Cinema

“Quo vado?”

Quo-vado-posterdi Gabriele Ottaviani

Checco Zalone è un impiegato pubblico nullafacente. La riorganizzazione amministrativa lo costringe a peregrinare per tutto il mondo pur di non lasciare il posto fisso, suo mito sin dalla più tenera età. Ma forse qualcosa, in lui, col tempo, cambia. Matura. Il suo personaggio, lui, e il suo cinema. Rispetto, per dire, a 11 donne a Parigi, a Italiano medio (di e con Maccio Capatonda) e a Vacanze ai Caraibi, eccezion fatta per la linea narrativa che vedeva per protagonisti Luca Argentero e Ilaria Spada, gli unici decorosi della compagine targata Neri Parenti, Quo vado?, infatti, ha classe da vendere e da appendere. Certo, qualche volgarità gratuita c’è, così come alcune gag dal retrogusto un po’ troppo irrispettoso – dipende poi sempre dalla sensibilità individuale – nei confronti, tanto per fare una cosa nuova, delle persone con disabilità e di quelle omosessuali, ma tutto sommato si lascia guardare. Scorre, non ha passaggi a vuoto e non annoia, nonostante il tema non proprio nuovo. Forse Zalone (il cui nome d’arte comunque si ispira, dice la vulgata, ai cozzaloni, ossia ai venditori di mitili tarantini, cui la generalizzazione del luogo comune, come sempre erronea, non attribuisce un aplomb da lord britannici, e quindi non ci si può aspettare Ken Loach, parliamoci francamente, sarebbe assolutamente assurdo) ha perso un po’ di mordente, ma ci ha guadagnato in garbo. Uscirà in una tale marea di sale che con ogni probabilità farà, comme d’habitude, incassi epocali, ma non è detto che sia lo stesso pubblico che segue da sempre il laureato in giurisprudenza barese ad accomodarsi sulle poltroncine dei cinema. Probabilmente, per fare un esempio, il finale, che non si racconta, ça va sans dire, ai professionisti del politicamente scorretto non piacerà, ma il resto del mondo se ne farà, altrettanto probabilmente, una ragione. Simpatica, anche se non vocalmente riuscitissima, perché da quel punto di vista il Molleggiato è oggettivamente inimitabile, la parodia di Adriano Celentano nella canzone La Prima Repubblica non si scorda mai: non che la seconda abbia fatto molto di meglio in termini di modalità clientelari, anzi, e forse il tema più importante su cui il film vuole, vorrebbe e tenta di far pensare è proprio questo. Anche se probabilmente non esiste un modo perfetto di fare satira, di raccontare e stigmatizzare bene il malcostume e soprattutto di tributare il giusto omaggio a chi, la maggioranza silenziosa e soffocata dai disonesti, il suo lavoro lo fa contro tutto e tutti, e se magari a più di trent’anni non può andare a vivere da solo non è perché passa le giornate a scaldare la sedia, ma perché non ha le possibilità economiche, anche perché troppo si è largheggiato negli anni passati: le generazioni tendono sempre più a non ricordare che il mondo è preso in prestito dai figli e non ereditato dai genitori… Bellissimi i paesaggi, sia quelli meridionali e mediterranei che quelli incantevoli di Bergen, che effettivamente è luogo di grande civiltà, divertenti il cammeo di Lino Banfi, la citazione di Al Bano e Romina fatti assurgere a quintessenza dell’italicità e la rilettura dello svenimento sorrentiniano di fronte al Fontanone del Gianicolo, bravi due professionisti di rango come Ninni Bruschetta e soprattutto Sonia Bergamasco, la formidabile Laura Rengoni di Una grande famiglia, l’eccellente Giulia Monfalco della Meglio gioventù, nonché prossimamente in scena al Teatro Vascello di Roma con Il ballo, tratto nientedimeno che da Irène Némirovsky: insomma, davvero la risposta più adatta alla domanda maccheronica Quo vado? sembra essere quella della storiella senza soluzione di continuità che ci si raccontava da ragazzini. Ossia, al cinema.

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