse ciò che abbiamo di più caro e di più sacro. Hanno detto, rivolgendosi al tuo esercito, turpi parole contro te, o pura o santa madre nostra Italia! Per quanto elle non giungano all’orlo della tua veste, noi non possiamo perdonare, o madre d’ogni umanità, o madre tanto forte quanto pia! Noi ce ne ricorderemo. Ricorderemo che voi, o stranieri, avete voluto prestare i fermenti di barbarie che forse ancora brulicano nel vostro cuore, al popolo che con San Francesco rese più umano, se è lecito dirlo, persino Gesù Nazareno; che coi suoi soavi artisti fece dell’inaccessibile cielo una buona tiepida raccolta casa terrena piena d’amore; che col Beccaria abolì la tortura; che, quasi solo nel mondo, non ha più la pena di morte; che in Garibaldi ebbe un portentoso guerriero che odiava la guerra e preferiva la vanga alla spada e piangeva sul nemico vinto e sceso dal trono e perdonava al suo tortòre e non faceva distruggere un campo di grano, dove i nemici potevano nascondersi, perché il grano era quasi maturo e vicino a divenir pane. O santi martiri nostri, o Pellico e Oroboni, o Tazzoli e Tito Speri, che vi faceste del duro carcere sotterraneo un tempio, e del patibolo un altare! Ma noi sappiamo da che furono mosse le inique accuse. Da questo: l’esempio che aveva a restar unico, del Giappone, si era, dopo poco tempo rinnovato. Le opre de’ mondo erano, a suo tempo e luogo, soldatini formidabili. La grande Proletaria delle nazioni (laboriosa e popolosa questa dell’occidente appunto come quell’altra dell’oriente estremo) scendeva in campo, si mostrava, per mare per terra e per cielo, potenza tanto più forte quanto più semplice, più lavoratrice, più avvezza a soffrire che a godere, più consapevole del suo diritto conculcato, più ispirata dal sublime pensiero che ella, pur mo’ redenta, doveva a sua volta divenir redentrice. Così l’Italia si è affermata e confermata. Ora è incrollabile. Può (perdonate la bestemmia; ché in verità ella non può!) essere ricacciata al mare, essere costretta ad abbandonare l’impresa, essere invasa, corsa, calpestata, divisa e assoggettata ancora: ella è e resterà, non può morir più una nazione in cui le madri raccomandano ai figli che partono per la guerra, di farsi onore, in cui tutti i bambini delle scuole rompono per i feriti il loro salvadanaio, in cui (udite: è cosa accaduta in un borghetto qui presso: ai Conti) il più povero mezzaiuolo dei dintorni, che ha un figlio nelle trincee di Tripoli, dà ai cercatori della Patria i suoi unici due soldi: l’obolo che la Patria ha riposto nel suo seno, vicino al suo gran cuore, come inestimabile tesoro. I nostri feriti non trascineranno per le vie le mutile membra e la vita impotente. No. Saranno quello che per la madre e per i fratelli è il figlio e fratello nato o fatto infelice. Saranno i careggiati, i meglio riguardati, i più amati. Essi ci ricorderanno la prima ora che abbiamo avuta, dopo tanti anni, di coscienza di noi, di gloria e vittoria, d’amore e concordia. Non tenderanno la mano. La tenderemo noi a loro per averne una stretta che ci faccia bene al cuore. Non picchieranno alla porta. Le apriremo noi, a due battenti, le porte, per farli assidere al nostro focolare e alla nostra mensa, e udirne i semplici e magnifici racconti, e consacrare la nostra casa e i nostri figli a quella, che ci ispira ogni bene, ci tien lontani da ogni viltà, ci accompagna sempre, e non muta mai: alla Patria a cui quando si rende, e così volontieri, così giocondamente, così sorridenti, la vita che ci diede, ella, ella piange. Benedetti voi, morti per la Patria! Riunitevi, eroi gentili, nomi eccelsi, umili nomi, ai vostri precursori meno avventurati di voi, perchè morirono per ciò che non esisteva ancora! Voi l’Italia già grande ha raccolti nelle braccia possenti. Qual festa vi faranno i morti vincitori di S. Martino di Calatafimi! Il gigantesco Schiaffino, morto impugnando la bandiera dei Mille, come accoglierà i piccoli fucilieri dell’ 84° conquistatori della bandiera del Profeta! Ma non vi fermate troppo con loro; o bersaglieri di Homs coi bersaglieri di Palestro, o cavalleggeri di Tripoli coi cavalleggeri di Montebello. La vittoria rende felice anche i morti. Andate a consolare i vinti! O Bianco, santa primizia della guerra, o Grazioli, o De Lutti, o marinai di Tripoli e Ben-Ghazi, consolate i morti di Lissa! O Bruchi, o Solaroli, o Granafei, o Faitini, o Flombert, o Orsi, o Bellini, o Silvatici, o trecento caduti in un’ora, consolate i morti di Custoza! Oh! Non dimenticate i più dolorosi, e, se si può dire, anche più valorosi, morti di Amba Alage e Abba Garima. Sono, essi, gli ultimi martiri d’Italia: sono ancora sulla soglia. Abbracciate il maggior Toselli così degno di guidare un’avanzata audace su Ain-Zara! Baciate il maggior Galliano, così degno di difendere le trincee di Bu-Meliana e Sciara-Sciat! O capitano Pietro Verri che nel momento più periglioso guidasti al contrattacco, fuori delle Trincee, i mozzi di sedici e diciassette anni, i ragazzi del nostro mare, o sublime capitan Verri, tu va direttamente a Caprera, va a narrar la cosa a Giuseppe Garibaldi. Ripeterà esso a te il tuo appello: Garibaldini del mare! E ti ricorderà che egli aveva il suo battaglione di speranzini, ragazzi raccolti per le strade, i quali a Velletri, divini fanciulli, lo salvarono. Benedetti, o morti per la Patria! Voi non sapete che cosa siete per noi e per la Storia! Non sapete che cosa vi debba l’Italia! L’Italia, cinquant’anni or sono, era fatta. Nel sacro cinquantennario voi avete provato, ciò che era voto de’ nostri grandi che non speravano si avesse da avverare in così breve tempo, voi avete provato che sono fatti anche gl’italiani. Gli costò, a un attimo dalla morte, l’ostracismo dei sodali socialisti, che ammettevano la guerra solo per difesa e non capivano che lui sosteneva la necessità del colonialismo solo per fare in modo che il nido dei suoi amati contadini vessati dalla vita fosse più ampio, che ci fosse più Italia per gli italiani, e quindi i poveri non fossero costretti a lasciare i luoghi amati, quelli delle radici: così Giovanni Pascoli quando parlò di una grande proletaria che s’era finalmente mossa per andare in Libia – e trovarvi solo sabbia – all’inizio del secolo breve. Certo è che la fallimentare esperienza coloniale italiana, grancassa della propaganda del regime, è stata un bagno di sangue e un’apoteosi di razzismo e luoghi comuni: il volume, bellissimo, importante, necessario, curato, indispensabile, profondo, intenso, che induce alla riflessione e allo studio, prezioso strumento divulgativo e di conoscenza realizzato da Vanessa Righettoni, giovane e preparatissima dottoressa in storia dell’arte, allieva della scuola di specializzazione in beni storico-artistici, esperta in iconografia razzista, soprattutto in Italia, rivolgendo in maniera peculiare la propria attenzione alla propaganda contro gli ebrei durante l’infausto ventennio dell’era mussoliniana, è un’occasione di apprendimento che assolutamente non ci si deve lasciar sfuggire.

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“Come si sta al mondo”

514DmDvIg0L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Si chiede quando ha smesso di provare sentimenti, di avere un cuore…

Come si sta al mondo, Davide Martirani, Quodlibet. Maria non crede in Dio. No, proprio no, niente affatto. Però nel diavolo sì. Eccome. Nel demonio ci crede. Non nel senso che ha fede in lui, ma perché ne avverte l’inquietante presenza, pressoché dovunque. Tanto che infatti ha letteralmente paura di tutto. Vorrebbe sparire. Vivere, ma solo perché è obbligata a farlo, senza esistere. Nascosta. Al riparo. Al sicuro. Illudendosi di esserlo. Espiando colpe non sue. Rinunciando. Sacrificandosi. Rassicurata dall’eterno ritorno dell’uguale, dalle abitudini. E il diavolo che cerca di portarla sulla cattiva strada e che lei deve tenere a bada in realtà sembra essere la sua unica salvifica e pietosa speranza. Anche perché non si può vivere per sempre isolati, né tantomeno ingannare ognuno, fuggire da tutti e da sé, e quindi nel momento in cui si relaziona con Alina, badante smaliziata, Roxana, cugina nel cui vocabolario la pagina col lemma responsabilità non è stata proprio stampata, qualche prostituta e non solo la fortezza che ha costruito per proteggere la sua fragilità si sfarina come un castello di sabbia sferzato dai marosi, e… Profondissimo apologo sulla solitudine e sul male di vivere, interessante romanzo d’esordio.

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“Questa è già la mia vita”

41MNO6net+L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ho toccato il fondo, oltre a quel punto c’è il buio.

Questa è già la mia vita, Marina Premoli, Quodlibet. La sua storia familiare è dolorosa, nonostante un’infanzia che non si può definire meno che dorata. Depressione e alcolismo sono lemmi le cui rispettive pagine appaiono molto frequentate negli anni della sua giovinezza. Per questo, ma non solo, entra a far parte della lotta armata. Per questo finisce in carcere. Per questo, ma forse non solo, accoglie la reclusione come una sorta di pacificazione. Di nuovo inizio. Di opportunità. Di rinascita. Di parentesi di pace dall’inquietudine. Di profondo sospiro di sollievo. Non vuole apparire migliore di quella che è Marina Premoli, o almeno così sembra leggendo il suo libro. Non mente. Non cerca giustificazioni. Non cerca spiegazioni. Non fa domande. Non dà risposte. Non è retorica, anzi, intensa ma asciutta, potente, vibrante. Indaga il tempo perduto nella forza della memoria e della coscienza.

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“Absolutely nothing”

download (1).jpegdi Gabriele Ottaviani

Pomeriggio, deserto del Mojave. Una strada di polvere su cui procediamo basculanti nell’aria azzurrina…

Absolutely Nothing – Storie e sparizioni nei deserti americani, Giorgio Vasta, Ramak Fazel, Quodlibet. Il deserto è il regno dell’assenza. È come una tela bianca, sulla quale ognuno può dipingere la sua storia, cercare punti di riferimento, immaginare una realtà altra, sperare nella possibilità di un nuovo inizio, vedere riverberati i propri sentimenti, in modo da poterli analizzare per il tramite di una giusta distanza, quella che rende le macchie di colore quadri impressionisti, quella che affina, determina e sancisce la percezione, quella che definisce la comprensibilità del tutto, o almeno di una sua parte. È un luogo dell’anima, dunque, ma anche un luogo estremamente fisico, tangibile, caratterizzato da peculiarità proprie, inconfondibili, imparagonabili. È un viaggio quello che viene descritto in questo libro anche attraverso delle fotografie dalla formidabile potenza evocativa, nella varie forme, squallide o simboliche, dell’umanità, un percorso di comunione e condivisione tra persone diverse che hanno vite diverse ma che non possono non fare a meno di porsi, come tutti gli esseri umani, le medesime domande sulla propria sorte. Da leggere.

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Libri

“I bei giorni di Aranjuez”

cover__id1275_w302_t1470134717__1x.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’ombra delle gocce di pioggia sui due corpi. L’impronta di una suola innevata sul pavimento di legno. Un cespuglio fiorito di lillà nella notte durante il ritorno a casa. Un riccio, che aggirava i corpi della coppia. Noi due nella luce dei fanali delle auto e sullo sfondo un concerto di clacson. Fuori dal finestrino del treno le colline verdi andavano su e giù con regolarità, con lo stesso ritmo dei due corpi nello scompartimento. Sulla ghiaia del letto disseccato del fiume le gocce di sangue erano l’unica cosa che scorreva. La corrente ascendente che dal mare saliva verso l’altipiano incontrava il vento discendente dai monti. Il pulviscolo argentato appena sollevato dal fondo del lago palustre si posava lentamente attorno ai due corpi che giacevano laggiù, nell’acqua calda. E intanto, e in seguito ciò che importava, da un pezzo, non era più chissà quale vendetta. Quei corpi si muovevano al di là. Erano di più. Erano diventati tutto. Al di là delle cosiddette zone erogene: al di là di chissà cosa – semplicemente al di là. Non più io, non più lui, nient’altro che l’universo dei corpi: punto e universo coincidevano. Una coppia di corpi sdraiati nell’ansa dell’infinito.

Peter Handke, I bei giorni di Aranjuez – Un dialogo estivo, a cura di Alessandra Iadicicco, Quodlibet. Peter Handke è uno scrittore. Un poeta. Un drammaturgo. Un saggista. Uno sceneggiatore. Persino un reporter di viaggio. La collaborazione con Wim Wenders è lunga è proficua, si pensi a Prima del calcio di rigore, Il cielo sopra Berlino e al film che porta il medesimo titolo della pubblicazione di cui si sta per parlare, che riproduce il testo di quest’opera teatrale di rara e rarefatta suggestione, e al tempo stesso di profonda intensità. Se la pellicola, presentata con scarso successo alla scorsa edizione della mostra d’arte cinematografica di Venezia – rassegna in cui trentaquattro anni fa, quando si celebrarono i trionfi di Prénom Carmen di Godard, Via delle capanne negre e Streamers di Robert Altman, Handke fu tra i giurati -, ha dei limiti evidenti, strutturali, narrativi, formali, costitutivi, e si scontra con la sempiterna difficoltà del rendere pienamente il teatro sullo schermo, il testo edito da Quodlibet ha tutta un’altra aura. Mistica e insieme straordinariamente sensuale. L’uomo e la donna parlano dei loro amori, in una partita a scacchi bergmaniana che ha il sapore della frutta talmente matura da essere quasi senescente e che fotografa in maniera ammaliante l’infinitezza dell’istante in cui alla rimembranza di tempi, luoghi e sentimenti si sostituisce la dolceamara consapevolezza della inevitabile mutevolezza  e fugacità delle cose.

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